15 Ottobre Ott 2015 1253 15 ottobre 2015

«Ecco l'Italia che nessuno vuole vedere»

Intervista ad Alessandro Borghi, protagonista di Non essere cattivo e Suburra, i due film che raccontano i lati più oscuri di Roma e delle sue periferie, tra tossici, boss e l'ombra di Mafia Capitale.

  • ...
ITALY-FILM-FESTIVAL-VENICE

Un perfetto cattivo, ma dal cuore buono. I grandi occhi azzurri sembrano dardeggiare rabbia, il corpo trasmette tensione allo stato puro e le labbra tremano spesso come quelle di uno psicopatico. Ma solo per fiction: tra Distretto di Polizia e Squadra Narcotici ma, soprattutto, nei recenti folgoranti ruoli cinematografici, Alessandro Borghi lo abbiamo visto feroce  e indimenticabile. Ma lui, tolti i panni d'attore, è un uomo composto e dolce, pacato ed elegante. Esattamente l'opposto dei suoi personaggi. Per questo il futuro è suo e di strada ne farà tanta in poco tempo. Intanto, potrebbe persino trovarsi col cuore in gola alla serata di consegna degli Oscar, dato che il film di Claudio Caligari, Non essere cattivo, è stato scelto per rappresentare l'Italia agli Academy Awards.

Alessandro Borghi nel character poster di Suburra dedicato a Numero 8.

DOMANDA: Allora, Borghi, non sappiamo ancora neppure se l'Italia ce la farà a entrare in  cinquina, ma intanto lei come si sente?
RISPOSTA: Io semplicemente non ci credo. Però sono convinto che questa candidatura è la dimostrazione che in Italia si possono fare anche film piccoli che poi vanno a festival come quello di Venezia e persino all'Oscar, alla faccia di produzioni danarose distribuite in moltissime sale e che invece non vanno da nessuna parte.
D: Vuol dire che non se lo sarebbe mai aspettato?
R: Mai, e non ci dormo la notte. Ma, comunque vada, per me è stato un regalo essere coinvolto in questa impresa. Sapevo di aver fatto una grande cosa, non un film qualunque ma un film con un regista capace non solo di raccontare storie, ma anche di entrarci dentro. Essere accolto a Venezia e premiato con il NuovoImaie Talent Awards è stato il massimo. E se mi avessero chiesto per quale film avrei voluto essere premiato, avrei scelto proprio questo.
D: Come ha lavorato per questo piccolo grande film da Oscar?
R: Come non avevo mai fatto prima. Al fianco di Luca Marinelli abbiamo svolto un lavoro soprattutto su noi stessi, passando molto tempo insieme per cercare di arrivare sul set con l’empatia che serve ai due personaggi per essere credibili come amici fraterni. La differenza tra questo film e molti altri è che qui non dovevamo raccontare la realtà, ma essere la realtà.

Alessandro Borghi in Suburra.

D: E in Suburra invece?
R: In Suburra, a cui ho lavorato immediatamente prima, trattandosi di un film di intrattenimento, ho tentato di avvicinarmi alla realtà il più possibile. Ma nel film di Caligari non dovevo solo avvicinarmi: l'obiettivo era essere la realtà. Non recitare un personaggio ma essere il personaggio.
D: Com'è stato lavorare con Caligari?
R: Nessuno sa raccontare come lui il mondo dei tossici, dei disperati, di quelli che una via di fuga la cercano e di quelli che ci hanno rinunciato. Claudio Caligari, morto troppo presto, aveva già portato la realtà al cinema in L’odore della notte e Amore tossico. Questo Non essere cattivo era una sorta di terzo capitolo di quella trilogia, fatta di storie che sembrano documentari anche se non lo sono.
D: Un passo gigantesco dai tuoi inizi?
R: Direi di sì. Io sono partito facendo il modello, per fare qualche soldo. Poi mi sono iscritto all'università, a Economia, e per caso ho cominciato a fare lo stuntman. Poi, sempre per caso, un agente mi ha notato all'uscita dalla palestra e mi ha proposto un provino per Distretto di Polizia. E da lì tutto questo percorso di attore è cominciato con le serie tv. Trovarmi ora protagonista di un film che l'Italia candida all'Oscar è un passo gigantesco. E vorrei che l'Italia di Caligari, che nessuno vuol vedere, venga finalmente osservata.

Greta Scarano e Alessandro Borghi in Suburra.

D: Chi è, invece, l'uomo che interpreta in Suburra, storia senza eroi positivi all'orizzonte e che zooma sul sistema malavitoso che ha tenuto in pugno per anni la Città Eterna?
R: Sono Numero 8, un invasato, uno che non lavora con la testa, non lavora in modo raffinato come gli altri, ha solo un'enorme bisogno di potere. Un cattivo terrificante, uno che un attimo primo ti parla come un amico e l'attimo dopo ti sgozza. A volte non si capisce se è assente o lungimirante. Ha anche un suo risvolto romantico, anche se ama senza dirlo. L'ho interpretato concentrandomi solo sull'obiettivo che lui si è prefissato.

