10 Luglio Lug 2015 1930 10 luglio 2015

Le donne di Srebrenica ricordano

Per la strage più grave commessa in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, non si può usare ufficialmente la parola «genocidio». A 20 anni dalla tragedia, madri e mogli sono la memoria storica.

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«Mai più» sono due parole pericolose da pronunciare. Implicano delle aspettative, contengono delle promesse. In vista dell'11 luglio 2015, anniversario dei 20 anni dalla strage di musulmani a opera delle truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladic a Srebrenica, i leader della Terra hanno pronunciato molti «mai più». Forti quanto quelli risuonati all'indomani dell'Olocausto e dei massacri della Seconda Guerra Mondiale. Eppure, l'uccisione selettiva di oltre 8.300 uomini e ragazzi sopra i 12 anni e la deportazione di 23 mila donne e bambini sotto gli occhi impassibili del contingente olandese dell'Onu, non può ancora essere chiamata «genocidio». L'8 luglio la Russia ha messo il veto su una risoluzione presentata dalla Gran Bretagna alle Nazioni Unite per utilizzare  il termine. Il motivo è che la Serbia giudica la parola «un’umiliazione».

«HO VISTO MIO FIGLIO SENZA TESTA»
Le donne di Srebrenica sono diventate la testimonianza, e la memoria vivente, della più grande strage di esseri umani compiuta in Europa dal secondo conflitto mondiale. Fra di loro c'è Fatima Aljic, che con il marito e i due figli, cercò di fuggire insieme ad altri 15 mila, verso Tuzla, zona sotto il controllo delle forze governative dopo la conquista di Srebrenica da parte della truppe serbe. Fu una marcia della morte, perché  nel mentre i fuggiaschi vennero bombardati dall'artiglieria serba, uccisi nelle imboscate o sterminati una volta giunti a destinazione.  Alla prima sparatoria Fatima perse figli e marito e rimase sola. Dopo aver passato quattro giorni a vegliare il cadavere di quello che le era parso uno di loro si rimise in marcia insieme a 12 ragazzi, sperando di ritrovare i suoi cari a Tuzla. Ci arrivò solo per vederli morti.«Ho visto mio figlio senza testa, mio marito e l'altro figlio con le mani dietro il capo, e il collo tagliato. Li ho riconosciuti dai vestiti», ha raccontato la donna. I resti dei figli e del marito sono stati ritrovati nelle fosse comuni di Zeleni Jadar  e di Glogova. E solo a 20 anni dalla strage è riuscita a seppellire i resti del figlio più piccolo.«Una gamba, un braccio, un piede, il bacino e nient'altro».

RIMANE SOLO UNA SCATOLA DI TABACCO
Djulka Jusupovic, 65 anni, custodisce con cura una scatola di tabacco fatta con una lattina di cibo in scatola delle Nazioni Unite e un pezzo di selce utilizzato per fare fuoco con durante la guerra. «Dopo tre anni di assedio da parte dei serbi avevamo finito tutti gli accendini e i fiammiferi  e improvvisavamo», ha raccontato all'Associated Press. «Quando qualcuno riusciva a fare il fuoco, tutti accorrevano a casa sua per accendere un pezzo di legno e portarlo a casa». Gli oggetti sono ancora contenuti in sacchetti di plastica, sporchi come quanto furono ritrovati addosso ai resti di suo marito Himzo disseppellito da una fossa comune. Ogni volta che li guarda non può fare a meno di ricordare quello che disse il medico legale quando glieli consegnarono insieme a ciò che rimaneva di suo marito. È stato seppellito ancora vivo.

«IL MIO VICINO È IL CARNEFICE DI MIO MARITO»
La prima cosa che Remzija Delic, 58 anni, vede quando si sveglia al mattino è la foto di suo marito Sabit appesa al muro. Se alla finestra vede il vicino di casa che esce e va a lavorare il suo volto si oscura. Come ha raccontato all'Associated Press, è stato lui il soldato bosniaco che la separò dal marito mentre i due stavano cercando di salire sull'autobus che li avrebbe deportati. Lo spinse verso gli uomini che da lì a breve sarebbero stati uccisi. «Tutto questo  però non mi ha fatto odio i serbi. Ci sono persone meravigliose tra di loro», ha concluso. Nella gallery i volti delle donne di Srebrenica che posano con gli unici oggetti che rimangono loro dei figli e dei mariti trucidati.

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