14 Agosto Ago 2015 1413 14 agosto 2015

«Il music business è pieno di squali»

Il cantautore anglo-italiano Jack Savoretti sta facendo registrare un sold out dietro l'altro. Letteradonna.it l'ha intervistato per capire qual è il segreto del suo successo.

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Jack Savoretti/album house shoot

«La mia più grande passione, dopo la musica, è il calcio: sono tifosissimo del Genoa e lo stadio è la mia seconda casa». A confessarlo è Jack Savoretti, il cantautore inglese (ma di origini italiane), la cui carriera è in costante ascesa. A testimoniarlo il fatto che ogni sua data, anche qui in Italia, fa registrare sempre il sold out. Merito di una musica raffinata e avvolgente, che con Written in Scars, il suo ultimo album, ha toccato delle vere punte di eccellenza. In attesa di rivederlo il 1° settembre all'Estathé Market Sound di Milano, Letteradonna.it l'ha intervistato.

DOMANDA: Written in Scars. Che cosa rappresenta per lei, dal punto di vista artistico ed emotivo? Che tappa della sua carriera rappresenta?
RISPOSTA: Si tratta del quarto album, che vanta delle influenze diverse rispetto agli altri: mi sono ispirato meno alle sonorità anglosassoni e di più alla musica degli Anni 60 di paesi come Italia e Francia. Fare esperienze diverse nella musica per me è fondamentale.
D: L'hanno definita «il nuovo Bob Dylan». Che effetto le fa?
R: Diciamo che non sono stato paragonato a Bob Dylan, più che altro avevo dichiarato di sentire un certo feeling artistico con lui, che per me è il Maradona dei cantautori. E pensare che ho iniziato ad ascoltarlo solo in un secondo momento, come successo con Lucio Battisti, dato che sono cresciuto con Paul Simon e Crosby, Stills, Nash & Young.
D: Come nascono le sue canzoni? Da esperienze vissute, suggestioni, sensazioni o immagini?
R: Non so dire esattamente come nascano le mie canzoni, perché dipende dagli input che ricevo: posso essere ispirato da qualcosa che succede a me o a delle persone che mi sono vicine, ma tutto può arrivare anche dopo la visione di un telegiornale. Spesso i testi nascono da quei sentimenti forti che scattano di fronte a un'ingiustizia o a delle sofferenze, anche se il mio ultimo album ha un mood diverso e racconta la vittoria e la grinta, quella che ti spinge a conquistare un amore o raggiungere la vetta di una montagna. Insomma, a raggiungere i tuoi obiettivi.

D: Quando ha capito che la musica sarebbe diventata la sua vita?
R: A dire la verità ancora oggi non ho deciso se questo è ciò che voglio davvero fare 'da grande'. Quando avevo 15/16 anni mi sono trasferito a Los Angeles per cercare la mia strada, ma poi c'è stato l'11 settembre e l'aria che si respirava non era delle migliori, quindi a 17 anni sono tornato a Londra. Qui mi sono iscritto ad una scuola di cinema, però quando tornavo a casa dopo la fine delle lezioni mi mettevo a scrivere delle canzoni. Quindi, ad un certo punto, mi sono detto: «Prima di diventare vecchio voglio provare a incamminarmi sulla strada della musica». Mi sono accorto fin da subito che non era così facile.
D: In un'intervista rilasciata a Vanity Fair ha dichiarato che «la musica è come la mafia». Che cosa intendeva dire? Era una critica rivolta al music business?
R: Il termine 'mafia' non era indirizzato al music business, ma era una metafora per far capire che una volta che sei dentro la musica non puoi più uscirne. E lo dicevo in senso positivo.

D: Già che ci siamo, la domanda scatta spontanea: cosa pensa dell'industria musicale?
R: Diciamo che c'è un po' di tutto, ma succede in ogni settore. Credo che sia normale, l'importante è imparare a muoversi. Io paragono sempre il music business a un oceano meraviglioso ma pieno di squali. Io prima ero più incosciente, una preda facile. Ora sto attraversando l'oceano con una mia barchetta bella solida, insieme a delle persone fidate.
D: Ci sono delle persone a cui sente di dire 'grazie'?
R: Le persone a cui dire grazie sono tante, a partire dalla mia famiglia: i miei genitori che hanno sempre creduto in me e naturalmente mia moglie e i miei figli.
D: Lei ha anche origini italiane e suo nonno è stato partigiano, quindi mi viene spontaneo chiederle quanto si sente legato al nostro Paese...
R: Io non ho mai vissuto in Italia, ma fin da piccolo ho sempre trascorso qui le mie vacanze, quindi associo questo Paese solo a delle cose belle, a dei sentimenti positivi. Sentimenti confermati quando ho iniziato a portare qui la mia musica. L'Italia è un Paese bello e caloroso, che ci regala sempre un'accoglienza meravigliosa. La mia band è formata da musicisti che vengono da vari Paesi e anche loro, non appena scoprono che nel tour ci sono date italiane, non possono essere che felici.

D: Molte donne la considerano un sex symbol. Cosa ci dice a tal proposito?
R: Ogni volta che me lo dicono mi viene da sorridere, però è perché gli italiani come dicevo sono calorosi e passionali. Comunque questo è il potere della musica, che cambia la prospettiva delle persone.
D: Alcune delle sue canzoni sono state usate da serie tv di successo come Grey's Anatomy e Sons of Anarchy. Le piace questa abbinata?
R: Sono grato ai produttori di queste serie tv e mi fa piacere che stiano dando un contributo importante a fare conoscere la musica di artisti come me (anche se l'hanno inizialmente fatto per motivi economici, perché non potevano più permettersi di pagare i diritti di gente come Madonna, Lady Gaga ecc.). Io poi ho sempre amato l'abbinamento musica e immagini, non a caso uno dei miei sogni nel cassetto è quello di comporre la colonna sonora per un film.
D: Come saranno i suoi prossimi mesi? Solo tour o anche studio di registrazione?
R: Sto già lavorando al nuovo album, anche se prima usciranno altri due singoli e saremo in tour fino a Natale. Torneremo in Italia a settembre e ottobre.

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