8 Ottobre Ott 2015 1845 08 ottobre 2015

Spot tivù contro la jihad

Il governo francese ha lanciato una campagna per fermare il flusso di giovani diretti in Siria a combattere. I testimonial sono i genitori (e un fratello) dei ragazzi e delle ragazze scappati.

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STOP DJIHADISME

Véronique, Baptiste, Seliha, Jonathan sono quattro cittadini francesi che hanno deciso di mettere il loro volto e la loro voce a servizio di migliaia di altre persone. Con emozione e dolore hanno deciso di aderire alla campagna tivù voluta dal governo dal titolo Stop Djihadismeper cercare di porre un freno alla grande quantità di giovani che abbandonano la Francia per andare a combattere in Siria.

VÉRONIQUE
«La cosa terribile è che non ci saremmo mai, mai aspettati una cosa del genere». L'ultima volta che è stata insieme a suo figlio Véronique ha trascorso un bel weekend in famiglia. «Mio figlio amava la musica, lo sport. Siamo stati insieme a fare le crêpes e tante altre attività. Il giorno dopo semplicemente non c'era più». Véronique pensava di essere al sicuro quando sentiva parlare di ragazzi che abbandonavano la Francia per andare in guerra in Siria. La sua famiglia è una famiglia per bene, socialmente privilegiata. E invece anche loro hanno dovuto subire il dolore della scomparsa di un figlio e il dramma dell'isolamento in cui vengono gettate le famiglie degli jihadisti. «Solo un mese dopo la sua fuga abbiamo scoperto che era in Siria. Non sappiamo però dove sia esattamente. È orribile perché io vorrei solo sapere come sta e andare ad abbracciarlo», racconta emozionata Véronique. E ancora: «Non è facile raccontare, le persone ti guardano male, non capiscono, ti accusano, ma il peggio è proprio restare soli».

BAPTISTE
Baptiste ha una figlia di 17 anni. Il suo nome è Lea. «Il giorno prima che partisse avevamo passato dei bei momenti assieme», ricorda in tivù il padre. «È partita uscendo di casa solo con uno zaino e una sciarpa e non è più tornata. Ha solo chiamato qualche giorno dopo dicendoci che era in Siria». Ma Lea ha fatto di più: si è sposata con un portavoce dell'Isis e ha avuto da lui un figlio. Forse cercava una vita diversa, ma per i genitori ha solo trovato l'inferno anche se «in una guerra è riuscita a creare una vita«, ha ammesso Baptiste. «Non siamo i genitori di una terrorista. Siamo delle vittime». Ed è così: troppo spesso le famiglie sono vittime di una realtà che non si sarebbero mai aspettati e che si trovano a dover gestire da soli, senza riuscire a superare il dolore della perdita di un figlio.

SELIHA
Sabri, 19 anni, è morto. Da martire secondo l'ideologia jihadista. Sua madre, Seliha, l'ha saputo per telefono dopo anni dopo la fuga del figlio in Siria. «Un giorno un numero straniero mi ha chiamato. Speravo fosse mio figlio. Invece era un uomo che mi annunciava la morte di Sabri senza neanche pronunciare il suo nome, ma dicendomi di gioire perché mio figlio con il suo nome da combattente era morto da martire». Seliha sapeva già che non avrebbe mai rivisto suo figlio. Per lei il messaggio che Sabri le mandò comunicandole che era in Siria significava che era morto. E così poi è stato. «Poco importa la classe sociale o la religione. Può succedere a tutti».

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