13 Ottobre Ott 2015 1852 13 ottobre 2015

Insieme contro l'acido

Lucia Annibali, sfregiata dall'ex fidanzato, ha incontrato Stefano Salvi e Pietro Barbini, le vittime di Martina Levato e Alexander Boettcher. «Voglio presto aiutare dove posso».

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Il primo contatto è stato nel marzo del 2015, quando Lucia Annibali ha chiamato al telefono i genitori di Stefano Savi. Poi sono arrivati gli incontri privati. Ora per la famiglia del giovane sfregiato con l'acido dalla coppia formata da Martina Levato e Alexander Boettcher l'avvocatessa che ha subito la stessa sorte per colpa del fidanzato è diventata un angelo insostituibile. «È una donna forte e generosa», ha raccontato Alberto Savi. «Ci insegna che ci vuole fiducia. Ci è vicina, lontano dalle telecamere e dalle chiacchiere».

DALL'ORRORE AL RITORNO ALLA VITA
La vita dell'avvocatessa di Pesaro è cambiata per sempre la sera del 16 aprile 2013 quando un uomo, mandato dall’ex compagno Luca Varani, le ha gettato in volto dell'acido solforico. Da allora Lucia Annibali ha dovuto affrontare decine di interventi, ha dovuto accettare la nuova donna che vedeva allo specchio e ha dovuto imparare a convivere con il dramma che le era capitato in sorte. Con Giusi Fasano, giornalista del Corriere della Sera, ha scritto un libro dal titolo Io ci sono, in cui ha raccontato una storia d'amore che d'amore non era. Era violenza, sopraffazione che è degenerata fino al punto di non ritorno dell'agguato con l'acido. «Anche se può sembrare strano ora sono più consapevole, più forte, più determinata, più coraggiosa e anche più bella», ha scritto Lucia Annibali. «Ho una pelle nuova, una vita nuova, vestiti più belli e tanti posti dove stare quanti sono i miei amici». Grazie all'equipe del chirurgo plastico Edoardo Caleffi l'avvocatessa è riuscita a tornare a stare bene con se stessa.

IN AIUTO DELLE ALTRE VITTIME
Da quando è stata sfregiata dal suo ex fidanzato, Lucia Annibali ha dedicato il suo tempo e le sue energie a stare vicino a chi ha subito il suo stesso destino. È diventata un elemento portante di una struttura di sostegno nata nelle corsie del reparto Ustioni dell’ospedale di Niguarda a Milano. Qui ha incontrato più volte Stefano Salvi e Pietro Barbini. Qui ha cercato di spiegare ai genitori di questi ragazzi l'importanza della vicinanza della famiglia di fronte a un dramma del genere. Qui ha insegnato alle vittime della follia che il tempo, come gli amici, i parenti, i medici, sono alleati nella lotta per tornare a vivere.

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