13 Luglio Lug 2015 1359 13 luglio 2015

«La tortura è universale»

Secondo Amnesty International è praticata in 141 Paesi. Sulle donne si traduce in stupro, violenze fisiche e psicologiche. In Messico come in Italia. Intervista al portavoce dell'associazione.

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Mentre l’automobile percorre affannosamente la strada che conduce all’aeroporto di Culiacán, nel Messico Settentrionale, il sole divora lentamente l’asfalto. Lei pensa e ripensa al suo aereo, conta e riconta i minuti. Dal finestrino penetra un soffio di
vento che mescola, come un vortice violentissimo, i pensieri della sua mente. Si guarda le mani e scruta con minuzia le curve delle sue dita, affusolate e ben curate. Poi, da un minuto all’altro che sembra interminabile, la macchina si ferma. Yecenia Armenta Graciano ha i capelli neri come l’ebano, gli occhi scuri e i tratti del viso decisi. Il suo volto sembra un ritratto fotografico di Tina Modotti: ha lo sguardo fiero, la bocca sottile e possiede quella femminilità, un po’ sacra e un po’ profana, tipica delle donne
messicane. A fermare l’automobile che la stava conducendo vero l’aeroporto il 10 luglio del 2012, erano stati due agenti in borghese, che si erano avvicinati al veicolo sostenendo che l’automobile fosse stata rubata. Come in un sequestro, Yecenia, che viaggiava con la sorella e la cognata, era stata ammanettata, bendata e portata via, in un luogo sconosciuto.

PICCHIATA, UMILIATA E VIOLENTATA PER 15 ORE
Gli ufficiali, identificati, soltanto dopo come appartenenti alla Polizia investigativa di Sinaloa, volevano che Yecenia confessasse il suo coinvolgimento nell’omicidio del marito. Yecenia era la moglie di Alfredo Cuén Ojeda, ucciso proprio qualche settimana prima. Yecenia, però, aveva negato tutto. Gli agenti, decisi a trovare il nome e il cognome del mandante di quell’omicidio, avevano preso il corpo di quella donna spaventata e lo avevano legato per le caviglie, a testa in giù. Per 15 interminabili ore Yecenia Armenta Graciano era stata picchiata, umiliata e violentata. Insieme a tutto quel dolore si erano aggiunte delle vere e proprie minacce: le dicevano che se non avesse parlato avrebbero preso, stuprato e fatto a pezzi anche i suoi figli; le parlavano continuamente di un agente a cui piaceva tagliare le lingue e le orecchie, e che stava affilando il coltello.

ACCUSATA DI OMICIDIO
Stremata e ancora bendata, le avevano preso le impronte digitali e le avevano fatto firmare una confessione che non ha mai letto. Sulla base della sua forzata ammissione, Yecenia era stata accusata dell’omicidio aggravato del marito e trasferita nel carcere di Culiacán, dove si trova tuttora in attesa del processo. Dal carcere Yecenia ha denunciato, con una voce mite, le torture subite, ma per il personale medico dell’ufficio del pubblico ministero non ci sono mai stati segni evidenti di torture o di maltrattamenti. Opposto invece è stato il parere di medici indipendenti del IRCF (Grupo de Expertos Independientes en Medicina Forense del Consejo Internacional de Rehabilitación de Victima de Tortura, ndr), che invece hanno confermato la versione della donna. Ad ascoltare la voce di Yecenia, però, ancora una volta, è stata Amnesty International che tramite il suo Portavoce, Riccardo Noury, ci ha portato tra le pieghe del metodo di detenzione più perverso: la tortura.

