28 Marzo Mar 2018 1424 28 marzo 2018

Bellomo, non puoi proporci di subire. Questa scelta è già una violenza

Il rinvio a giudizio dell'ex magistrato ci fa riflettere sugli abusi sulle donne al lavoro. Siamo davvero sicuri che «Poteva dire 'No'» sia la risposta? E se fosse sbagliata la domanda?

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L’ex Consigliere di Stato Francesco Bellomo e il suo collaboratore Davide Nalin sono stati rinviati a giudizio dalla procura di Piacenza. Il reato contestato è stalking e lesioni personali gravi. L’accusa di una corsista della Scuola di formazione giuridica 'Diritto e scienza' (che prepara al concorso in magistratura) diretta da Bellomo ha trovato, infatti, riscontri nelle deposizioni di altre studentesse che per accedere alle borse di studio dovevano sottostare al suo controllo: Bellomo imponeva loro come vestirsi, come truccarsi, si intrometteva nella loro vita privata, in particolare nella sfera sentimentale, le sottometteva a una violenza psicologica continua e sempre più umiliante e invalidante. La sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura aveva, nei mesi scorsi, sospeso sia Bellomo che Nalin, pm a Rovigo, e successivamente la Commissione speciale del Consiglio di Stato aveva destituito Bellomo.

LA RESPONSABILITÀ DELLE DONNE

Bellomo si era lamentato di essere stato processato mediaticamente e a gennaio 2018 era stato ospite a Porta a Porta nel tentativo di difendersi. Aveva cercato di ribaltare sulle studentesse la responsabilità di aver accettato le paradossali clausole dei contratti proposti (tra cui la fedeltà al direttore). E su questo si divide ancora una volta l’opinione pubblica, che attribuisce, come nel caso Weinstein e Brizzi, una complicità alle donne che non si sono sottratte immediatamente agli abusi, come se ritrovarsi in una situazione che da imbarazzante si trasforma in violenza non fosse traumatizzante e dunque di difficile gestione (tutti bravi a parole). Si tende quindi a spostare il focus dall’azione del violento alla (non) reazione della vittima. Questo tende a normalizzare il tentativo maschile di esercitare un controllo sulle donne professionalmente subalterne, cosa che viene ben descritta nel film Nome di donna di Marco Tullio Giordana, la cui sceneggiatura porta la firma di Cristiana Mainardi. Nel film la protagonista Nina (interpretata da Cristina Capotondi) si ritrova sola nel dover dimostrare di non aver mentito nella sua accusa di molestia sessuale, si ritrova addirittura accusata di diffamazione. E le sue colleghe, tutte vittime delle stesse violenze da parte del direttore, le voltano le spalle negando la verità per paura di perdere l’impiego.

LA RASSEGNAZIONE È GIÀ VIOLENZA

Questo è il punto su cui dovremmo concentrare i nostri interrogativi. Non sul quando e come una donna denunci l’abuso di potere subito sul lavoro (o nell’ambito scolastico formativo), ma sul fatto che questo si compia da sempre (basti pensare alle tante storie di violenze nelle risaie o nelle filande del Novecento) e non venga messo in discussione culturalmente. Nel film di Giordana ci sono delle sequenze che mostrano le dipendenti in procinto di entrare (volontariamente certo, nessuno le costringe con la forza) nella stanza del direttore sapendo di subire abuso sessuale. Sono scene di attimi di silenzi, indugi, rassegnazione. Di una rassegnazione millenaria che noi donne ci portiamo sulle spalle e che i movimenti come #MeToo e #QuellaVoltaChe vogliono dichiarare pubblicamente ingiusta. Perchè anche quando diciamo «No», subiamo violenza di un maschile prevaricante che ci impone una scelta. Non siamo rassegnate a subire, siamo rassegnate a sentirci proporre di subire. Essere più o meno forti, più o meno capaci e pronte a sottrarci alla violenza è (dovrebbe essere) irrilevante. L’ingiustizia si compie quando qualcuno si sente in diritto di abusare del proprio potere per proporci un posto di lavoro, un avanzamento di carriera, la firma di un contratto, una borsa di studio.

