3 Novembre Nov 2015 1709 03 novembre 2015

«Così ho salvato Tara Hudson»

Intervista a Cerian Jenkins, l'attivista LGBT che con una petizione ha evitato che una donna transessuale venisse rinchiusa in un carcere maschile.

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Tara Hudson.

In pochi giorni hanno raccolto 159.832 firme. E alla fine ce l'hanno fatta. Tara Hudson, 26enne transgender britannica, non dovrà trascorrere la sua condanna a tre mesi di carcere nella cella di un istituto penale maschile, rischiando abusi, maltrattamenti o persino la morte. All’inizio, per colpa della burocrazia, i giudici di Bath, la cittadina inglese dove la donna abita, l’avevano destinata a un penitenziario maschile, perché sul passaporto risultava ancora essere un uomo. Poi Cerian Jenkins, un'attivista LGBT che conosce personalmente Jackie Brooklyn, la madre di Tara, ha deciso di intervenire. Con la sua determinazione ed energia si è presa qualche giorno di ferie e ha iniziato a diffondere appelli a favore della salvezza di Tara. E la sua petizione, attivata sulla piattaforma Change.org, alla fine è servita. Due giorni fa, infatti, Tara Hudson è stata trasferita in una prigione femminile.

Cerian Jenkins.

DOMANDA: Cerian, che cosa pensa di questa vittoria?
RISPOSTA: Sono felice, abbiamo segnato un punto molto importante e restituito giustizia a una donna che, per colpa di un passaporto non aggiornato e per le fissazioni della burocrazia, rischiava grosso.
D: Come mai hai iniziato a seguire il caso di Tara?
R: Perché ho incontrato la madre, che era disperata ma non aveva assolutamente la forza di portare avanti da sola una battaglia del genere. Ho capito al volo che la decisione dei giudici andava a colpire i diritti umani fondamentali e metteva la ragazza in una posizione di pericolo, perché avrebbe potuto subire abusi e violenze sessuali, persino essere uccisa. A mio parere, in un carcere maschile era ad alto rischio sia sotto il profilo mentale sia sotto quello fisico.
D: Così ha scoperto la storia di questa ragazza…
R: Ci sono alcuni punti fondamentale nella sua storia. Ha vissuto tutta la sua vita adulta da donna, si è sottoposta per sei anni ad interventi di chirurgia ricostruttiva, è stata dichiarata donna dai medici, si è sottoposta a trattamenti di ormoni, a cure contro la depressione e si è lasciata aiutare dai servizi sociali. Ma poi, per scontare la sua pena, è stata spedita in un carcere maschile particolarmente pericoloso, visto che un’ispezione dello scorso anno l’aveva definito un luogo dove non si faceva abbastanza per proteggere i soggetti deboli. Tara era sicuramente tra questi.
D: Ma situazioni di questo genere sono frequenti in Gran Bretagna?
R: Secondo le informazioni che ho raccolto nelle prigioni britanniche, in media tra i 20 e i 30 transessuali sono rinchiusi in prigioni maschili.

Tara Hudson.

D: Si tratta di una categoria maggiormente a rischio rispetto alle altre? Perché?
R: Sono almeno 13 volte più in pericolo degli altri detenuti rispetto agli assalti sessuali. Secondo Amnesty International, poi, le persone che hanno questa storia personale sono spesso sottoposte a torture e maltrattamenti da parte di compagni di cella o guardie. E, soprattutto, rischiano dal punto di vista dell'equilibrio mentale. Molte ricerche parlano di un numero altissimo di suicidi tra i giovani che vivono situazioni del genere.
D: In fondo era questa la preoccupazione maggiore della mamma di Tara.
R: Quando l’ho sentita la prima volta ho capito che ero di fronte ad una donna distrutta. Per questo ho deciso di muovermi per lei, chiedendo all’opinione pubblica di firmare la petizione in nostro sostegno e scrivendo ai giudici di Bath che avevano deciso la condanna.
D: Una campagna che si è chiusa con un grande successo. Si ritiene soddisfatta?
R: Siamo davvero deliziati del risultato ottenuto, perché abbiamo convinto i giudici sul pericolo imminente che minacciava un essere umano. È fantastico rendersi conto che, come in questo caso, il sistema carcerario riesce a dare ascolto alla gente comune ed è pronto a cambiare le proprie decisioni in ragione di queste pressioni.
D: Quindi un risultato che potrebbe cambiare le cose, anche in futuro?
R: La battaglia non è chiusa. I membri della comunità transgender sono ancora oppressi ed emarginati, in ogni fase della loro vita. Dobbiamo continuare ad ascoltare la voce di queste persone e sostenerle, quando ci è possibile, nei momenti più difficili. Aiutare Tara e sua madre è stato un modo fondamentale per aiutare tutta la comunità, ma resta parecchio da fare.
D: Quale ricordo si porterà dietro di questa esperienza?
R: Alla fine ciò che ho preferito è stato vedere persone che non si conoscono impegnarsi a nostro favore. E, soprattutto, intervenire come un’unica forza, dimostrando dove può arrivare il potere della gente.

La stessa emozione provata da Emily Senft, una donna transessuale che è stata in prima linea con Cerian in questa iniziativa e ha dichiarato, commossa e felice: «Il supporto che abbiamo ricevuto è stato sorprendente. Abbiamo dimostrato che la comunità transgender può prendersi cura di chi si trova in difficoltà e agire per cambiare le cose inseguendo la giustizia».

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