27 Ottobre Ott 2015 1149 27 ottobre 2015

«Non ho nostalgia della satira in tivù»

Intervista a Serena Dandini, nelle librerie con il romanzo transgenerazionale Il futuro di una volta. Ecco che cosa ci ha detto la conduttrice su Roma, sui media e sulle unioni civili.

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Chissà se Serena Dandini, ogni tanto, prova nostalgia del suo passato televisivo, quando era alla guida di irreverenti programmi di satira politica? Lei, citando un suo amico argentino, dice di no, perché «nessuno potrà toglierci i tanghi che abbiamo ballato». La conduttrice e autrice oggi è impegnata invece in un tour in giro per l’Italia per far conoscere al pubblico, dal vivo, le ironiche storie di due donne protagoniste del suo romanzo Il futuro di una volta (Rizzoli, pp. 336, euro 19,50). Una nuova vita per lei, da scrittrice a tempo pieno e sostenitrice di nuovi talenti da scovare sul web, uno spazio ancora libero dagli interessi di bottega. Intanto, continua a battersi con forza per i diritti delle coppie di fatto e per la tutela delle donne. Ecco che cosa ha raccontato a Letteradonna.it.

DOMANDA: Perché leggere Il futuro di una volta?
RISPOSTA: Perché, come mi hanno detto le cavie preferite di ogni mio lavoro, ovvero le mie amiche del cuore, leggendolo «si ride e si piange». Mi sembra un buon motivo, no?
D: Quanto c’è di autobiografico nella storia?
R: Tutto. Credo che si possa scrivere solo di quello che si conosce. Anche se devo ammettere che certi personaggi arrivano dal nulla, si presentano e pretendono di essere raccontati. È la magia di questo meraviglioso lavoro.
D: La tv delle ragazze, Avanzi, Pippo Chennedy Show e L’ottavo nano. Programmi che hanno segnato una straordinaria stagione creativa. Oggi, invece, il panorama televisivo sembra molto stanco. Mancano gli autori?
R: Forse per inseguire gli ascolti sono stati trascurati i gruppi di lavoro. Dietro ai mei programmi c’era sempre una squadra forte e appassionata che tirava la carretta. A volte si vinceva, a volte no, ma dalle sperimentazioni nascevano sempre nuovi talenti e non c’è soddisfazione più grande per un autore.
D: Ha nostalgia di quel tipo di tv?
R: No, perché l'ho fatta. Un mio amico argentino mi ha insegnato questa meravigliosa frase: «Nessuno potrà toglierci i tanghi che abbiamo ballato».
D: I cambiamenti a livello comunicativo hanno tolto spazio a quel tipo di risata?
R: Credo che le cose migliori,  quelle meno banali e più sincere, oggi si trovino sul web. È lì che i nuovi talenti si stanno esercitando, perché è un luogo ancora libero da interessi di bottega e politiche varie. Ma per quanto ancora?
D: L'anno scorso è rientrata in Rai con il programma radio Stai Serena, poi chiuso. Quale è stato il motivo?
R: È stata una separazione consensuale. Volevo seguire questo romanzo in giro per l’Italia e incontrare il pubblico dei miei lettori finalmente dal vivo, fuori dalle scatole televisive e radiofoniche. Non sono pentita, perché si sta rivelando un’esperienza nuova e ricca di emozioni.

D: Con il libro Ferita a morte ha trattato il tema del femminicidio dando voce alle vittime della violenza. Secondo lei l’Italia sta facendo dei passi in avanti sul tema?
R: A livello legislativo le cose sono migliorate, ma bisogna fare ancora tanto. Bisognerebbe dare più forza e autorità ai centri anti-violenza, vera salvaguardia sul territorio, e intensificare il lavoro delle forze dell’ordine: come abbiamo visto, nonostante le ripetute denunce, non sempre riescono a mettere in sicurezza le donne.
D: Come migliorare?
R: Soprattutto, bisogna operare nelle scuole, perché la violenza nasce da una diffusa cultura di sopraffazione. Non c’è cambiamento che funzioni, se non si parte dalle nuove generazioni. Purtroppo gli stereotipi sono duri a morire e lo vediamo ogni giorno nei tanti casi di bullismo e omofobia che nascono dalla stessa mentalità.
D: Parliamo di Roma. Che sindaco sogna per migliorare la sua città?
R: Se non è bastato un 'marziano', non so veramente che cosa possa servire per raddrizzare questa città. Che, comunque, pur con tutti i suoi drammi, rimane la più bella del mondo!

D: Il rinnovamento passa dalla classe politica o da una presa di coscienza civile e morale dei cittadini?
R: Sicuramente i primi a dare il buon esempio dovrebbero essere i cittadini e i romani non sono ai primi posti delle classifiche per quel che riguarda l’educazione civica. Io proporrei un reintegro forzato di questa disciplina nelle scuole, magari con seminari aperti anche ai genitori.
D: Con sua figlia Adele, oggi regista, ha un rapporto da amica-confidente o più old style?
R: Io ho sempre optato per un old style moderato, non ho mai creduto troppo nel rapporto alla pari. Credo che il contrasto genitori-figli sia necessario e inevitabile per crescere. Non è un caso che il mio libro parli anche di questo.
D: Ha due matrimoni alle spalle. Oggi come vive l’amore? Crede ancora nell’istituzione del matrimonio?
R: Più che nel matrimonio credo nella condivisione e nell’amore. Con o senza certificato. Il mio rapporto più duraturo è quello attuale, senza giuramenti scritti. Ed è per questo che mi batto fortemente anche per i diritti delle coppie di fatto, ma mi sembra di capire che nel nostro Paese la strada è ancora lunga. D’altronde, se pensiamo che il nuovo diritto di famiglia è stato introdotto solo nel 1975, c’è poco da meravigliarsi.

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