COSA MI DICE UNA FOTO

Nel libro Le parole giuste di Nadia Somma e Luca Martini, si analizzano le immagini scelte dalla stampa per la narrazione dei casi di violenza. Sulla vicenda Bellomo è evidenziato come la prima versione di un articolo pubblicato sul sito affaritaliani.it dal titolo Concorso magistratura, Cristiana Sani: 'Mi volevano far togliere gli slip'. Aveva come foto l’inquadratura dello slip leggermente abbassato di una ragazza. Che la ragazza di cui non si vede il volto si abbassa con le dita. Un’immagine che ribalta la responsabilità del ricatto sessuale sulla disponibilità femminile che l’immagine evoca. L’immagine è stata successivamente sostituita con una più consona foto di un’aula di tribunale, ma questo esempio ci dice quanto istintivamente sbagliamo il focus e, solo dopo una riflessione, spesso indotta dalle proteste femministe, aggiustiamo il tiro. E intanto quel «Poteva dire 'No'» ci rimane in testa e non ci chiediamo il perché della domanda.

I «PADRONI»

Dovremmo cominciare a interrogare il mondo del lavoro in maniera concreta, a mettere in discussione quell’abitudine a provarci, alzando l’asticella del proprio limite in parallelo al proprio potere. Quando avevo poco più di 20 anni, chiesi ad una delle operaie della fabbrica in cui lavoravo perchè si lasciasse toccare il sedere dal titolare e lei mi rispose che sottrarsi avrebbe significato rischiare il posto. Alla mia successiva considerazione che la dignità fosse importante e che esistono ‘altri posti’, rispose che altrove le sarebbe successo comunque perchè «I padroni sono tutti uguali». Allo stesso «padrone» che sedeva in ufficio di fronte a me, al secondo giorno di assunzione avevo dovuto chiedere di salutarmi limitandosi al buongiorno, senza toccarmi la spalla. Io ero consapevole che la mia dignità passasse anche da lì, da un piccolo gesto apparentemente innocuo, ricordo che mi fece sorridere il balbettare di quell’uomo che aveva 50 anni più di me ma forse era arrossito perché non si era mai sentito redarguire sulle sue abitudini di allungare le mani.

MENO GIUDIZI E PIÙ EMPATIA

Provavo rabbia per quella situazione, perchè non era giusto che tutto dipendesse dalla risposta, che non si mettesse in discussione l’azione, ma non feci nulla per quella donna più grande di me e già così rassegnata. Oggi so che avrei dovuto, perché anche tacere sugli abusi di cui si è testimoni è sbagliato. È irresponsabile poi remarci addirittura contro, vedi il distacco dimostrato da molte attrici italiane di fronte alle denunce di Asia Argento o Miriana Trevisan, lontananza che odora di omertà come tra le inservienti del film Nome di donna. Dovremmo fare lo sforzo di sentire sulla nostra pelle la pressione di un ricatto, il tremore che la attraversa, indipendentemente da quanto siamo singolarmente forti e capaci di sottrarci ad analoghe situazioni. Capire che non siamo migliori se siamo più forti ci impedirebbe di giudicare chi è in difficoltà, chi si lascia violare, chi firma un contratto di fedeltà al proprio direttore quando potrebbe andarsene sbattendo la porta. Dobbiamo porre la questione maschile al centro, in ogni ambito, soprattutto quello narrativo che arriva alle pance con la forza dei titoli e delle immagini. Solo mettendo in concretamente in discussione il perpetuarsi di un abuso millenario che ci riguarda tutte ci possiamo, unite, liberare. Sono però gli uomini i protagonisti di questa violenza, e sono dunque loro che devono per primi interrogarsi, poiché questa dissimmetria di potere, anche laddove non sono violenti, fa comunque comodo.

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