9 Ottobre Ott 2015 1225 09 ottobre 2015

«Mi vergognavo dell'urlo di mio papà»

Intervista a Sara Tardelli, figlia del campione del mondo Marco. Che ci racconta la sua carriera da giornalista e lo stretto rapporto con il celebre genitore.

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saratardelli

Sara Tardelli è l’orgogliosa figlia di un campione del Mondo. Marco Tardelli, simbolo dei Mondiali 1982, calciatore dal guizzo felino che ha segnato goal pazzeschi. Uno su tutti? Quello con il leggendario 'urlo' che ha portato l’Italia in cima al mondo. Ma Sara Tardelli non è solo la figlia di Marco Tardelli: è una giornalista impegnata, attenta e garbata, per nulla «saccente», come l’ha invece definita Aldo Grasso, che si è formata nella scuola giornalistica di Gianni Minoli. Fiera di suo padre, «soprattutto perché è una persona onesta, e non mi sembra tanto scontato in questo momento», confessa a Letteradonna.it i tanti aspetti del suo carattere che ricordano il suo genitore. «Sembriamo estremamente spavaldi, ma in realtà non è esattamente così. Siamo grintosi allo stesso modo. Purtroppo non siamo capaci di essere un po’ più morbidi, di arrotondare gli angoli». E poi c’è una dedica speciale che lui le ha scritto su una foto che tutti, ma proprio tutti, vorremmo appendere in casa.


DOMANDA: Può raccontarci i suoi inizi nell’ambito giornalistico?
RISPOSTA: Lavoro ormai da 16 anni. Ho seguito un percorso professionale completo ed estremamente vario. Ho iniziato a Torino, come assistente per Rai Educational, sotto la direzione di Giovanni Minoli. Ho scritto, girato e montato. La scuola di Minoli ti insegna a fare un po’ di tutto e ad avere un’idea più chiara su come funziona quella scatola che adesso è diventata piatta.
D: Quando è arrivata la radio?
R: Ho fatto l’autore per due anni nel programma Mix 24 a Radio 24. Mi occupavo de La quota rosa, ero la voce femminile della prima ora. Gli anni in radio con Giovanni sono stati i più importanti della mia carriera professionale. La mia formazione fondamentale è arrivata lavorando con lui.
D: «Sono ragazze che sanno che c’è solo quello che ti conquisti con il lavoro. È la generazione dopo di quelli che pensano che qualcuno ti aiuta», ha dichiarato Ginni Minoli riferendosi a lei.
R: Esatto, quello che lui ti insegna è che non devi mollare mai, neanche sulla più piccola cosa che stai seguendo. Devi fare sempre tutto con la massima serietà: dalle fotocopie a un tweet, fino ad un intervento in radio. È molto duro e giustamente vuole il massimo. Pretende la passione.
D: Qual è stato il consiglio umano più importante che le ha dato Minoli e che si porterà sempre con sé?
R: Il rispetto per le persone a cui ti stai rivolgendo, perché il telespettatore e il radioascoltatore stanno usando il proprio tempo per seguirti. Bisogna essere umili e il più preparati possibile per poter dare il massimo. Poi, sicuramente, la vocazione verso uno stile più da servizio pubblico. Minoli è sempre stato il paladino e uno degli ultimi sostenitori di un’idea di servizio pubblico onesto, vero, di formazione culturale di un intero paese e della sua identità.


D: Come sta andando la nuova avventura a Rai Sport nella trasmissione sportiva L’istruttoria, condotta da Enrico Varriale?
R: Ho iniziato ad agosto con la partenza della stagione calcistica. È il primo anno che lavoriamo insieme ed è una bellissima esperienza, soprattutto perché amo lo sport. Sono felicissima. E poi con Rai Sport collaboro già da un po’ di tempo. Faccio La Giostra dei Goal su Rai Italia, che ora è condotta da Sabrina Gandolfi.


D: Com'è lavorare con gli altri colleghi dello studio?
R: Mi trovo molto bene. Non immaginavo di poter stare con delle persone così carine, non è scontato. Gli altri ospiti della trasmissione, da Andrea Balzanetti a Piercarlo Presutti fino a Paolo De Paola, sono tre giornalisti di grande esperienza e tre uomini davvero simpatici.
D: Può essere difficile lavorare in un ambiente così maschile?
R: È facile lavorare in un ambiente dove c’è tanta, tanta, tanta qualità. Non importa se viene da uomini o da donne. Penso che, se ti comporti in maniera naturale ed equilibrata, essere donna non deve essere considerato un handicap. Oggi non più, non credo proprio.
D: Aldo Grasso ha criticato la trasmissione definendo i suoi interventi «saccenti». Si lascia influenzare dalle critiche?
R: La sua è un’opinione personale che rispetto, ma non è un giudizio tecnico. So che molto spesso posso apparire diversa da come intimamente sono, quindi evidentemente devo cercare di stare più attenta. Devo lavorare e comunicare meglio quello che voglio trasmettere al pubblico.
D: Com'è essere figlia di un campione del Mondo? È mai stato un ostacolo?
R: Francamente non me la sento di fare la vittima. Sono molto orgogliosa di mio padre, soprattutto perché è una persona onesta e non mi sembra tanto scontato, soprattutto in questo momento. Mi avrebbe creato un ostacolo, un problema o un peso solo se fosse stato un uomo disonesto. Sono molto felice di vedere come ogni volta viene accolto da tutti con tanto affetto.
D: In quale parte del suo carattere assomiglia di più a suo padre?
R: In tantissimi aspetti. Più passa il tempo, più mi accorgo di assomigliare a lui. Abbiamo tante cose in comune. Ad esempio, sembriamo estremamente spavaldi, ma in realtà non è esattamente così. Siamo grintosi allo stesso modo. Purtroppo non siamo capaci di essere un po’ più morbidi e di arrotondare gli angoli.


D: Com'è cambiato e cresciuto il vostro rapporto, da quando era una bambina ad oggi?
R: Tanto. Anche se, in realtà, con il fatto che i miei genitori si sono separati quando io ero abbastanza piccola, da subito tra me e papà si è impostato un rapporto molto diretto, proprio perché non c’era la dimensione famigliare classica, con la mamma. Fin dall’inizio c’è stato un rapporto maturo, non mi trattava come una bambina. Con me era un padre razionale e tanto affettuoso. Ed ora che è tornato in Italia ci vediamo più spesso, molto di più di quando ero piccola.
D: Quante volte le ricordano l’urlo di suo padre?
R: Tante, incredibilmente tante. All’inizio mi vergognavo molto, al punto che quando mi chiedevano se fossi figlia del giocatore io rispondevo di no, che era un’omonimia. Quando mio padre lo ha scoperto ci è rimasto malissimo. Da quel giorno ho capito che stavo facendo una cosa terribile, non mi dovevo vergognare e ho iniziato a dire di sì.
D: L’aneddoto più divertente legato a quel memorabile goal?
R: Tutti hanno ricordi di allegria e felicità, legati a quell’urlo, come quella volta che una Signora mi ha detto: «Io ho dato il primo bacio al ragazzo che mi piaceva della scuola perché avevamo scommesso che se vinceva l’Italia ci saremmo baciati».
D: Conserva una foto dei Mondiali del 1982?
R: L’unica foto che abbiamo è di lui che bacia la Coppa del Mondo. Una fotografia molto grande e bellissima, che desideravo da morire fin da bambina, ma lui mi ha sempre detto di no. Invece il giorno del mio diciottesimo compleanno me l’ha regalata con una dedica speciale: «Dopo te e Nicola», che è mio fratello, «è stata la cosa più bella che ho fatto nella mia vita per ricordarti che i sogni si possono avverare».
D: Per quale squadra tifa?
R: Voglio raccontare il calcio e lo sport, tifo per le squadre quelle che giocano bene, lottano. Ovviamente sono legata alla Juventus per tanti bei ricordi. Mi piace tutto lo sport in generale, mi entusiasmo anche quando vince la Roma in Champions League.
D: Quale sport pratica?
R: Un po’ di tutto. Ho giocato anche a calcetto, ma ero abbastanza scarsa.

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