31 Agosto Ago 2015 1529 31 agosto 2015

La causa persa di Lady Clooney

L'Egitto ha condannato a tre anni di carcere tre giornalisti di Al Jazeera per aver diffuso notizie false. Sconfitta Amal Alamuddin, legale di uno dei reporter: «Sentenza contro la libertà di stampa».

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EGITTO: CRITICHE A CONDANNE GIORNALISTI, CONVOCATO AMB. GB

Era la prima volta che appariva in un tribunale egiziano, Amal Alamuddin. Ma ne è uscita sconfitta, come il suo assistito.
Dopo numerose udienze e rinvii, un tribunale del Cairo ha condannato in un nuovo processo tre giornalisti della rete satellitare al Jazeera a tre anni di carcere per avere diffuso notizie false che hanno compromesso la sicurezza dello Stato e avere lavorato senza le autorizzazioni da parte delle autorità. Una pena ridotta rispetto a quella emessa nel giugno dello scorso anno, nel processo poi annullato dalla Cassazione, ma pur sempre dura.

UNA SENTENZA CONTRO LA LIBERTÀ DI STAMPA
Amal Alamuddin, legale del giornalista Mohammed Fahmy e moglie di George Clooney, ha commentato scioccata la sentenza: «La condanna a tre anni per i giornalisti di al Jazeera è una sentenza contro la libertà di stampa. Con la sentenza si invia un messaggio molto pericoloso in Egitto, che i giornalisti possono essere arrestati solamente perché stanno facendo il loro lavoro e che in Egitto ci sono giudici che permettono che le loro aule diventino strumenti di repressione politica». La signora Clooney, abituata a battaglie giuridiche di rilievo internazionale,  ha annunciato che avanzerà una richiesta di «amnistia presidenziale» per i condannati. Tornano così in carcere l'egiziano-canadese Mohamed Fahmi e il producer Baher Mohammed. La condanna a tre anni riguarda anche Peter Greste, ma il reporter è in Australia dopo essere stato espulso a febbraio.

AMNESTY: «AFFRONTO ALLA GIUSTIZIA»
I tre, insieme a tre tecnici, sono accusati di non essersi registrati al sindacato locale dei reporter, di possesso di apparecchiature senza autorizzazione e avere trasmesso notizie non vere che hanno alterato l'immagine del Paese all'estero. La condanna a tre anni è «un affronto alla giustizia che suona come una campana a morte per la libertà di espressione in Egitto», ha tuonato Amnesty International.

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