12 Novembre Nov 2015 1801 12 novembre 2015

La lobby dei diritti negati

«Lesbiche, handicappate, cricca di omosessuali». Intervista alla presidente di Assist dopo le ultime dichiarazioni discriminatorie nei confronti delle calcatrici: «Basta stereotipi, sì ai diritti».

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Se già è una fatica essere donne in un Paese come l'Italia, essere donne che giocano a calcio lo è doppiamente.
«Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche», sbottò il 14 maggio 2015 il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Felice Belloli. «Pensavamo che le donne nel calcio fossero handicappate rispetto ai maschi», disse nel luglio 2014 Carlo Tavecchio, presidente della Figc. Ora Roberto Salerno, presidente del Torino Femminile, sostiene che il calcio femminile sia «in mano a una lobby gay». Certo, perché nel nostro Paese solo i maschi possono giocare a pallone. Se a farlo è una ragazza, l'automatismo scatta obbligatorio: ma quale femmina, quella è lesbica. Ma cosa c'entra lo sport con l'orientamento sessuale delle persone? Non sarebbe forse ora di cancellare uno stereotipo tanto antico quanto deprimente? Lo abbiamo chiesto a Luisa Garribba Rizzitelli, presidente di Assist, l'Associazione Nazionale Atlete, che ha l'obiettivo di «tutelare e rappresentare i diritti collettivi delle Atlete di tutte le discipline sportive operanti a livello agonistico, e degli operatori e operatrici del settore, oltre a quello di sensibilizzzare su tutti i temi riguardanti la parità di diritti nello sport, la parità di accesso alla pratica sportiva e la cultura sportiva in generale».

DOMANDA: Siamo di fronte all'ennesima dichiarazione discriminatoria nei confronti delle atlete donne. Come commenta l'ultima uscita di Roberto Salerno, che ha affermato che il calcio femminile è in mano a una lobby gay?
RISPOSTA:
Siamo indignati e allibiti: parlo al maschile perchè nella nostra associazione i volontari sono donne ma anche uomini. Siamo indignati e allibiti per due ragioni: i diritti delle atlete non hanno nulla a che fare con il loro orientamento sessuale. Crediamo che a questo punto, dopo l'ennesima dichiarazione surreale, sia necessario porsi una domanda: a chi dà fastidio il calcio femminile?
D: Cosa si può fare per porre fine a questo tipo di discriminazioni, ormai sempre più frequenti?
R: L'orientamento sessuale delle persone non ha nulla a che fare con lo sport. Questo deve essere chiarito e ribadito. Perché le cose cambino deve cambiare la cultura del nostro Paese. Se esistesse davvero una lobby gay, in Italia avremmo già i diritti civili per le coppie omosessuali. Ma così non è. Noi chiediamo semplicemente diritti e tutele per le calciatrici donne e per le atlete in generale. Gli stessi di cui godono gli uomini.
D: Calciatrice uguale lesbica. Perché l'Italia non ha ancora superato stereotipi simili? È una questione di arretratezza culturale?
R: Sì, è un problema culturale molto serio di un Paese che non è soltanto cattolico come l'Irlanda, la Spagna, e tanti altri. L'Italia subisce ancora in maniera sproporzionata quella che deve essere la legittima opinione religiosa con la laicità dello Stato. Il problema è che il calcio femminile è forse lo sport che subisce più di tutti la dittatuta dello stereotipo: siamo davanti a episodi discriminatori che non sono più accettabili nel 2015.
D: Maschilismo e omofobia a parte, quali sono gli altri problemi con cui si scontra il calcio femminile?
R:
La lista è lunga. Innanzitutto è assurdo che le donne non abbiano accesso al professionismo: per loro è previsto solo il dilettantismo (e non solo nel calcio). Una vera e propria discriminazione di genere.
La seconda cosa che voglio sottolineare è che alla atlete non sono riservati i diritti importanti: la tutela della maternità, come quella pensionistica, degli infortuni, della contrattualistica che hanno con i club.
D: Ci racconta qualche esempio di discriminazioni che le donne sono costrette a subire in campo o fuori?
R:
Certo, aneddoti di questo tipo purtroppo non mancano. I problemi del calcio femminile sono talmente seri che le ragazze nell'ultima finale di Coppa Italia (non stiamo parlando di un torneo dell'oratorio) hanno dovuto segnare da sole le linee del campo tra il primo e il secondo tempo per poter giocare la partita: il campo non aveva l'erba tagliata e i confini non erano stati tracciati. Un episodio del genere non è dignitoso. Vuole saperne un altro? Dalla serie B in giù nelle partite di calcio femminile l'ambulanza non è obbligatoria: è semplicemente consigliata. Una delle nostre prime battaglie, anche se sembra uno scherzo, è stata quella di rendere obbligatoria l'ambulanza almeno nelle partite di serie A.
D: Parliamo di guadagni.
R: Un altro tasto più che dolente. La maggior parte delle calciatrici italiane prende quello che è legittimamente inteso come un rimborso spese: il calcio non è la loro attività prioritaria, quella con cui si mantengono. Il guadagno economico delle donne in questo settore è assolutamente imparagonabile a quello dei calciatori. La maggior parte delle atlete non vive di sport. Le poche che riescono a fare del calcio la loro unica professione non possono accedere alla legge sul professionismo: il professionismo in Italia non è previsto per nessuna disciplina femminile. Tutte le atlete d'Italia, dalla prima all'ultima, sono dilettanti giuridicamente. Si rende conto del paradosso?
D: Come si conciliano sport femminile e maternità?
R: Se io sono una calciatrice, vivo di questo sport e guadagno 1200 euro al mese, se rimango incinta e la mia squadra mi manda a casa, io non sono tutelata. Il punto è questo. Invece, per tentare di demolire le nostre battaglie, dicono che noi vogliamo il professionismo a tutti i costi per far guadagnare alle ragazze cifre stratosferiche. Pensi che una giocatrice di basket di A1 ci ha detto che loro quando le ragazze della squadra vanno a firmare i contratti con il loro procuratore, lui dice loro due cose che non devono mai fare: andare in carcere e rimanere incinta. E questo sarebbe un Paese normale?
D: Davanti a un quadro simile, voi come associazione cosa chiedete? E come intendete procedere?
R: Faremo una protesta formale e chiederemo indubbiamente scuse pubbliche rispetto all'ipotesi completamente fantasiosa avanzata da Salerno. La nostra battaglia sui diritti delle atlete -non solo delle calciatrici - diventerà ancora più determinata perchè ci siamo rese conto che la situazione, dopo 15 anni di battaglie, è molto peggiore di quella che credevamo fosse. Nel 2015 ancora non è ancora chiaro che noi pretendiamo il rispetto dei diritti fondamentali, non parliamo di soldi. Parliamo di tutele.

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