DOMANDA: La sconvolgente vicenda di Yecenia Armenta ha avuto inizio nel luglio del 2012 quando è stata, di fatto, 'sequestrata' dalla polizia investigativa di Sinaloa. Amnesty International ne richiede il rilascio e la punizione dei suoi torturatori, i quali le hanno estorto una confessione dopo quindici ore di tortura. Con quanta e con quale facilità viene inflitta e viene utilizzata come 'metodo' di detenzione, soprattutto sulle donne?
RISPOSTA: La tortura ha questo di paradossale: è vietata universalmente. La convenzione dell’Onu contro la tortura è stata ratificata da 157 Paesi, però le ricerche di Amnesty International, negli ultimi 4 anni, ci dicono che è stata praticata in 141 Paesi. Quindi universalmente vietata e quasi universalmente praticata. In Messico abbiamo tante storie di donne che hanno denunciato di aver subito torture. Ci sono stati complessivamente, nel 2013, una media di cinque denunce al giorno e a fronte di questo, dal 1991, le persone condannate per tortura sono soltanto 7, il che significa che la tortura, ovunque si pratichi, rimane quasi sempre impunita.
D: Per quale motivo?
R: Perché esiste un meccanismo di collusione e complicità fra le autorità giudiziarie e quelle politiche; perché, per quanto bandita, la si ritiene comunque un metodo efficace per estorcere confessioni (come nel caso di Yecenia); perché ci sono complicità nel campo delle autorità mediche nel dire, molto spesso, che tortura non c’è stata. Oggi noi sappiamo che ci sono migliaia e migliaia di casi all’anno di tortura in tantissimi paesi e naturalmente le donne non ne sono escluse.
D: Anche nella tortura c’è differenza di genere?
R: Se la tortura nei confronti degli uomini è 'sofisticata' e fatta di tecniche di coercizione, nei confronti delle donne è più ‘classica’: colpisce con lo stupro, con altre forme di violenza sessuale, con trattamenti umilianti sul corpo di una persona resa inerme e circondata da agenti maschili, ad esempio. Poi esistono anche le forme di tortura che non lasciano segni esteriori ma che sono anche frutto di discriminazioni di genere come l’uso di linguaggio, offese, umiliazioni, obbligo di rimanere nuda di fronte a estranei.

D: Quando è più frequente?
R: Accade in tempo di pace come in tempo di guerra, ma in tempo di guerra, se una donna viene presa prigioniera, quello che subisce è atroce, perché lo subisce come anche come cittadina, per annientare la resistenza dei parenti maschi che sono in guerra; in alcuni casi perversi, la subisce sotto forma dello stupro per ‘cambiare’ l’etnia maggioritaria del Paese, per riprodurre forzatamente l’etnia dello stupratore.
D: Yecenia infatti, nel video diffuso da Amnesty International, fa più volte riferimento alla violenza sessuale; è innegabile che sul corpo di una donna, lo stupro sia un terribile quanto efficace metodo di sevizia: è più 'facile' torturare una donna? Quanta mentalità 'maschilista' c’è nel concetto di tortura?
R: Questo è un tema fondamentale. È esercitato da uomini che quando possono applicare il loro controllo a una cultura di provenienza che è discriminatoria nei confronti del genere, ottengono il massimo accanendosi sulle donne. Quindi sicuramente c’è questa componente di ‘maschilismo’, o meglio di ‘machismo’. A questo aggiungiamo che comunque le donne sono più vittime casuali e quindi su di loro la tortura ha un effetto superiore: l’esserlo peggiora di molto la situazione perché non sei preparata; in secondo luogo una denuncia di tortura già non è presa seriamente in considerazione per quel meccanismo di impunità e complicità che si crea a difesa del torturatore. Quando è una donna a denunciare, la discriminazione di genere si fa sentire ulteriormente nella sottovalutazione o del diniego da parte delle autorità giudiziarie.

D: Quali sono i Paesi con i dati più allarmanti?
R: Quelli nei quali sono in corso dei conflitti: la Siria in primo luogo, dove ci sono stati, secondo i dati di alcune organizzazioni per i diritti umani (Amnesty International non può confermarli ma sarebbe molto difficile trovare una smentita convincente) circa seimila casi di tortura nelle prigioni, soltanto nel 2013. Nei conflitti della Repubblica Centrafricana, del Sud Sudan, la violenza sessuale nei confronti delle donne è molto diffuso. Di recente, le Nazioni Unite (il 3 luglio, ndr) hanno pubblicato un rapporto proprio sullo stupro etnico in Sud Sudan. Amnesty International invece ha pubblicato un documento sulla pulizia etnica fatta nel Congo-Brazzaville nei confronti di migranti della Repubblica Democratica del Congo, con 170 mila persone espulse in pochi mesi, tra cui molte donne stuprate prima di essere espulse. Nei luoghi dove ci sono conflitti o tensioni, la tortura è più diffusa anche perché il militarismo produce situazioni di rapporti di dominazione molto forti, anche all’interno delle famiglie.
D: E dove non ci sono conflitti?
R: Sarebbe molto interessante leggere il libro di Roberto Settembre, un magistrato di Savona, che è stato l’estensore della sentenza con cui la Corte di Cassazione ha confermato, in via definitiva, le sentenze sulle torture a Bolzaneto: noi le definiamo ‘torture’ ma sappiamo che in Italia questa parola ha un significato non giuridico perché non esiste una legge sul reato di tortura. Anche in questo caso è interessante osservare la meticolosità con cui venivano sottoposte a trattamenti degradanti e crudeli le ragazze arrestate a Genova e portate a Bolzaneto. Violenza gratuita che veniva inflitta su corpi inermi. È da piccoli gesti che si evince la brutalità del concetto di tortura: lanciare un pezzo di giornale a una ragazza che con le mestruazioni chiedeva degli assorbenti, tenere le porte aperte mentre andavano al gabinetto, prenderle per i capelli e buttarle nella tazza del water: non c’è bisogno che sia in atto un conflitto perché scatti questa banalità del male.

