17 Novembre Nov 2015 1318 17 novembre 2015

«Ecco il dolore di un padre, non il mio»

Filippo Nigro parla a LetteraDonna di In fondo al bosco di Stefano Lodovichi, il film in cui interpreta il ruolo di un uomo che perde il proprio figlio, come gli è capitato nella vita reale.

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FILIPPO NIGRO

Per Filippo Nigro è forse il ruolo più intenso di sempre: un padre e marito all'apparenza debole ma che, alla fine, risulta il solo a rimanere coerente con se stesso mentre intorno a lui tutti rivelano un volto diverso. L'attore è il protagonista di In fondo al bosco di Stefano Lodovichi, il primo film prodotto da SkyCinema (in associazione con Onemore Pictures) da giovedì 19 novembre nelle sale, storia di bambini scomparsi e madri folli. «È un personaggio importante per me, anche se mi ha devastato. Mi ha dato modo di esprimere tutte le sfumature emotive di un uomo che si trova ad affrontare la perdita di un figlio. Tanti livelli e variazioni di umore, di disperazione, di speranza. E ancora la rabbia, la negazione, il senso di colpa».

DOMANDA: Che cosa ha amato di questo ruolo?
RISPOSTA: Innanzitutto il fatto che sia un uomo solo che si ritrova tutti contro, vittima di una comunità in cui l'educazione sentimentale è assente. Un uomo che resta accanto a una donna che ama e che non lo ama: Mi piacciono anche i suoi contrasti: è debole ma pronto a scattare e reagire.
D: Come si è preparato al ruolo?
R: In genere mi basta un copione scritto bene, un luogo come le Dolomiti, dove abbiamo girato, e certe situazioni climatiche per abbandonarmi a un personaggio come questo. Mi ha portato a riflettere molto sulle persone che muoiono di solitudine. Spesso mancano basi, valori ai quali appoggiarsi. E senza basi si crolla. Come avviene nel film, anche nella realtà ci sono donne che commettono gesti atroci perché malate e lasciate sole, inascoltate.
D: Qualche tempo fa lei ha perso un figlio. Quanto ha pesato sulla lavorazione del film?
R: Durante le riprese, quando mettevo in scena il dolore per la scomparsa del mio figlio cinematografico, cercavo di non pensare alla mia esperienza personale. Preferisco lavorare senza attingere direttamente alla mia vita. Sto molto attento a non mischiare le cose.
D: Ricollegandoci alle vicende di questi giorni, ha parlato ai suoi figli degli attentati di Parigi?
R: L'ho fatto perché tanto ne avrebbero parlato a scuola. E li ho rassicurati. Ho spiegato loro che certe cose, in questa fase storica, possono succedere, che sono imprevedibili ma fortunatamente no frequenti. Io preferisco essere cauto nel parlare con i figli ma, allo stesso tempo, franco.
D: Anche con suo padre aveva un rapporto del genere?
R: No, da piccolo era un po' orso, parlavo e chiedevo poco. Ricordo però che da bambino, quando avvertivo la preoccupazione negli adulti, mi agitavo molto. A volte oggi mi viene l'ansia se penso troppo al futuro e so che non è bello mostrarsi preoccupati davanti ai figli. Per questo preferisco avere un atteggiamento positivo.
D: Crede in un futuro migliore?
R: Sì, io voglio e sono positivo, non penso che i nostri giorni siano più bui di quelli di ieri. Credo che domani possa esserci più luce.
D: Lei è credente?
R: No, questo aiuto non ce l'ho. Non ho mai creduto, non vado in chiesa. Capisco che la fede sia un conforto ma non mi appartiene. Mi sono sposato in chiesa e ho battezzato i miei figli solo per non dare un dispiacere a mia suocera. Ma decisamente sono lontano da tutto questo.

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