18 Novembre Nov 2015 1415 18 novembre 2015

«Non chiamatela vittima, ma ribelle»

A tu per tu con Marco Tullio Giordana, regista del film su Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla 'ndrangheta nel 2009. «I criminali non sono eroi, ma tigri di carta: solo il Bene è seducente».

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lea garofalo

È una storia di dolore e coraggio, di una madre e figlia che si sono ribellate alla 'ndrangheta, quella di Lea Garofalo e sua figlia Denise.
Che il regista e sceneggiatore milanese Marco Tullio Giordana ha scelto di raccontare nel film tivù Lea (in onda su Rai Uno mercoledì 18 novembre). Quindici anni dopo I Cento Passi (il celebre film del 2000 sulla vita di Peppino Impastato), Giordana torna a parlare di mafia, giustizia e coraggio. E racconta a Letteradonna la sua missione di dare voce a storie come queste: non di vittime, ma di eroi dei nostri giorni. «Perchè solo chi si ribella può cambiare le cose».

LA STORIA
Lea Garofalo nasce a Petilia Policastro nel 1975, in una famiglia affiliata alla criminalità calabrese. Cresce in mezzo al sangue e ha solo nove mesi quando suo padre viene ucciso in una faida mafiosa. Lea, 14enne, si innamora di Carlo Cosco, un gregario di suo fratello Floriano (uno dei boss del Paese che verrà assassinato nel 2005): l'uomo che cambierà per sempre la sua esistenza e quella di sua figlia. I due si trasferiscono dalla Calabria a Milano e il 4 dicembre 1991 nasce Denise. Una mattina di maggio del 1996 i carabinieri irrompono nella casa della coppia e arrestano Cosco. È quel giorno che Lea decide di ribellarsi al contesto criminale in cui è cresciuta per costruire per sua figlia un futuro diverso. Così lascia il compagno e si rifugia a Bergamo. Ma stanca delle continue minacce che lui continua a rivolgerle, si presenta dai carabinieri e inizia a collaborare con la giustizia. Per lei e sua figlia scatta un programma di protezione: una nuova identità, un domicilio segreto. Vivono in solitudine, sotto false identità fino al 2009.

L'OMICIDIO
Il 20 novembre del 2009 Cosco convince l'ex compagna a incontrarsi Milano, con la scusa di parlare del futuro di Denise. Ma la sera del 24 novembre, approfittando di un momento in cui Lea rimane senza la figlia, l'uomo la conduce in un appartamento in cui compirà il delitto.
Lea viene torturata e strangolata. Il suo corpo viene bruciato e i suoi resti vengono sepolti in un terreno vicino Monza.
Denise, dopo la scomparsa della madre, capisce che suo padre con cui era andata a vivere, le stava mentendo. Si rivolge a un magistrato rendendo possibile l’apertura delle indagini e il processo contro suo padre e i suoi complici. Da allora non ha mai smesso di vivere sotto protezione. Il 28 maggio 2013 la Corte d'Assise d'Appello di Milano conferma quattro dei sei ergastoli (a Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino) inflitti in primo grado ai responsabili. Il 18 dicembre 2014 le condanne della Corte d'Assise d'Appello di Milano vengono confermate dalla Cassazione.
«Il caso di Lea Garofalo non è solo quello di un 'caduto' da commemorare, in questo caso una donna, ma è anche la testimonianza del coraggio della figlia che ha continuato la sua battaglia», spiega Marco Tullio Giordana a Letteradonna.


DOMANDA: Perchè ha deciso di raccontare la storia di Lea Garofalo?

RISPOSTA: Mi è stata proposta dalla mia sceneggiatrice Monica Zapelli (lavorammo insieme 15 anni fa per I Cento Passi, ndr). Una storia che conoscevo e mi aveva colpito molto, così ho pensato che sarebbe stato bello farne un film.
D: Come è avvenuta la scelta degli attori?
R: Il film è ambientato in Calabria, quindi ho voluto scegliere attori che venissero da lì, che parlassero quella lingua e che si sentissero completamente a loro agio in un contesto culturale che possono comprendere.
D: Vanessa Scalera interpreta Lea Garofalo.
R: Le protagoniste in realtà sono due: Vanessa Scalera che interpreta Lea Garofalo e Linda Caridi che interpreta Denise, la figlia. Entrambe le attrici mi hanno molto colpito durante i provini per la loro assoluta naturalezza: l'elemento che cerco quando giro un film.
D: Cosa deve trasmetterle un interprete di un personaggio per essere scelto?
R: Non devono far sentire che le battute sono state scritte: deve sembrare che le parole che dicono sgorghino dal loro cuore e dalle loro reazioni. Bisogna credere, bisogna che non sia una messa in scena. Il cinema ha bisogno di realismo, di molta naturalezza.
D: Avete collaborato con Libera (l'Associazione che combatte le mafie dal 1995, ndr) per la realizzazione del film?
R: Sì, è stata indispensabile non solo perchè i militanti di Libera all'epoca del processo sono state le persone vicine sia fisicamente sia moralmente a Denise, che da sola doveva reggere tutto il peso di questo processo e l'accusa contro i suoi familiari. Attraverso Libera ho anche potuto stabilire un contatto, sia pure indiretto, con lei. Non so se avrà il cuore di guardare il film, ma spero davvero che se un giorno troverà la forza di vederlo lo apprezzerà.
D: È vero che Lea Garofalo vide I Cento Passi?
R: Sì, Denise ha raccontato a Don Ciotti (fondatore di Libera, ndr) che sua madre le fece vedere I Cento Passi, e guardando il film, disse: «Io farò la stessa fine». Ovviamente quando lo seppi rimasi molto impressionato.

Marco Tullio Giordana con Don Luigi Ciotti.

D: Le storie di Lea Garofalo e di Peppino Impastato hanno molti punti in comune. La ribellione alle mafie, il vincolo di sangue con famiglie legate alla criminalità.
R: Infatti il punto è proprio questo: la parentela. Sia Impastato che Lea Garofalo nascono all'interno di un contesto criminale, ma non lo accettano, si ribellano, lo combattono: si arruolano dalla parte opposta. In questo senso sono due figure molto simili.
D: Qual è la differenza più forte tra queste due storie?
R: Credo che la vicenda di Lea Garofalo abbia un finale più ottimista. Nel caso Impastato ci sono voluti più di 20 anni perché la giustizia italiana identificasse la mafia come mandante ed esecutore dell'omicidio (le indagini furono ostacolate da un vero e proprio depistaggio scientifico), mentre nel caso di Lea è stato da subito chiaro a tutti chi erano i responsabili e le sentenze di condanna sono state emesse molto rapidamente.
D: Lea Garofalo era una donna. E una madre. Questo cambia qualcosa?
R: Cambia molto. Affrontando due figure femminili, quelle di Lea e Denise, ho capito che il modo di prendere consapevolezza, di reagire di una donna è completamente diverso da quello di un uomo.
D: In che senso?
R: Credo che le donne nutrano sentimenti molto più protettivi verso i loro figli: hanno il forte istinto di volerli educare al bene, di non volerli vedere soffrire. Di conseguenza, se sono madri, hanno anche un rigetto più forte della carriera criminale. Infatti se noi come società possiamo sperare di mettere in difficoltà la cultura criminale è perchè ci sono molte donne che si ribellano. Questo può mettere in crisi prima la cultura mafiosa, poi l'organizzazione.
D: Ci vuole ancora più coraggio a ribellarsi se si è madri.
R: Certo, il fatto che Lea avesse una figlia ha fatto sì che i bersagli fossero due anziché uno. C'era una bambina che doveva crescere e andare a scuola. Per questo le associazioni come Libera sono importanti: le istituzioni fanno quello che possono, ma è il tessuto sociale attorno che è fondamentale.
D: Impastato e Garofalo sono due esempi diversi, ma al tempo stesso uguali, di coraggio.
R: Quello di Lea e di Peppino è un tipo di coraggio diverso, ma di estremo valore. Più clamoroso quello di Impastato (fondò una radio, si fece portavoce di un movimento di ribellione), più nascosto nel caso di Garofalo, che doveva essere protetta, per sua figlia. Rischiava insieme alla sua vita anche quella di Denise. Ma non avrebbe mai accettato che il sangue del suo sangue potesse vivere in un contesto criminale.
D: Qual è il messaggio più forte che con i suoi film di denuncia vuole trasmettere?
R: Io vorrei mostrare che non c'è alcun eroismo, seduzione, nè fascino nei criminali. Non sono eroi come a volte vengono dipinti: sono tigri di carta. Invece le figure dei ribelli, di chi vuole che le cose cambino, quelle secondo me sono seducenti. Vorrei mostrare che il Bene è molto più seducente, ecco. Il Bene non è una cosa stupida o ridicola, ha una sua forza d'attrazione. Evidente e forte soprattutto in persone che nascono in territori infelici, controllati dalla criminalità da cui è molto difficile fuoriuscire.
D: La cultura può cambiare le cose?
R:
Sì, la cultura cambia le cose. Lo si capisce sempre dopo, sempre tardi, ma i grandi cambiamenti nascono sul terreno delle idee, delle opinioni, del costume. Poi trovano la loro strada e per diventare forme, leggi, consapevolezza comune. Ma accade perché c'è sempre qualcuno che dice un «no» all'inizio.

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