20 Ottobre Ott 2015 1356 20 ottobre 2015

La colpa di essere donna

Il reportage del Fatto Quotidiano svela come vivono le siriane nei campi profughi turchi. C'è chi desidera fuggire in Europa, chi rimane per combattere e chi rivela gli orrori dell'Isis.

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Fuggire e cercare di rifarsi una vita in Europa o restare in Kurdistan per provare a ricostruire Kobane e sconfiggere il califfato del terrore? Le profughe siriane del campo di Suruç in Turchia si trovano di fronte a questa alternativa. Gli uomini, soprattutto i giovani e i padri con mogli e figli, sono già scappati verso la Grecia e se sono riusciti a imbarcarsi su un mezzo di fortuna hanno percorso a piedi tutti i Balcani fino ai Paesi nei quali è più facile ricevere accoglienza: Germania, Svezia, Svizzera e Danimarca. Se a inizio 2014 il  campo ospitava 470 tende per un totale di 4.500 persone, quasi tutte siriane curde, a metà 2015 le tende sono diventate 90 e i rifugiati circa 750, per lo più donne, bambini e anziani. Chi rimane lo fa perché non può andare via o perché ha scelto di contrastare l'avanzata dell'Isis.

«LA SIRIA È DIVENTATA INVIVIBILE»
Il Fatto Quotidiano è entrato nel campo profughi di Suruç e di Arin Mirkan per raccontare come vivono le donne che sono riuscite a scappare dalla furia degli estremisti dello Stato Islamico. «Non pensiamo che sia facile rifarsi una vita in Europa, ma provare è sempre meglio che non averla più», racconta Mizigin Yahyadab, siriana di 27 anni, fuggita da Kobane dopo l'assedio da parte dell'Isis. È diventata subito coordinatrice del posto. «A Kobane ero infermiera e mi occupavo dei feriti sulle vie di fuga. Per questo sia gli altri abitanti del campo sia l’amministrazione comunale si fidavano e hanno voluto me». Mizigin vorrebbe andare in Europa come tanti suoi coetanei siriani - «I giovani sono rimasti a combattere o sono partiti per la penisola balcanica», spiega agli inviati del giornale italiano - ma non può farlo perché deve occuparsi dei due fratelli maggiori disabili. Con la morte dei genitori in guerra è l'unica persona su cui possono fare affidamento i due uomini. «La Siria è diventata invivibile», riferisce la giovane. «Dopo quattro anni di guerre è a pezzi con intere zone rase al suolo dai combattimenti. L’economia del Paese sta crollando: le università sono state distrutte, i luoghi di lavoro pure. Chi rimane lo fa per combattere perché la vita si è fermata e in alcune zone l’Imam non canta più. I giovani o chi ha figli piccoli partono per ricostruirsi una vita prima che sia troppo tardi».

 «IL VIRUS DELL'EUROPA»
Non tutte le donne siriane mirano a fuggire dal Medio Oriente. Resmi Teriam, 42 anni, madre di otto figli, è contraria all'idea di lasciare il Kurdistan. «Non è etico abbandonare la resistenza: se ce ne andiamo tutti la Siria rimane in mano all'Isis», spiega Resmi che lavorava in un asilo che adesso non c’è più. «Uno dei miei figli andava all’università ad Aleppo. Quando la città è stata distrutta tutti i suoi amici sono partiti per la Germania e così lui ha voluto seguirli. È arrivato in autostop a Bodrum e da lì è riuscito a imbarcarsi non so come. Adesso è in Germania rinchiuso in un campo profughi dove nessuno parla la sua lingua. Credeva di trovare la terra promessa, ma dopo due mesi di viaggio si è ritrovato in una nuova prigione».

«LA COLPA DI ESSERE DONNA»
Huda Dayoob e Arin Feitoun, madri di giovani morti combattenti nella guerra contro il califfato, raccontano cosa significa scappare dagli orrori degli estremisti. «Avete un’idea di quello che fanno alle donne?», chiede Huda ai giornalisti de Il Fatto Quotidiano. «Le picchiano, le violentano, tagliano loro il seno e poi lo gettano in strada per mostrarlo alle altre donne curde come monito. Ci vogliono annientare perché siamo libere». E Arin aggiunge: «L'Isis è il male assoluto, quando passano loro non rimane più niente, come uragani di odio distruggono tutto. Mia nipote di appena quindici anni è stata stuprata, poi massacrata di botte. La sua colpa? Quella di essere donna».

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