17 Novembre Nov 2015 1538 17 novembre 2015

La paladina della guerra del latte

Wilma Pirola, presidente di Coldiretti Pavia, racconta a LetteraDonna difficoltà e prospettive del settore dell'allevamento dei bovini. Un mondo che attira un numero sempre maggiore di giovani.

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Pirola

Wilma ha 54 anni, due figli ormai adulti, una grande azienda da gestire, un ruolo impegnativo nell’associazionismo. Wilma si sveglia prestissimo tutte le mattine, e spesso va a letto all’una di notte. Wilma Pirola, presidente della Coldiretti di Pavia, è tra le paladine della guerra del latte e non intende dichiarare la resa.
Per capire che cosa sta succedendo alla nostra agricoltura e perché da settimane gli allevatori italiani protestano per strada, LetteraDonna.it l'ha incontrato all’indomani dalla tesa trattativa – finita male – a Roma, tra il ministero dell’Agricoltura, gli industriali del settore caseario e gli allevatori italiani.

DOMANDA: Presidente Pirola, com’è andata?
RISPOSTA: Venerdì 13 novembre ci siamo seduti a Roma intorno a un tavolo sperando di far capire le nostre difficoltà all’industria del settore che, a oggi, ci paga il latte solo 33.90 centesimi al litro, un prezzo che non permette a noi produttori nemmeno di pareggiare i costi. E’ stato calcolato che, per coprire in modo degno i costi di produzione, dovremmo essere pagati almeno 38 centesimi al litro.
D: Qual è stata la controproposta?
R: Gli industriali ce ne hanno messi sul tavolo 35: una miseria. Non abbiamo accettato. Non accettiamo l’elemosina.
D: Continuerete a protestare davanti ai grandi centri di trasformazione casearia?
R: Certamente, anche se per rispetto alla drammatica situazione dopo gli attentati in Francia, per rispetto e vicinanza anche ai nostri colleghi d’Oltralpe, sospendiamo per sette giorni la protesta. Ma non ci arrendiamo: continueremo a far sentire la nostra voce.
D: Ci spieghi meglio il motivo della protesta: per il consumatore il prezzo del latte allo scaffale è aumentato, non diminuito.
R: Ha centrato il punto. Negli ultimi anni il prezzo del latte, cioè quanto ci viene pagato dalle aziende trasformatrici e dalla grande distribuzione, è diminuito del 20%. Tuttavia, nei supermercati si registra un aumento dell’1.2% del costo finale.
D: Un vero e proprio paradosso.
R: Il punto è che noi allevatori offriamo un bene deperibile: le mie vacche fanno latte tutti i giorni e io quel latte lo devo vendere per forza. L’industria del settore caseario sa bene come funziona questo meccanismo e gioca al ribasso.
D: Sembra una strada senza via d’uscita.
R: Intanto la Coldiretti ha calcolato che ogni tre giorni chiude una stalla in Italia. Non ci rendiamo conto che la chiusura di aziende come le nostre non solo è un colpo basso all’impiego e un dramma per molte famiglie ma un problema per il Paese. Fattorie e aziende agricole sono un presidio di salvaguardia dell’ambiente e della natura, specie in montagna, contro un’urbanizzazione sfrenata.
D: Che cosa chiedete al governo e ai vostri interlocutori dell’industria?
R: Maggiore chiarezza. Chiediamo l’etichettatura e la tracciabilità di tutti i prodotti caseari. Noi allevatori italiani abbiamo costi di produzione molto alti perché offriamo un latte ad alto standard: le mie vacche sono controllate tutti i giorni e non a caso solo il nostro latte può essere usato per prodotti Dop.
D: Un latte di questo tipo dovrebbe essere molto ricercato visto il grande interesse verso i prodotti di alta qualità.
R: Il problema è che alcune aziende di produzione giocano al ribasso: comprano sottocosto il latte dall’estero, in Paesi dove i controlli sono meno rigidi, lavorano il prodotto in Italia e mettono la loro bella etichetta made in Italy. Non è così che funziona: le cose devono cambiare per la nostra tutela e quella dei consumatori.
D: Da quanto tempo lei lavora nel settore?
R: Da sempre. Sono nata in una famiglia di agricoltori e ora, con i miei figli, siamo alla quarta generazione: ho anche sposato un agricoltore e la nostra impresa è a Landriano, in provincia di Pavia. Abbiamo 350 vacche da latte e 150 capi in lattazione: è un lavoro pesante, sette giorni su sette, tutto l’anno. Il latte va munto tutti i giorni, non va in vacanza.
D: Come fa a conciliare un lavoro così impegnativo con la famiglia e l’impegno in Coldiretti?
R: Quando i figli erano piccoli mi occupavo della gestione della casa e della parte amministrativa dell’azienda, ma da quindici anni lavoro a tempo pieno, su molti fronti. Serve tanta collaborazione e comprensione da parte dei famigliari e molta tenacia: si dorme poco.
D: È vero che il vostro settore, nonostante la crisi, attrae sempre più giovani e donne?
R: La bella notizia è il ritorno alla terra da parte di molti giovani: le stesse facoltà di Agraria hanno registrato un aumento del 35% delle iscrizioni. Anche l’identikit dell’allevatore e agricoltore non è più quello di un tempo: oggi l’80% degli imprenditori agricoli possiede un diploma, spesso ha figli laureati o che studiano all’università.
D: E le donne?
R: In molte hanno trovato nel settore un impiego come piccole imprenditrici grazie alla vendita diretta al mercato dei loro prodotti oppure con l’apertura di piccole fattorie didattiche. Non sottovalutiamo questo fatto: questo tipo di occupazione femminile ha risollevato le sorti di molte famiglie, specie in territori difficili per il lavoro quali la collina o la montagna.

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