11 Agosto Ago 2015 1150 11 agosto 2015

Salvati dal cognome

Chiamarsi 'Camastra' in Siria ha fatto la differenza fra tentare la sorte nel Mediterraneo e volare a Roma grazie alla nostra ambasciata. Eppure Alberto e i suoi non avevano mai visto l'Italia.

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Foto di Fabio Bucciarelli.

La fortuna può celarsi anche tra le lettere di un cognome. Chiamarsi 'Camastra' a Damasco, per Alberto e la sua famiglia, ha fatto la differenza fra un viaggio della disperazione attraverso il deserto e il Mediterraneo con poche possibilità di vederne la fine e un volo Damasco-Roma pagato dall'ambasciata italiana. Alberto è stato 'rimpatriato' nel nostro Paese nel 2014 e mai parola potrebbe essere più inadatta per  definire la sua situazione. Perché Alberto è nato in Siria e come lui suo padre Giorgio, non ha mai imparato una parola della nostra lingua né ci aveva mai messo piede in Italia fino all'atterraggio a Roma. Eppure per lui non sono mai state usate le parole 'clandestino', 'invasore'. Quel legame così labile con il nostro Paese ha fatto la differenza e  oggi fa sì che sua nipote possa immaginare una vita in cui diventare adulta al sicuro.

UN AMORE NATO NEL DOPOGUERRA
Alla fine della seconda guerra mondiale, una giovane donna cecoslovacca incontra in Sicilia un soldato italiano e se ne innamora. Helena e Alfonso si sposarono a Catania, città d'origine di lui, ed è lì che concepirono il loro primo figlio. Per ragioni oggi dimenticate Helena lasciò la Sicilia per la Siria, dove aveva un fratello, e si trasferì lì, anche perché «nel 1945 non c'era grande differenza fra l'Europa e la Siria». È  qui che nasce  il bimbo chiamato con un nome italiano, Giorgio Camastra, e registrato al consolato come tale nonostante non avesse mai conosciuto suo padre e non avesse mai messo piede in Italia o imparato la lingua. Radici che 70 anni dopo hanno salvato i figli e i nipoti di Giuseppe.

La famiglia Camastra ritratta da Fabio Bucciarelli.

© UNHCR/Fabio Bucciarelli

SCEGLIERE UNA VITA DA RIFUGIATO
Nella primavera del 2011, Alberto figlio di Giuseppe ricevette una telefonata inaspettata dall'ambasciata del nostro Paese. «Volete andare via, volete tornate in Italia?». Ma per  i Camastra non c'era nessuna casa alla quale tornare perché la loro vita era sempre stata in Siria anche se ora stava crollando sotto i colpi della guerra civile. «Ero spaventato, avevo 45 anni e non sapevo una parola d'italiano. Improvvisamente sarei diventato un rifugiato. Dove avrei vissuto in Italia?Io e la mia famiglia saremmo finiti in strada? Mi chiamarono per tre anni ma io dissi sempre di no», ha spiegato Alberto al giornalista Daniel Silas Adamson che ha raccontato la storia per UNHCR. Eppure nel 2014 cambia tutto: quando i colpi di pistola diventano il sottofondo della vita quotidiana decide di partire. I Camastra furono gli ultimi a lasciare la Siria.

ROTTA VERSO IL SUD
Poi l'arrivo a Roma, insieme a tanti altri rifugiati: tutti o quasi andarono a nord,  in Germania sopratutto, dove centinaia di migliaia di richieste di asilo sono accettate ogni anno, ma Alberto no, scelse il sud. Scelse Catania, vendette tutto quello che aveva per portare in Italia la moglie la madre e i 4 figli e poi versare l'affitto di un anno per un appartamento in città. Poco dopo morì d'infarto. Tuttavia Adamson è stato recentemente  invitato a conoscere la famiglia Camastra. È Rena, madre di Alberto, ad aprirgli la porta di un appartamento collocato vin un palazzone anni '60 eppure tirato a lucido e reso 'casa'. Al muro, le foto della vita a Damasco, i ritratti di Helena,  dei genitori di Rena, Vasili e Victoria, arrivati in Siria dalla Grecia e dal Libano. «Persone che hanno sempre vissuto il Mediterraneo come uno spazio fluido e di movimento, come luogo di matrimoni misti e destini incrociati», ha scritto Adamson.

«LA MIA STORIA MI HA RESO UNA PERSONA PIÙ COMPLESSA»
Se Rena è portatrice del retaggio e della storia familiare, è Faten il simbolo di speranza della sua generazione e non solo della sua famiglia. A Damasco stava per laurearsi in diritto, a Catania fa la babysitter per una famiglia italiana, porta a casa i soldi per l'affitto e sta pensando di iniziare di nuovo l'università nella città che l'ha accolta. «Sono grata per il viaggio che la mia famiglia sta compiendo, sono grata di saper parlare l'arabo, di saper comprendere la sua musica e la sua poesia. Questa lunga storia, tutti questi Paesi con i quali sono connessa, fanno di me una persona complessa»E probabilmente migliore.

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