15 Settembre Set 2015 1617 15 settembre 2015

La cattiveria delle donne è complessa

Parola di Diablo Cody, la sceneggiatrice premio Oscar con un passato da stripper e autrice del film Dove eravamo rimasti, in sala dal 10 settembre. Ecco la nostra intervista.

  • ...
url

Diablo Cody ha 37 anni, quasi 3 figli, una pelle tatuata, occhi azzurro intenso e capelli rosa che però potrebbero cambiare colore da un giorno all'altro. Si è laureata giovanissima in scienze della comunicazione ed è sempre stata una lavoratrice indefessa, quale che fosse il suo mestiere: segretaria, spogliarellista, blogger di successo, scrittrice per caso, sceneggiatrice premio Oscar (per Juno, di Jason Reitman), regista (Paradise, 2003). Registrata all'anagrafe come Brook Busey, nata a Chicago nel 1978, il nome d'arte se l'è scelto per caso, dopo un viaggio fino a Cody, nel Wyoming. Insomma, una di cui finalmente si può dire che non somiglia a nessun'altra.

DOVE ERAVAMO RIMASTI
L'irrefrenabile Diablo ci trascina di nuovo in un film da lei scritto, diretto da un altro Premio Oscar, Jonathan Demme, e interpretato da una Meryl Streep da urlo in versione rockettara. Appena arrivato nei cinema italiani, il titolo Dove eravamo rimasti gioca sulle nostalgie e sugli scherzi della memoria ma, trattandosi di Diablo (oltre che di un regista come Demme, s'intende), bisogna aspettarsi qualcosa di imprevedibile. Discorso valido anche per la versione live action di Barbie a cui sta già lavorando.

DOMANDA: Terzo figlio ed ennesimo copione. Oggi che non è una sconosciuta qualsiasi ma un Premio Oscar molto ricercato, quanto è cambiata?
RISPOSTA: Molto, è naturale cambiare. Farei a meno persino del nome Diablo, scelto perché dark e perché volevo nascondermi dietro uno pseudonimo forte, in modo che i miei genitori non sapessero ciò che scrivevo. Ma ormai tutti mi conoscono come Diablo. Di certo non tornerei mai indietro, senza ripetere ciò che ho fatto nel passato.
D: 37 anni sono troppi per tornare allo striptease?
R: Non solo per quello. Ma devo ammettere che mi fa davvero rabbia l'idea che un maschio anche della mia età possa fare lo spogliarellista e diventare protagonista di un film come Magic Mike senza che nessuno abbia nulla da ridire. Una donna invece viene sempre attaccata.
D: Perché allora non tornerebbe indietro?
R: Perché quello dello strip o delle chat erotiche  è un mondo volgare e degradante per una donna. Certo, d'altra parte è stata un'esperienza davvero utile, che mi ha liberato da un sacco di inibizioni e mi ha reso più libera. Ora mi sento una specie di antropologa della sessualità. Da quella esperienza durata poco più di un anno, poi, è venuto fuori un libro che è diventato un bestseller, Candy Girl. A year in the Life of an Unlikely Stripper.
D: Però non ha mai smesso di scrivere. È la cosa che ama di più?
R: Forse quella che so fare meglio. Di certo quella che amo di più. Ogni mattina mi sveglio pensando a quanto sono fortunata a poter lavorare facendo la cosa che mi piace di più. Una cosa che per me ha della magia. Ero già brava a scrivere ai tempi della scuola, anche se i prof non amavano affatto i miei azzardi linguistici.

