Seconda vita 9 Ottobre Ott 2014 1116 09 ottobre 2014

Da dirigente a oste

Era un funzionario della Siemens. Poi la crisi, l'incentivo all'esodo e l'outplacement. Oggi ha una vineria.

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Maria Paola Gandolfi

Reinventarsi a 50 anni. Un nuovo lavoro, una nuova vita. Oggi più che una scelta, per molti è una necessità vista l'aria che tira sul mercato del lavoro. La crisi economica, i tagli delle aziende hanno messo migliaia di lavoratori over 45 di fronte a una sfida difficilissima, quella di competere in una piazza complessa, dove le possibilità di riciclarsi in altre aziende diventa una impresa praticamente impossibile per un giovane figuriamoci per  un senior e poco importa l'esperienza maturata negli anni.
Per riciclarsi diventa quindi fondamentale «la capacità di mettersi in gioco e capire quando è il momento di cambiare», assicura Maria Paola Gandolfi, 51 anni, ex dirigente Siemens, oggi titolare della vineria di via Stradella, a Milano.

DOMANDA: Come è passata dal posto fisso a un’attività in proprio?
RISPOSTA: Ho lavorato per 25 anni in una multinazionale delle telecomunicazioni, dove ero funzionario. Nel 2007 venne siglata una joint venture con Nokia e iniziarono gli esuberi: l’azienda iniziò a proporre incentivi all’esodo su base volontaria. Nel 2010 ho deciso di aderire, mi sono dimessa e ho cercato di realizzare quello che per me era già da un po’ di tempo un sogno. L’anno dopo ho aperto la vineria.
D: Come è maturata la sua decisione?
R: Non mi piaceva più quello che facevo  e la situazione sul posto di lavoro andava peggiorando. Molti sono andati in cassa integrazione e 115 persone sono state licenziate.  Avevo in mente di cambiare e il sogno era nel cassetto da un po’. E poi c’è stato un evento personale che ha accelerato la decisione.
D: Quale?
R: Nell’aprile 2010 ho avuto un problema di salute molto serio e mi sono detta “La vita è una sola, facciamolo”.
D: Come ha fatto?
R: L’azienda dava la possibilità di collaborare con una società che cura la cosiddetta transizione di carriera, mi sono messa in contatto loro - oggi si chiama Intoo - e mi hanno dato una mano a mettere insieme le idee che avevo e volevo realizzare.
D: Che tipo di aiuto le hanno dato?
R: Loro si occupano di outplacement e io volevo mettermi in proprio. Mi hanno dato una mano a chiarire i miei obiettivi, a stilare il business plan. Parlavo con loro due, tre volte a settimana e piano piano il progetto ha preso forma.
D: Cosa serviva perché il sogno diventasse realtà?
R: Ho dovuto seguire vari corsi, obbligatori per legge. Cercare il locale, metterlo a norma. E poi c’è stata la burocrazia.
D: Com’è andata?
R: È stato difficile, la burocrazia è allucinante. Io ci credevo e l’ho voluto fare, ma è stato davvero difficile. Per mettere a norma il locale sono impazzita per ottenere i permessi, trovare i canali giusti. Mi sono agganciata all’Unione commercianti per farmi aiutare e così ce l’ho fatta.
D: Come va oggi la sua attività?
R: Per avviare un’attività da zero ci vogliono dai tre ai cinque anni, io sono al terzo. Ma abbiamo - da qualche mese ho un socio, che in realtà però mi ha accompagnato fin dall’inizio - venti posti all’interno, trenta in giardino. Vendiamo vino e lo serviamo, siamo bistrot a pranzo, facciamo aperitivi la sera, da qualche tempo anche la cena. cena. Ci lavoriamo io e altre 3 persone, ovviamente alternandoci.
D: Com’è stato passare dal lavoro in ufficio a un’attività in proprio?
R: Io qui lavoro 12 ore al giorno, dietro al bancone, i primi tempi son stati difficili. Tanta stanchezza fisica, per esempio, ora mi sono abituata e se penso a come ero appena cinque anni fa mi sembra passata un’eternità. Io dico sempre che bisogna reinventarsi, non per riciclarsi, ma per capire cosa amiamo fare e per sfruttare al meglio le nostre abilità.
D: Come si fa a cambiare vita a cinquant’anni?
R: Dobbiamo avere la capacità di metterci in gioco e capire che quando il vento cambia bisogna cambiare. Non è facile, io ho avuto posto fisso per 25 anni in una multinazionale, carriera, crescita, ho viaggiato molto, ma nel 2010 ho capito che era il momento di andare, perché l’alternativa era una lenta agonia. Io ho potuto farlo grazie all'incentivo aziendale e al supporto dell'outplacement che mi ha messo a disposizione la società in cui lavoravo. Senza un minimo di paracadute, mi rendo conto che la scelta diventa ancora più difficile.

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