14 Marzo Mar 2018 1512 14 marzo 2018

Michele Ruffino vittima di bullismo: perché la gender education è necessaria

«Cari genitori, se si è ucciso è per colpa nostra». A 17 anni non sopportava più il peso di insulti e umiliazioni. E le parole sanno far male più delle botte. La scuola dov'era?

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Michele Ruffino Scuola Bullismo

«L'hanno ucciso i bulli. Quei ragazzi cattivi. Sono loro che hanno ammazzato mio figlio». Maria Catambrone Raso è una madre disperata. Il 23 febbraio il 'suo' Michele Ruffino si è arrampicato su un ponte ad Alpignano, nel Torinese, e poi si è lasciato cadere nel vuoto. A soli 17 anni ha deciso di farla finita. «Non credo di riuscirci più. Non credo di riuscire più a vivere. Ho intenzione di mollare», aveva scritto in una lettera di addio.
Il dramma di Michele era quello di non riuscire a farsi accettare dai compagni, di non riuscire ad avere amici, di non riuscire a vivere un amore ricambiato. «Mio figlio è nato sano. Poi, a sei mesi, dopo un vaccino, si è ammalato», spiega la madre. «Aveva problemi alle braccia e alle gambe e faticava a muoversi. Cadeva spesso. I ragazzini sono cattivi e lo prendevano in giro, ridevano di lui. A volte lo chiamavano anche handicappato». Il punto di vista di Cristina Obber.

«Perché per colpa di un vaccino ho dovuto sempre lottare, oltre che con la mia malattia anche con la gente che, non può capire e quindi iniziano a chiamarti down, stupido, anoressico.
Sono le parole di Michele, che si è ucciso perché «quando cresci e inizi ad avere dei sogni inizia un altro problema, quello di non riuscire ad accettarti».
Un minuto di silenzio. Dove eravamo, che stavamo facendo mentre Michele soffriva un po’ ogni giorno fino a non farcela più?
Di bullismo sono vittime tutti i giorni centinaia di ragazze e ragazzi che faticano ad accettarsi ed è paradossale che sia proprio la scuola il luogo dove tanta violenza psicologica e verbale si consolida e diviene abituale.
Una scuola che negli ultimi anni, grazie a sensibilità e lungimiranza di docenti e dirigenti, aveva iniziato un percorso educativo sul valore del rispetto e della relazione interrotto nel 2016 dalla campagna anti-gender che con pochi slogan efficaci ha terrorizzato migliaia di genitori. Genitori che senza nemmeno sapere che cosa si intende per educazione di genere (la gender education è prassi in altri paesi europei) si sono ingenuamente resi complici di un silenzio che inibisce la relazione e alimenta la sofferenza, insopportabile, perché se un tempo una presa in giro finiva in un cortile oggi con i social tutto si amplifica e quel cortile diventa il mondo.
Mentre Michele veniva preso in giro per le sue difficoltà di deambulazione, Carolina Picchio si è uccisa a 15 anni nel 2013 per cyber-bullismo a seguito di violenze a sfondo sessuale, lasciando scritto: «Le parole fanno più male delle botte». Altri non riescono più a sopportare il bullismo omofobico.

NELLE SCUOLE PER CAPIRE IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE

Il mio progetto per le scuole si chiama proprio Parole per noi, perchè solo pronunciandole ne comprendiamo il significato, il peso, le conseguenze, le opportunità. L' 8 e 9 marzo ero a Matera per una serie di incontri nelle scuole: vi racconto cos’è la gender education attraverso il lavoro svolto con due classi della terza media. Nel primo dei due incontri previsti abbiamo ragionato sul significato delle parole, su cosa spinga una persona a dileggiare, ferire, umiliare un compagno o una compagna. Di cosa sia il ‘gruppo’, spesso scambiato per una torta in cui ci si divide in fette la responsabilità. Di come nel bullismo l’elemento mancante sia proprio il coraggio, che sia sessista od omofobico, che sia rivolto a un compagno più timido o a una compagna con una handicap fisico, o a uno con la pelle nera.
Ci siamo chiesti perché e quando rispettiamo un altro essere umano meno di un altro, abbiamo cercato insieme di capire la radice comune di tutte queste forme di violenza che a volte sfociano in forme efferate che fatichiamo a comprendere, come lo stupro e il femminicidio.

LA GENDER EDUCATION È DAVVERO PERICOLOSA?