D: Qual è stato il passaggio successivo?
R: Ho cominciato a scrivere sui blog, quando lavoravo a Chicago, in uno studio legale, come segretaria. Avevo cominciato a scrivere una sorta di diario pieno di elementi piccanti. Poi, quando mi sono spostata dallo studio al locale di strip e da segretaria ho cominciato a fare la spogliarellista, ho scritto di quello. Poi del telefono erotico per cui ho lavorato. E via dicendo, sino appunto a Juno e all'Oscar.
D: Passando dagli studi legali ai locali di  strip e da lì a Hollywood ha trovato molto sessismo e pregiudizi nei confronti delle donne?
R: Ho sperimentato il sessismo ovunque. E non solo negli strip-club ma persino nello studio legale in cui lavoravo. In certi luoghi, almeno, il rapporto tra uomo e donna è chiaro: in un locale di spogliarello sai quali sono i ruoli e le parti da interpretare, che piaccia o meno. Altrove è peggio. Ma la discriminazione verso le donne è dappertutto. Purtroppo esiste ancora anche nel cinema, in un'industria che teoricamente dovrebbe essere progressista.
D: Il sessismo si riflette anche negli attacchi, palesi o non palesi, ai personaggi femminili estremi?
R: Certo, il sessismo peggiore è quello contro i personaggi di donne non convenzionali, originali, anche estreme. Hollywood non le sopporta proprio. Di uomini eccessivi è pieno il cinema. Quelli vanno bene, ma di donne con problemi e difetti proprio Hollywood non vuol saperne. Dicono che sono insopportabili per il pubblico.

D: Vale anche per Dove eravamo rimasti?
R: Certo. Se il protagonista fosse stato un uomo, un rocker alla ricerca del suo passato e dell'affetto perduto dei suoi figli, magari interpretato da un divo, invece che una cantante rock che ha sbagliato e si è rivelata essere una madre assente, sarebbe tutto molto, molto più facile.
D: Ma quanto c'è di lei nel personaggio della mamma rockettara?
R: Molto. Anche perché è complicatissimo scrivere di donne difficili. Se non somigli un po' a loro non ce la fai. Poi, crescendo, ho scoperto, come la Ricki del film, che io amo essere madre e stare coi miei figli. Anche se per loro non rinuncerei certo a lavorare. Non sarebbe giusto. Anche la Ricki-Streep del film scopre di volerlo fare, di voler stare con i suoi figli, ma ha perso del tempo, li ha trascurati e ora loro non la perdonano per aver preferito la musica a loro. Il suo compito è farsi accettare per ciò che è anche dai figli e mostrare il cambiamento. Cambiamento che io capisco bene.
D: Ma è vero che anche sua suocera era una cantante?
R: Sì, ho una suocera che ancora canta e suona in un gruppo rock. E poi io ho sempre amato i musicisti. Non tanto le star, ma quelli che, pur avendo talento, non sfondano mai, quelli un po' sfigati.

D: Ha parlato di sua suocera. E suo marito che tipo è?
R: Mio marito, Daniel Maurio, è un uomo che mi aiuta moltissimo sia nel lavoro che come madre. Posso dire, pensando a lui, che c'è sempre un grande uomo dietro una grande donna. E poi sono praticamente circondata dagli uomini. Ho due figli maschi e maschio è anche il terzo in arrivo.
D: Fin da Juno lei è stata capace di parlare di sentimenti molto personali ma rendendoli comprensibili a tutti.
R: In Juno questa operazione era molto chiara. Non perché il film fosse autobiografico, ma perché c'erano molte cose personali. In quel film l'elemento unificante era la comicità, una certa capacità di raccontare le cose in modo da far sorridere tanti. Insomma, l'idea per me è la stessa: far qualcosa anche di piccolo e folle ma che faccia ridere tutti, mettere sentimenti personali in ogni film ma rendendoli divertenti e accessibili a tutti.
D: Lei ama anche gli horror, infatti ha scritto Jennifer Body. Il ragionamento rimane valido anche per questo genere?
R: Gli horror mi danno la possibilità di raccontare la malvagità delle donne, che è molto più complessa di quella degli uomini. Di solito negli horror ci sono molte donne, ma vengono scritte sempre dagli uomini e la prospettiva è per forza di cose maschile. Io penso invece che il genere horror possa essere considerato molto femminista e serva a parlare di quello di cui sono capaci le donne.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso