31 Agosto Ago 2015 1519 31 agosto 2015

«Con gli immigrati la pietà non basta»

A tu per tu con Monica Guerritore, nelle sale con il film La bella gente. L'attrice si confessa raccontandoci le sue idee sulla cultura, la chirurgia estetica e la battaglia ai tumori.

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«Il teatro, la lettura, la solitudine, la scrittura sono tutte attività che fanno crescere quella materia che è dentro di noi che è la nostra anima, la nostra pietra filosofale». Parola di Monica Guerritore, la Signora del palcoscenico, in questi giorni al cinema come protagonista de La Bella Gente di Ivano de Matteo. Un film uscito dopo 6 anni di attesa e una strenua lotta del suo regista contro i cavilli di una sorda burocrazia. Monica Guerritore ci racconta del suo grande amore per il teatro, del consiglio del suo primo maestro Giorgio Strehler e dell’importanza che ha l’attore nel mettersi al servizio del personaggio diventando un vero interprete delle difficoltà umane. Non solo: alle donne suggerisce, lei con il suo viso intenso e 'segnato', di non farsi sfigurare dal bisturi. Sull'immigrazione, che in questi giorni riempie le cronache, afferma decisa: «Manca l’azione, l’intelligenza e la forza per impedire di continuare a vedere la gente soffrire».


DOMANDA: Nel film La Bella Gente di Ivano De Matteo interpreta Susanna, che toglie dalla strada e salva una giovane russa. Ci racconti il suo personaggio?
RISPOSTA: Susanna impiega il suo tempo, come assistente e volontaria, ad aiutare giovani donne che hanno subito violenze e soprusi. È una donna che rivela immediatamente un carattere solido e accogliente. Ha una vita famigliare serena. È una intellettuale, democratica, come siamo noi, persone normali: 'bella gente'. Assiste alla brutalità subìta da questa ragazzina, picchiata e messa sulla strada. Per lei è insopportabile, al punto che decide e convince il marito ad accoglierla nella sua casa per offrirle una vita migliore.
D: Come cambia Susanna nel corso del film?
R: La bellezza di Susanna sta nel delicato cambio di prospettiva e dell’idea di sé, di una persona, generosa, buona e bella, pronta ad aiutare gli altri. Nel momento in cui questa ragazza entra nella sua 'tana', dove ci sono il marito, il figlio e le sue cose, comincia a diventare disturbante. Seguiamo con grande sensibilità questo strano slittamento dall’accoglienza al respingimento. Il film narra proprio questo: quando superiamo la sottile linea che ci trasforma da quello che crediamo di essere a quello che invece, purtroppo, ancora oggi siamo? Il limite è fissato nel momento in cui veniamo toccati nelle nostre proprietà.

D: Susanna  ha uno sguardo rivolto al prossimo pieno di compassione che poi sembra venire meno,  un po’ come sta succedendo agli italiani e alle Istituzioni alle prese con il fenomeno dell’immigrazione. Che ne pensa?
R: Nel momento in cui vediamo quello che succede agli altri, tutti noi, che siamo tendenzialmente persone buone, non diremmo mai «ti lascio crepare in mezzo al mare». Nessuno di noi lo farebbe.  C’è una bellissima frase che cito spesso: «Al cielo si sale con le mani». Significa che, per corrispondere ad un’idea bella, dobbiamo faticare. La convivenza è fatica. Fare un atto di generosità comporta impegno e cedere qualcosa di te. La pietà nei confronti degli immigrati ce l’abbiamo tutti, ma poi manca l’azione, l’intelligenza e la forza per impedire di continuare a vedere la gente soffrire.
D: Dagli esordi a teatro, a soli sedici anni sotto la regia di Giorgio Strehler ne Il giardino dei ciliegi, come sono cambiati il teatro e il cinema da allora?
R: Non è cambiato, soprattutto quando ci sono delle belle storie. Bisogna andare a cercarle. Quando ti trovi immerso in un racconto che parla dell’essere umano, con un bel personaggio femminile dalle varie e complesse sfaccettature, che non rappresenta solo una 'bambolina di plastica' di contorno, allora si torna ad essere quello che noi siamo: interpreti delle difficoltà umane. Era così quando Strehler mi prese. Da lui imparai proprio questo: «Ricordati che il teatro è il racconto di un uomo che diventa il racconto dell’umanità».

D: Che cosa stanno facendo le istituzioni per il cinema, il teatro e la cultura?
R: Se non facessero niente e lasciassero fare a noi sarebbe forse meglio. Questo film è stato finanziato come opera seconda. Ci sono tantissime pellicole di nuovi registi che dovrebbero essere viste e moltissime sale chiuse. Perché non proiettare film degli artisti, finanziati dallo Stato, che siano opere prime, seconde o anche no, in quelle sale? Solo il pubblico può decidere se un’opera vale o no.
D: Qual è la funzione del teatro nell'era della realtà social e 2.0?
R: Ormai siamo sempre di fronte allo schermo e non abbiamo nessun tipo di profondità. Il teatro, invece, è stare davanti ad un essere umano. È la riflessione su quello che vedi accanto ad altre persone, il pubblico. È  lo sprofondare dentro se stessi con il pensiero, il cuore e il sentimento. Quello che a noi manca è proprio il tempo della riflessione. I social oggi hanno solo la funzione dell’informazione, che è molto diversa dalla formazione. Riflette delle cose ma non riflette sulle cose. Il teatro, la lettura, la solitudine, la scrittura sono tutte attività che fanno crescere quella materia che è dentro di noi, la nostra anima, la nostra pietra filosofale.
D: Interprete-regista di spettacoli di grandissimo successo come Giovanna d'Arco e Dall'Inferno all'Infinito. Qual è il prossimo ruolo che vorrebbe assolutamente interpretare ?
R: Tutti quelli belli. La prossima donna di cui non conosco ancora il nome, l’importante è che ci parli di sé.
D: Ha scritto di «quanto sia difficile onorare il proprio talento», eppure ci riesce molto bene e sempre meglio. Da dove e come arriva questa forza?
R: È difficile. Onorare il proprio talento è la missione per cui siamo al mondo, lo dice anche la religione cristiana. Ognuno di noi nasce con un talento, lo devi scovare dentro di te. Ivano de Matteo ha combattuto sei anni per fare uscire questo film, generato proprio dal talento. Questo vuol dire veramente salire al cielo con le mani.
D: Ha voluto raccontare la sua storia, legata alla scoperta di un piccolo nodulo al seno, poi rivelatosi maligno, fino alla completa guarigione. Che cosa suggerisce alle donne che stanno vivendo questa situazione?
R: La scienza e la medicina hanno fatto passi da gigante. Quindi non abbiate paura, ci sono nuove cure. Ma, soprattutto, vi consiglio di fare regolari checkup: ecografia, mammografie e tutte le visite senologiche, perché la prevenzione e la diagnosi precoce salvano la vita. Bisogna curarsi e stare attente al proprio corpo. Se si scopre qualcosa, come quando è successo a me, si toglie. Nodulo non è più un termine che deve terrorizzare.
D: Che cosa lascia il dolore?
R: Spavento e paura. Ho percepito che siamo vivi, ma che esiste anche la morte. La tocchi con mano e diventa, all’improvviso, un fatto reale.
D: Un viso espressivo, intenso e non ritoccato dal bisturi. Teme di invecchiare o non se ne cura?
R: Me ne curo come fanno tutte le donne. Quando mi dicono: «Che bella che sei, non sei cambiata con il passare del tempo», rispondo sempre: «Perché non mi sono trasfigurata». Il mio viso è lo stesso, ha più rughe, più cedimenti e non ha più lo smalto che avevo a 20 anni. Non l’ho modificato. Il mio volto serve soprattutto per comunicare e raccontare storie. Noi interpreti diventiamo il personaggio, siamo al suo servizio. Come Meryl Streep che, a quasi 70 anni, passa con disinvoltura da Mamma Mia a Margaret Thatcher, fino a interpretare una rocker. Il mio viso deve cambiare continuamente, non può essere fissato con degli zigomi di plastica, altrimenti interpreterei solo una me stessa devastata dalla chirurgia.

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