Alla fine delle due ore e in previsione del secondo incontro li ho incaricati di trovare su Internet, nelle loro case o tra le strade della loro città i segni della violenza invisibile che ci divide in categoria stereotipate rinchiudendoci in gabbie che comprimono sogni, desideri, relazioni. Il giorno successivo ho dato loro la parola. Sui banchi tanti fogli, ritagli di giornali, stampe dal web; chi aveva scaricato immagini pubblicitarie sessiste, chi grafici sulla disparità di stipendio tra uomo e donna, chi scritte sui muri. Un ragazzino aveva girato per Matera fotografando anche le vetrine dei negozi per l’infanzia, ben distinte nelle proposte e nei colori rosa e azzurro. Una delle scritte sui muri diceva Froci al rogo, e nell'esposizione la ragazza che l'ha presentata ha individuato l'attinenza con i roghi su cui tante donne chiamate streghe sono state bruciate vive da integralisti cattolici di un altro tempo ma impegnati come oggi a punire l'autodeterminazione delle donne e delle minoranze. Nei numerosi interventi è stato detto che i quaderni con i cuccioli possono piacere anche a un ragazzo, che se a un maschio piace giocare con le bambole i nonni non vogliono, che una ragazza può scegliere il lavoro che vuole, che normale è un aggettivo usato per abitudine ma non esprime ciò che intendiamo. Che la colpa dei giochi e dei vestiti ‘da maschi’ e ‘da femmine' non è solo di chi li produce ma soprattutto dei genitori che te li comprano e ti abituano così. Questa è la gender education che tanto spaventa. Ma davvero sembra pericolosa?

Lasciamoli esprimere. Perché hanno cose da dire, cervelli che funzionano, sentimenti da elaborare e altri da esplorare

OLTRE LA DIDATTICA CI SONO SENTIMENTI DA ESPLORARE

Trovo che sia l’unica strada se vogliamo pensare per i nostri figli un futuro responsabile, appagante, felice. E che non dobbiamo avere paura di mettere in discussione le nostre abitudini ammettendo con serenità che a volte le abbiamo tramandate per pigrizia e non per convenzione, che non ci rappresentano. Mentre aspettiamo interventi efficaci da parte di chi fa politica e stanzia fondi, siamo noi genitori che dobbiamo fare la nostra parte. Siamo noi che dobbiamo chiedere a docenti e dirigenti di introdurre l’educazione di genere nelle scuole, anziché ostacolarla. La scuola sa fare il suo mestiere, facciamo un passo indietro e lasciamo che i nostri figli si confrontino non solo sulla didattica ma sul senso che ha condividere spazi, percorsi, costruire la propria identità di cittadini e cittadine. Lasciamoli esprimere perchè hanno cose da dire, cervelli che funzionano, sentimenti da elaborare e altri da esplorare.

L'OMOFOBIA, UN TEMA CHE FA ANCORA PAURA

In questi giorni un 13enne salernitano è stato aggredito da alcuni coetanei in quanto gay, e questo accade molto di più di quel che pensiamo perchè alle cronache arrivano solo i casi che si traducono in denuncia. Eppure il mio libro L’altra parte di me che affronta il tema dell’omofobia e che appena uscito aveva suscitato molto interesse all’interno della scuola, dopo la campagna anti-gender del 2016 è stato letteralmente boicottato, con tanto di disdette di incontri già fissati. I docenti erano terrorizzati dalle proteste (in atto od eventuali) dei genitori, a loro volta terrorizzati da una campagna che confondeva i piani tra adozioni, genitorialità, gestazione per altri, unioni civili, gridando al sabotaggio della ‘famiglia’. Il progetto di una scuola di teatro di portarlo in scena nelle scuole non ha trovato finanziamenti tra le istituzioni ed oggi si è affidato ad una campagna crowfunding per non smettere di provarci.

Dobbiamo impegnarci per tutti i Michele che sappiamo essere in difficoltà anche adesso, di cui immaginiamo con rabbia la straziante solitudine

LE PAROLE FANNO PIÙ MALE DELLE BOTTE

L’educazione di genere non destabilizza la famiglia ma promuove la cultura del rispetto delle differenze, tutte, fisiche, intime, religiose. Parla di persone e di diritti umani. È l’abc di ogni società che voglia prosperare anziché involvere nella disperazione.
Per vincere il bullismo non serve indignarsi di fronte a queste morti insopportabili se poi non rendiamo loro giustizia provando a cambiare atteggiamento ed impegnarci per tutti i Michele che sappiamo essere in difficoltà anche adesso, di cui immaginiamo con rabbia la straziante solitudine e cui parole come down, stupido, anoressico, e anche frocio, zoccola, clandestino, fanno più male delle botte.

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