D: Ma cosa pensa della rappresentazione di Roma a cui il film rimanda? Aveva letto il libro da cui il film parte?
R: Sergio Sollima, il regista, non voleva che leggessimo il romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, perchè il romanzo ha tinte molto forti, anche fumettistiche. Ma io, di nascosto, un'occhiata l'ho data e ho capito che dovevo lavorare sui dettagli e sulle sfumature per rendere il vero ancora più vero, anche quando sembrava irrealistico. E, purtroppo, non lo era. Non a caso il film è decisamente profetico, alla luce degli ultimi scandali. Chi lo vedrà penserà di riconoscere in molti personaggi uomini reali.
D: In che senso?
R: È tutto reale, anche se le tinte sembrano eccessive. Io stesso non ho lavorato solo di fantasia per costruire il personaggio del mio criminale, che vuole trasformare Ostia in Las Vegas.
D: Lei a Roma ci è cresciuto. Questo come l'ha influenzata?
R: Io, nato e cresciuto a Roma Sud, alla Garbatella, posso parlare di ciò che conosco. Ho attinto ai miei ricordi da ragazzo perché  tante di quelle realtà le ho vissute, le vivo, so che esistono e che cosa significano. Se dovessi interpretare un milanese, andrei almeno per sei mesi a Milano per capire di cosa devo parlare, per cogliere il clima, l'atmosfera, il luogo.
D: Come ci si prepara per  entrare nei panni di personaggi così lontani da lei?
R: Io sono un ragazzo di 29 anni che cerca di fare l'attore nel migliore dei modi possibili. Erano lontani da me anche i personaggi delle serie tv, ma ho cercato ricordi reali, miei o di persone che hanno sfiorato la mia vita, per ispirarmi a qualcuno. Dopo tanta tv, adesso finalmente faccio quello che mi piace, cioè il cinema, cercando di ispirarmi a ciò che conosco. Ma adoro i cattivi.
D: Perché?
R: Perchè proprio la distanza da me mi aiuta ad esercitarmi nel mestiere di attore: più posso esplorare universi mentali che non mi appartengono più mi diverto. Meno i personaggi mi somigliano, più la partita si fa interessante.
D: Che cosa è per lei l'amore? Per i suoi personaggi spesso è anche violenza.
R: È vero, i miei personaggi violenti hanno un risvolto romantico. Dimostrano l'amore con la violenza. Nella mia vita ho visto tante persone che amano qualcuno ma non lo dicono. Anzi, fanno di tutto per far capire il contrario. Io non sono tra queste. Penso di saper dimostrare il mio amore.

Alessandro Borghi e Claudio Amendola in Suburra.

D: Ha lavorato sempre in storie poliziesche e molto nere. Non ha avuto paura di restare incastrato in questo tipo di ruoli?
R: No, in realtà no. Certo, mi è capitato di rifiutare alcuni ruoli, ma sono sempre stato abbastanza attento a non fare cose che si somigliassero troppo tra loro. O, meglio, se si somigliavano, il mio ruolo era comunque diverso.
D: Cioè?
R: Ad esempio, in Roma Criminale interpretavo un commissario di polizia, in Suburra sono un vero delinquente e nel film di Caligari un disperato senza legge.
D: Preferisce il cinema o la tv?
R: Preferisco il cinema, ma amo moltissimo la tv delle serie americane. Serie straordinarie, pensate e ripensate, costruite al dettaglio, con i soldi e i tempi per farlo.
D: La sua serie preferita?
R: Breaking Bad, la più bella mai vista sino ad ora. Ma qui da noi è impossibile, credo, realizzare qualcosa del genere.

D: Perché?
R: Si cerca sempre di fare il minimo indispensabile, per raggungere il compromesso che possa accontentare tutti. Così non si fanno mai capolavori. Mi è capitato spesso di leggere dei progetti in fase embrionale meravigliosi sulla carta e che poi si sono trasformati e ridotti a ben poco. Quando cominciano a metterci mano troppe persone, le cose perdono di autenticità e peggiorano ad ogni livello.
D: Progetti prossimi venturi?
R: Sto girando con l'esordiente Michele Vannucci e termineremo a fine ottobre. Il film è ispirato alla storia vera di un uomo che ha avuto un processo di redenzione molto importante dagli Anni 80 a oggi. Una storia sul peso del destino ambientata nella borgata romana. Il tema è quello della libertà di scelta, della libertà di decidere il proprio destino a prescindere da quello che la vita impone, da quello che capita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso