13 Agosto Ago 2015 1257 13 agosto 2015

«Sogno Cuba senza i Castro»

Intervista a Andy Garcia, Al Festival di Locarno per ricevere il premio alla carriera. Il rifiuto per le parti da messicano e le scene di sesso, il film su Hemingway. E Il Padrino che gli cambiò la vita.

  • ...
<<enter caption here>> on August 7, 2015 in Locarno, Switzerland.

Da Cuba all'eternità. Al 'per sempre' , che per Andy Garcia si chiama Stati Uniti d'America. Perché è ancora vivo e arrabbiato dentro di lui il bambino che a cinque anni fu portato via da Cuba dai genitori, piccoli imprenditori che si sentivano vessati dai castristi. A Miami e poi a Los Angeles, dove più tardi cominciò la sua storia di attore. E la sua prima battaglia per convincere tutti, a cominciare dai suoi agenti, che nonostante il nome era negato per le parti da messicano. E che semmai era un cubano desideroso di essere molto altro. E se gli si chiede oggi, che è un compito signore elegante con giacca, cravatta e famiglia al seguito, come guarda a Cuba e come vede cambiata quella realtà, la risposta è pronta: «Che posso dire? Finché ci saranno i Castro non potrà esserci vera democrazia a Cuba. Oggi va al governo una buona percentuale per ogni lavoratore assunto anche per un set. È vero che sono molte le produzioni realizzate sull'isola ma, non si scappa, qualsiasi attività imprenditoriale si intraprenda, volenti o nolenti, si è costretti ad essere 'partner' della famiglia Castro».

DOMANDA: Cosa pensa dell'apertura di Obama al Paese ?
RISPOSTA: La libertà crescente nella diffusione della cultura aiuterà il cambiamento e il processo di liberazione, i film aiuteranno ad evolversi ma finché l'iniziativa libera e privata sarà impossibile io non tornerò a Cuba. È un processo lentissimo e io non credo che arriverò a vederlo.
D: Quindi la sola Cuba che lei ama è quella nostalgica tratteggiata in The Lost City?
R: In quel film , che ho impiegato 15 anni a realizzare, volevo ricreare l'atmosfera di Cuba negli anni '50. Appena ho letto il romanzo di Guillermo Cabrera Infante,The Lost City, ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto moltissimo farne un film. E dopo il successo del Padrino sembrava facile. Leggendo il libro mi accorsi che la storia conteneva tutti gli elementi classici di una saga familiare , con un'atmosfera e una musica in primo piano che ricordano Casablanca. Erano elementi perfetti per me. Volevo fare questo film ma nessuno voleva darmi i soldi. Ho iniziato a studiare pianoforte dato che la Paramount aveva acquistato i diritti del libro e il mio personaggio avrebbe dovuto suonare il piano. Pensai che si sarebbe cominciato a girare dopo un paio di anni al massimo e, invece, ce ne ho messi 15 a trovare i soldi.
D: Ma all'inizio, da giovanissimo, lei non aveva pensato di fare l'attore...
R: No, amavo il cinema ma non pensavo che avrei fatto l'attore. Pensavo allo sport. Ero un ottimo giocatore di pallacanestro ma all'ultimo anno di liceo mi ammalai gravemente di mononucleosi e dovetti trovarmi un altro passatempo. Mi iscrissi al club teatrale e trovai un insegnante che mi incoraggiò ad andare avanti.
D: Al Festival del Film di Locarno è venuto a ritirare il Leopard Club Award alla carriera. In una occasione come questa, guardandosi indietro, quali le sembrano le tappe principali della sua carriera? Quelle che lo hanno portato fin qui?
R: Direi che il primo vero lavoro importante è stato nel 1985. Era Maledetta Estate, al fianco di Kurt Russel. Poi penserei a Otto milioni di modi per morire , film a cui tenevo tantissimo perché Hal Ashby era uno dei miei registi preferiti ma non mi voleva. Il mio agente ha fatto un pressing notevole per permettermi di entrare in quel cast. In un modo o nell'altro. Tanto che feci l'audizione per due ruoli diversi e alla fine mi diedero quello di Angel e, mi ricordo, che il mio modello era un pugile celebre dell'epoca, Hector 'Macho' Camacho. Poi c'è Il Padrino, il film che mi ha convinto a diventare attore e , ovviamente, Gli Intoccabili.
D: Come cominciò l'avventura con Francis Ford Coppola?
R: A fine anni '80 inizia a circolare la voce che Coppola stava pensando a Il Padrino- Parte III. Frank Mancuso, presidente della Paramount, avverte il mio agente che lo Studio mi vorrebbe nel ruolo di Vincent, nipote di Michael Corleone. Ma io andai cauto, avevo visto la lista dei nomi che Paramount avrebbe voluto per il primo Padrino e che poi erano rimasti solo nomi su un pezzo di carta. Sapevo che avrei dovuto convincere Coppola, anche se lo Studio mi appoggiava. Volevo fare un provino ma non arrivava finché un giorno venni convocato nella Napa Valley da Coppola. Iniziai a leggere la mia parte nella roulotte, quando improvvisamente ci fu un blackout totale. Continuai a leggere le battute alla luce di una candela finché non mi addormentai. Il giorno dopo feci l'audizione e mi dissero di trattenermi, perché Coppola mi voleva a cena con sé. Poi la cena saltò e mi avviai a casa. 24 ore dopo mi chiamarono per dirmi che la parte è mia e che devo prendere il primo volo per tornare da Coppola. Il resto lo sapete, fu il film che cambiò la mia vita.

D: Quando ancora non era nessuno è andato a sbattere spesso contro i pregiudizi?
R: Sì, a Hollywood allora i pregiudizi erano forti. E non era tanto il mio aspetto quanto il mio nome. Vedevano Garcia, mi chiamavano ai provini solo pensando che fossi messicano. Per fortuna sono stato in grado di evitare il rischio di restare intrappolato in cliché interpretando un sacco di personaggi non ispanici. Ma ho dovuto combattere per farlo.
D: Ha rifiutato molti ruoli? Ed è vero che non ama girare scene di sesso?
R: Sì, ma è normale. Così come è normale che ciò che un attore rifiuta venga preso a braccia aperte da un altro. Molti sono stati felici di interpretare ruoli che io ho rifiutato, per questo non sarebbe elegante dire quali. E di certo non amo interpretare scene di sesso. Non sono il solo a non voler essere coinvolto in inutili amplessi sul set, molti grandissimi attori si rifiutano di girarle. Quello che conta non è l'amplesso ma il prima e il dopo. A me interessano i dilemmi morali, i personaggi con una loro etica, non certo il sesso soprattutto quando sento che è gratuito. Non vorrei che i miei figli mi vedessero coinvolto in certe scene, magari mentre sodomizzo qualcuno.
D: È vero che sta lavorando a un film su Hemingway?
R: Sì, ci penso da tempo ma non riesco a trovare i soldi. Sono ormai abituato, mi era già successo, come dicevo, con Lost City. Ma ce la farò, lo scriverò e produrrò, oltre a dirigerlo e interpretarlo come Gregorio Fuentes, la parte di Hemingway è per John Voight.
D: Vuole continuare a dirigere oltre che ad interpretare film?
R: Si, amo il cinema sopra ogni cosa e spero di poter invecchiare facendo esattamente questo: lavorando come attore e come regista.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso