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27 Novembre Nov 2017 1227 27 novembre 2017

Stupro di Firenze: c'entra il potere, non il sesso

L'avvocato di uno dei due carabinieri difende il suo assistito perché bello e piacente. Ma la violenza sessuale nasce dalla volontà di esercitare un dominio.

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Stupro Firenze Carabinieri

«Il mio assistito è un bellissimo ragazzo e non ha bisogno di stuprare nessuno». Ha fatto il giro del web la frase dell’avvocato Corta, difensore di uno dei due carabinieri accusati di stupro a Firenze. «Non sapevo di essere registrato», si difende l’avvocato, come se cambiasse qualcosa, come se non fosse evidente quanto nelle aule dei tribunali il pregiudizio personale che avvocati e giudici portano con sé continui a permettere di mettere sul banco degli imputati le vittime.
Sul Web ho letto commenti analoghi sul caso Brizzi, in cui si dice che proprio in virtù del fatto di essere un uomo piacente il regista non avrebbe avuto bisogno di incontri mascherati da provini per fare sesso con quante ragazze volesse. Lascio alla magistratura svolgere le indagini ma la confusione nel dibattito (sacrosanto nonostante le tristi derive gossip) sulle violenze sessuali merita una riflessione. Mi soffermo sui commenti appunto, tra cui c’è anche: «Certi uomini non riescono a sopportare che un donna gli dica di No».
Se hai una mentalità da stupratore (e parlo di mentalità e non di patologia, termine fuorviante fino alla presenza di un certificato medico) non cercherai donne che ti dicanoa delle relazioni sessuali. Con quelle che ricambiano un corteggiamento, o che si propongono per prime sperando in una scorciatoia alla carriera, nel cinema come in un qualsiasi ospedale o azienda, ‘ci fai l’amore’ o ‘ci fai sesso’. Certo, il sesso dovrebbe rimanere al di fuori di ogni ambiente lavorativo, ma io voglio parlare d’altro.

«PIÙ ERANO GIOVANI, PIÙ MI SENTIVO FORTE»

Voglio parlare di quello che ci sta dietro uno stupro, e che poco ha a che fare con il desiderio sessuale. Tra gli stupratori che ho incontrato in carcere (durante la stesura del libro Non lo faccio più) c’era Marco, un 38enne alto, palestrato e, prima di entrare lì dentro, così mi disse, sempre abbronzato. Quello che si può definire un uomo piacente. Marco aveva più rapporti sessuali durante la settimana, con donne adulte che incontrava nei locali e che lo attraevano sessualmente, ricambiato. Donne consenzienti.
Era stato condannato per stupro su una 15enne (abbordava adolescenti all’uscita da scuola), perché nelle ragazzine cercava ‘altro’. A differenza delle coetanee, che apprezzava con un look minigonna e tacco a spillo tra scollature e trasparenze, le ragazzine le cercava «semplici e senza trucco, per niente spavalde, acqua e sapone, jeans e felpa, scarpe da ginnastica». «Più erano giovani e più mi sentivo forte» mi disse. Forte, non attratto. E ancora, raccontando del caso specifico: «Ho subito iniziato a baciarla e ho tirato fuori il mio pene. Lei ha detto No ma mi è rimbalzato. Mi piaceva l’idea di dominarla, di diventare crudo all’improvviso e spiazzarla». Marco si fece masturbare da una mano che definì ‘morta’ mentre la ragazzina fissava il tappetino dell’auto. «Era terrorizzata», disse. È stato il terrore a far raggiungere a Marco l’orgasmo in un paio di minuti (aveva fretta di tornare al lavoro) così come il piacere iniziava dal primo tassello della costruzione della sua trappola (vi ricordate che l’uomo è cacciatore?), sempre uguale tutte le volte che la metteva in atto.

IL PIACERE DI DOMINARE

L’abbordaggio, i primi incontri alla fermata dell’autobus parlando del più e del meno, i messaggini teneri e senza nessun riferimento sessuale, erano già parte di un godimento sottile e crescente mano a mano che braccava la sua vittima. Un giochino che accerchia, gesto dopo gesto, frase dopo frase, fino a portarla dove si vuole arrivare. Il godimento di un uomo che fa del potere e del controllo il centro del suo piacere inizia nel captare i primi imbarazzi, sale mentre l’imbarazzo si trasforma in ansia, raggiunge l’apice quando la vittima è immobile dalla paura. È lì che arriva quell’orgasmo che non ha avuto bisogno di carezze sulle zone erogene ma solo di occhi impauriti e lacrime in gola. Se quella ragazzina all’inizio del giochino malevolo avesse detto a Marco «Ok, scopiamo», il giochino si sarebbe rotto, come una trottola che smette di girare. «Se fossi stato in un appartamento sarei andato oltre» mi disse, certo che con una ragazza terrorizzata avrebbe potuto fare quello che voleva. Che si tratti di un uomo attraente o di un vecchio panzone, di un mite impiegato o di un regista famoso, un primario in ospedale, un capo reparto in fabbrica, fa poca differenza. Dominare la propria preda, questo dà piacere a un uomo che gode del proprio controllo.

LA DENUNCIA: L'UNICO «NO» CHE NON ECCITA

E se si è sessualmente impotenti poco cambia, l’abuso non ha bisogno di un pene florido, ci sono i rapporti orali, e se non si vuole rinunciare a penetrare la vittima, si usano oggetti, come fanno alcuni pedofili più anziani. Lo stupratore gode a sentirsi dire No, perché è quel No che scatena la sopraffazione che desidera infliggere. È una violenza più subdola, riconoscerla è più difficile ed è per questo che è più difficile sottrarsi. Raramente ci sono di mezzo patologie, quasi sempre assistiamo a deliri di onnipotenza. L’unico NO che non eccita l’uomo violento è quello che arriva con la denuncia.
È attraverso la denuncia (non importa quanto tempo dopo) che la vittima gli dice NO e restituisce a se stessa la dignità che il silenzio ha compromesso.
È quello il NO inaccettabile e insopportabile per chi stupra, è il NO che gli toglie il potere, smascherandolo pubblicamente.

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