17 Settembre Set 2015 1210 17 settembre 2015

«Lasciate rischiare i vostri figli»

A Pordenonelegge 2015 abbiamo incontrato la psicologa Silvia Vegetti Finzi. Oltre a raccontarci il suo ultimo libro, Una bambina senza stella, ha voluto dare qualche consiglio sul rapporto genitori-figli.

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A Pordenone è iniziata Pordenonelegge, la festa del libro che vede la partecipazione degli autori in programma dal 16 al 20 settembre. Molti gli scrittori presenti, e molte anche le scrittrici, che per cinque giorni presenteranno le proprie novità letterarie o parteciperanno a dibattiti e scambi di opinione. L’attualità e la contemporaneità sono al centro di questa edizione, inaugurata da Daniel Pennac. Tra i primi appuntamenti, uno dei più stimolanti è stato quello con Silvia Vegetti Finzi, psicologa clinica, autrice e insegnante, che si è sempre occupata di bambini e che nei suoi libri ha sempre dato molti consigli ai genitori.

UNA BAMBINA SENZA STELLA
A Pordenonelegge ha presentato un lavoro inedito, un libro tra il romanzo e il saggio, che prende le mosse dalla sua storia personale per arrivare a raccontare non solo le difficoltà, ma anche le risorse interiori dei più piccoli. L'autrice di Una bambina senza stella (Rizzoli, pp. 240, 18,50 euro) è nata nel 1938 nell’Italia delle leggi razziali, da madre cattolica e padre ebreo. Un destino segnato da un cognome che la portò a vivere un’infanzia difficile, e che nel libro è rievocata da lampi della memoria commentati con una riflessione competente e partecipe. Vengono svelate le segrete sofferenze dei bambini, spesso colpiti dai traumi della separazione, dell’indifferenza e del disamore. LetteraDonna.it ha incontrato Silvia Vegetti Finzi per farsi raccontare la sua storia, ma anche per capire qualcosa di più sulla psicologia dei bambini.
DOMANDA: Come nasce questo libro?
R: Nasce da un bisogno di giustizia. Per me, il miglior modo per far giustizia è stato condividere il dolore di una bambina. Ho deciso di partire dalla mia storia perché penso che non ci sia miglior testimonianza se non quella che parte da sé e l’infanzia è sicuramente la parte più intima di sé.
D: Scrivere la propria storia e raccontare i propri traumi è stato più difficile o più liberatorio?
R: Entrambe le cose. Molto difficile, ma anche liberatorio. Come dice Christa Wolf: «Io capisco solo ciò che condivido».
D: Senza quel contesto fatto di guerra e persecuzioni razziali, le cose sarebbero state diverse per lei?
R: Probabilmente sì, siamo tutti figli della nostra storia. Il sé più vero è la propria infanzia. Se mutano le condizioni dell'infanzia, si muta ciò che poi si diventerà. Nonostante un simile scenario, però, il libro non è una valle di lacrime. A volte si ride anche.
D: Com’è stato il rapporto con sua madre?
R: Mia madre è stata una non-mamma per una non-figlia. Esattamente il contrario della santificazione o della demonizzazione della figura materna. Esistono tante donne che non si sentono madri ed è stato così anche per la mia.
D: E come ha fatto a sopravvivere a questo tipo di rapporto?
R: Me la sono cavata grazie agli amici, all’ironia, la fantasia e il realismo. Il messaggio che voglio trasmettere con il mio libro è proprio questo: i bambini di oggi non vengono mai esposti alla vita, vengono trattati come i fiori di una serra. Questa di adesso è la prima generazione che non conosce le ginocchia sbucciate.
D: Quindi i bambini possono farcela da soli?
R: I bambini hanno le risorse per salvarsi, hanno un patrimonio vitale del tutto particolare. C'è un progetto di vita forte che li regge. Hanno la fantasia e il realismo infantile. Non sanno di essere bambini e quindi hanno tutta la vita davanti a sé su cui investire. Perciò sono realistici, pratici. Noi adulti abbiamo invece già visto situazioni difficili o vite degli altri migliori o peggiori delle nostre. Loro invece no.

D: Cosa dovrebbero fare allora i genitori di oggi per aiutarli in questo?
R: Il mio invito ai genitori è di concedere ai figli più possibilità di rischiare. Senza rischi non si cresce. È necessario che i genitori cedano il testimone man mano. Ovviamente parlo di rischi ragionevoli, che variano da bambino a bambino e che il genitore sa valutare. Un margine di rischio per crescere è imprescindibile.
D: E quando diventano adolescenti?
R: Anche in quel caso è importante costruire una rete sociale. Le famiglie devono accogliere gli adolescenti, anche quelli degli altri. Sarebbe opportuno creare dei collettivi di famiglie, in modo che i genitori si sentano genitori non solo dei propri figli, ma anche dei loro amici. I ragazzi devono sentirsi accolti dagli adulti, non giudicati o respinti.
D: Come ci si dovrebbe comportare dunque con quegli adolescenti che trasgrediscono?
R: Lo fanno perché hanno paura di essere giudicati. Però i giovani hanno bisogno di trasgressione, per essere preparati alla vita. Funziona come il corpo umano con le malattie: chi non ha mai fatto degli errori è del tutto esposto alla disperazione. Spesso proponiamo ai nostri figli ideali troppo alti che poi non sono in grado di raggiungere. Così non si sentono all’altezza.
D: Che poi è la condizione di molti giovani oggi.
R: Esatto, quella di oggi è la generazione niet: non studia e non lavora. Il 20% dei giovani è in questa situazione. Non si sentono all'altezza della competizione che si crea nella società. Per gli specialisti come me, una volta il problema era la protesta, il conflitto. Basti pensare ai giovani cresciuti nel ’68. Oggi invece è il conflitto con sé stessi, conflitto che perdono in partenza. È difficile tirarli fuori dalla propria camera.
D: I ragazzi oggi per che cosa soffrono di più?
R: Per la separazione dei genitori. Anche se si adeguano alle famiglie composte da fidanzati, patrigni o madri acquisite, nelle profondità della loro mente rimane l’idea della loro famiglia d’origine. I ragazzi vogliono la loro mamma e il loro papà e solitamente c’è una grande mancanza della figura paterna. Che a volte diventa una vera e propria attesa del padre, anche se non è stato perfetto.
D: Parliamo di educazione. Ultimamente si parla molto, e a sproposito, di teorie gender nelle scuole. Che cosa ne pensa?
R: Non sono aggiornata sulle teorie gender, però, per quanto riguarda l’educazione sessuale, penso che in generale sia importante rispondere alle domande del bambino senza sovrastarlo, lasciando che i bambini si facciano la loro idea attraverso l'esperienza. Esiste un margine di silenzio, di sospensione. È giusto che i bambini si formino anche con le proprie risorse. Il giudizio se lo devono fare da soli e poi la famiglia certamente lo dimostra vivendo i propri valori.
D: Le immagini dei migranti di queste settimane ritraggono spesso i bambini. Che cosa stanno vivendo secondo lei?
R: Sono traumatizzati e i loro volti raccontano lo sgomento di vivere un’esperienza che non si comprende. Dovranno trovare il senso di questi traumi.
D: E come ci riusciranno?
R: Dovranno dare forma del racconto di ciò che accade, in modo che quello che hanno sofferto abbia un valore. Bisognerà far capire loro quale sia la finalità, quali sono le esperienze abbandonate e quali quelle affrontate, declinare nel tempo, trovare le parole. Quello che in futuro diventerà narrazione, perché non è importante la vita che abbiamo vissuto, quanto quella che ci siamo raccontanti.

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