9 Novembre Nov 2015 1218 09 novembre 2015

La democrazia torna in Birmania

Aung San Suu Kyi sembra aver trionfato nelle prime elezioni libere del Myanmar da 25 anni a questa parte. Ecco chi è la donna che con la sua rivoluzione pacifica ha sconfitto il regime militare.

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Aung San Suu-Kyi Visits Kawhmu During Campaign Trail

Se i dati dovessero essere confermati, la parola 'trionfo' non sarebbe usata a sproposito. Stando alle prime indiscrezioni sulle elezioni parlamentari birmane dell'8 novembre 2015, infatti, la Lega Nazionale per la Democrazia, guidata da Aung San Suu Kyi, avrebbe conquistato il 70% dei voti. Il dato sembrerebbe essere confermato dall'USDP, il partito attualmente al governo che ha già ammesso la sconfitta. Intanto, il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi invita alla calma e, in attesa dei dati ufficiali, non si sbilancia, pur lasciando trapelare un certo ottimismo. Un comportamento in linea con quello a cui ci ha abituato negli ultimi vent'anni, che l'hanno vista protagonista di una rivoluzione silenziosa condotta contro il regime militare che per oltre due decenni l'ha tenuta agli arresti domiciliari.

FIGLIA DI UN EROE NAZIONALE
Le traversie di Aung San Suu Kyi, d'altra parte, ebbero inizio fin dai suoi primissimi anni di vita. Nel 1947, quando lei aveva appena due anni, il padre, considerato dal popolo birmano alla stregua di un eroe per il suo ruolo nella conquista dell'indipendenza dalla Gran Bretagna, venne assassinato da un avversario politico. A quel punto la madre Khin Kyi divenne una esponente politica di primo piano, nonché ambasciatrice in Nepal e India. Aung San Suu Kyi, appena quindicenne, cominciò in quel periodo il suo peregrinare da un Paese all'altro, accumulando esperienze di studio nei più prestigiosi istituti inglesi e statunitensi. Negli Anni 70 lavorò per le Nazioni Unite, per poi dedicarsi all'attività di ricercatrice in letteratura birmana. Solo nel 1988 tornò in Birmania, dapprima con l'intento di aiutare la madre ormai anziana. Quasi in contemporanea, mentre il precedente regime militare si faceva da parte e la popolazione chiedeva a gran voce elezioni democratiche, diede vita alla Lega Nazionale per la Democrazia. Ma un nuovo colpo di Stato stroncò sul nascere il progetto democratico di Aung San Suu Kyi.

L'ANNO DEL NOBEL
Il nuovo regime militare temeva enormemente la popolarità di cui godeva Aung San Suu Kyi, e nel giro di un anno la condannarono agli arresti domiciliari con l'intento di tagliarla fuori dalla scena politica. Nel 1990 il regime indisse nuove elezioni: il partito di Aung San Suu Kyi ottenne una vittoria schiacciante, ma i militari invalidarono le elezioni. Nel 1991, in virtù del suo impegno costante e non violento, ispirato dai precetti di Gandhi, Aung San Suu Kyi venne insignita del premio Nobel per la pace. Il premio in denaro equivalente a un milione e 300mila dollari venne impiegato per lo sviluppo del sistema sanitario e scolastico in Birmania.

VENT'ANNI DI PRIGIONIA
Nel 1995 gli arresti domiciliari vennero revocati, ma Aung San Suu Kyi rimase prigioniera del suo Stato. Non poteva lasciare il Paese, perché in tal caso le sarebbe stato impedito il rimpatrio. Nel corso degli anni la comunità internazionale cominciò ad esercitare pressioni sempre maggiori sulla giunta militare birmana, ma la situazione, per certi versi, peggiorò: nel 2003 Aung San Suu Kyi rischiò di rimanere uccisa in un assalto armato condotto da un manipolo di militari. L'incidente diede il via a un altro periodo di detenzione domiciliare che si estese fino al 2010, anno in cui si tennero nuove elezioni a cui la Lega Nazionale per la Democrazia decise di non partecipare. Ma ora, nel 2015, la volontà popolare espressa nel 1990 potrebbe finalmente venire rispettata. E Aung San Suu Kyi vedrebbe realizzato il sogno di una Birmania finalmente libera.

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