Immagine scattata alla scuola Diaz durante il G8 di Genova.

D: Quanto possono tutelarsi e cautelarsi le donne? Esiste un programma internazionale o una sorta di Carta universale a cui una donna può appellarsi?
R: No. Le convenzioni che si occupano di diritti delle donne e che hanno per obiettivo la fine di ogni forma di violenza, a volte presentano programmi specifici di protezione. A livello internazionale non c’è nulla del genere:  il comitato ONU dei diritti umani o il comitato ONU contro la tortura dovrebbero mostrare maggiore attenzione a questo aspetto. Esiste un sistema culturale che preme perché le donne non denuncino. Capita spesso che, anziché essere protette come persone che hanno subito un dolore terribile, siano ostracizzate, isolate, stigmatizzate, magari anche dalla famiglia. In alcune comunità è ancora diffuso il concetto che una donna violentata porti un’onta e getti disonore.
D: Quanto sono realmente punibili i reati di tortura una volta che vengono riconosciuti?
R: Il diritto internazionale stabilisce che, una volta riconosciuti, non possano cadere in prescrizione. La Convenzione ONU contro la tortura prevede che siano reati puniti tenendo in considerazione la specifica gravità dell’atto di tortura. Ma non è detto che la legge venga applicata. In Messico la legge c’è dal 1991 e ci sono state sette condanne ad oggi. Poi ci sono i Paesi in cui mancano le leggi, come l’Italia, e ce ne sono altri nei quali lo stigma è talmente forte che è duro a morire.

Violenza sulle donne a Piazza Tahrir, il Cairo.


D: Uno dei casi più sconcertanti?
R: L'Egitto  ha avuto una transizione nel 2011 che in una sorta di ‘gioco dell’oca’ è tornato non solo al punto di partenza ma al punto precedente, quindi nemmeno quello di Mubarak ma quello di Sadat. Lo stupro di massa all’interno delle manifestazioni (penso a Piazza Tahrir, un luogo dove avvenivano di frequente) c’è stato; i gruppi di denuncia hanno trovato un muro ogni volta che hanno provato a portare gli stupratori di fronte a un magistrato. Nel Paese sono in vigore forme odiose di test o di perquisizioni sulle donne. Penso alla famosa questione dei test di verginità (sempre in Egitto) dell’8 marzo 2011, cui vennero costrette 18 ragazze egiziane. La tesi di Al Sisi, che all’epoca aveva un ruolo nel consiglio supremo delle forze armate, era folle: in un’intervista confermò che le ragazze vennero sottoposte ai test in modo tale che se risultate vergini non avrebbero potuto accusare nessun uomo di stupro e se non lo fossero risultate avrebbero avuto la conferma che erano, a detta delle autorità, delle prostitute.
D: Una volta raccolte le firme di Amnesty International, che cosa succede davvero? I governi hanno degli obblighi legali o giuridici verso i vostri appelli?
R: No. L’obbligo giuridico ce l’hanno non perché Amnesty raccolga le firme. Il Messico, per tornare al caso di Yecenia, ha dal 1991 la legge contro la tortura e quindi non solo ha il dovere di punire i responsabili in maniera adeguata ma ha l’obbligo di prevenire e indagare efficacemente su ogni denuncia.Il Messico non ha fatto nessuna di queste tre cose nei confronti di Yecenia. Per quello che riguarda la Diaz, in Italia, non essendoci un reato non esiste la sanzione prevista: tutto è caduto in prescrizione e non ci sono state condanne significative. Le firme raccolte da Amnesty International non danno vita a un obbligo giuridico per i governi, ma possono fare pressione sull'opinione pubblica e sui governi. Nelle Filippine o in Nigeria, ad esempio, (due dei Paesi che sono al centro della campagna STOP ALLA TORTURA, ndr), abbiamo presentato, nel 2014 e nel 2015, due rapporti e avviato una raccolta di firme. Nelle Filippine, il Parlamento ha ordinato una commissione d’inchiesta sulla tortura che dovrebbe produrre un documento, e la Nigeria, il 3 giugno, ha introdotto il reato di tortura nel Codice Penale.


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