Scandalo Weinstein

Scandalo Weinstein

18 Ottobre Ott 2017 1202 18 ottobre 2017

Caso Weinstein: perché ringraziare Asia Argento

La sua testimonianza può aprire strade di libertà e consapevolezza. Nessuno può giudicare chi tace una violenza sessuale o denuncia dopo vent'anni.

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Asia Argento

«Mi sentivo forte ma ho scoperto di non esserlo». Così ha detto Asia Argento durante l'intervista a Carta Bianca ricordando la violenza subita da Harvey Weinstein, sottolineando come a 21 anni non sia facile avere una reale consapevolezza di sé e comprenderne i limiti. Se pensiamo che a quell'epoca era appena stata approvata la modifica del codice penale che dichiarava lo stupro un reato contro la persona e non contro la morale pubblica, non si fatica a rendersi conto quante violenze taciute abbiano popolato il nostro paese, oltre al resto del mondo.

#QUELLAVOLTACHE

L'hastag #Quellavoltache lanciato dalla scrittrice Giulia Biasi sta riempiendo il web di testimonianze da parte di donne che hanno subito molestie in vari ambiti, non solo nel mondo del lavoro, e che non hanno denunciato. È una rivendicazione che rappresenta un'affermazione personale oltre che una rivoluzione collettiva, resa possibile dal dibattito pubblico sulla violenza maschile contro le donne che negli anni recenti ha aperto la strada a una maggiore consapevolezza del suo significato e maggiori strumenti per il suo riconoscimento.

PASSI AVANTI E PASSI INDIETRO

Siamo nel 2017 ma per molti è difficile collocare un rapporto orale non voluto in una camera d'albergo, dove si è entrate volontariamente, sotto l'ombrello della violenza sessuale. I distinguo tra lo stupro e la molestia sul lavoro, tra la violenza psicologica e quella economica non hanno senso perché il denominatore comune della violenza è il diritto che un uomo si arroga di esercitare un potere su una donna e la difficoltà di quella stessa donna di riconoscere su di sé l'entità della violazione. Questo perché una società che quel potere al maschile lo riconosce e lo promuove dentro casa come nel mondo del lavoro, nei cartelloni pubblicitari come nei programmi tivù, di fatto lo legittima.
La cultura che colpevolizza le donne è ancora fortemente stigmatizzante e per questo nelle vittime a prevalere è spesso il sentimento di vergogna. Così si tace la violenza da parte di una persona che conosciamo e da cui non ce la aspettiamo. Se ad aggredirci è uno sconosciuto, la propria non responsabilità è chiara, non ci lascia dubbi. Se invece si tratta di un capufficio, un amico, un vicino di casa, un insegnante, ancora i confini tra la sua responsabilità e quella della vittima sono offuscati.
Lo dimostrano gli attacchi ad Asia Argento di tante donne giudicanti e prive di rispetto per un dolore che per il solo fatto di non conoscerlo non le legittima ad ignorare. Lo dimostrano i commenti di tante donne che, per il solo fatto di essere state forti e di aver saputo reagire di fronte a tentativi di abuso, si sentono altrettanto giudicanti per un probabile e sconfinato desiderio di sentirsi 'migliori'. Senza sapere - o perlomeno provare a capire - che dietro quello scoprire di non essere forti c'è un abisso di disistima a cui si reagisce nei modi più diversi.

PERCHÉ NON DENUNCI?

Perchè non denunci? Nella testimonianza che mi ha dato nel libro Non lo faccio più lo spiega bene Veronica quando ricorda lo stupro subito nel campus universitario da tre suoi amici.

La cosa strana è che io continuo a vergognarmi di me e non di Mattia, e non di loro. Non mi sconvolge quello che hanno fatto gli altri, mi sconvolge quello che ho fatto e quello che non ho fatto io.

Perché non denunci? A me viene da ridere quando sento le interviste e dicono così. Sono tutti bravi a parole. Parlano dello stupro come una denuncia facile da fare. Se non li conosci, l'hai subita e basta. Quando ti capita che la violenza te la costruisci anche tu, quando interagisci con le persone che poi ti violano, quando ti capita di vivere con loro prima, è molto diverso.

Non ho denunciato. Perché un po' me lo meritavo, questo sentivo, colpevoli loro, colpevole io. Non l'ho fatto. Non sono stata consapevole di me. Noi rimaniamo persone. E in quanto persone abbiamo l'istinto di prenderci la responsabilità di quanto accade. La responsabilità diventa l'unica arma che abbiamo, io me lo ricordo perfettamente il meccanismo: se noi possiamo essere responsabili almeno di qualcosa di quello che ci è capitato, questo ci dà il potere e l'illusione di pensare che allora avremo il potere anche di impedire che ci ricapiti.

È importante sapere di avere potere. È importante sapere di essere responsabili. Non complici, ma responsabili. La responsabilità tua è l'unico modo che hai per sapere che se la prossima volta non darai confidenza, se non sarai ingenua, se starai attenta, allora non ti capiterà. È indispensabile, quando ti capita in questo contesto. È un concetto del cazzo ma la pensi così.

UN PESO PORTATO PER ANNI

«È stato un peso che ho portato per vent'anni» ha detto ancora Asia Argento. Il processo di liberazione dal senso di colpa inizia quando si denuncia perché è il momento in cui si dà un nome alle cose, ci si rende conto di non avere responsabilità. Che siano due, dieci o 20 gli anni che ci vogliono a raggiungere la consapevolezza di non avere nulla di cui vergognarsi poco importa. Ricordo una giudice 60enne che durante un'intervista sugli stupri tra minori mi raccontò un episodio di abuso subito a dieci anni da parte di un compaesano che la fermò mentre tornava a casa in bicicletta. Le infilò la mano sotto la gonna, lei si divincolò e scappò ma non ne parlò mai con nessuno. Ripensare a quella mano tra le mutandine la fece scoppiare in un pianto, e parlammo del peso di quel dolore mai dimenticato, del rimpianto per essere stata zitta ed essersi quindi sentita complice di un uomo orribile.

LA SCUOLA INSEGNI A NON RASSEGNARSI

Nei miei incontri nelle scuole parlo molto apertamente dello stupro e ipotizzo con le ragazze delle situazioni per indagare la loro propensione alla denuncia. Se non si tratta dello sconosciuto nel parcheggio quelle che si dichiarano pronte a denunciare sono una minoranza. Alla vergogna si aggiunge la comprensione del comportamento maschile perché l'idea che l'uomo abbia un istinto animale difficile da controllare è molto diffusa anche tra gli adolescenti. Si giudicano tra loro a volta per l'abbigliamento, gli atteggiamenti, l'ubriacatura. Come se mettere di fronte a un ragazzo una ragazza disponibile a flirtare o con una minigonna legittimasse un'aggressione.
Se ipotizzo l'ingresso nell'aula magna di un ragazzo nudo, bellissimo e sorridente, nessuna dice di sentirsi in diritto di accarezzarlo. È il corpo femminile quello 'a disposizione', quello che viene percepito come separato dalla persona, dalla testa e dai sentimenti. Un corpo da consumare, per quel maschio che continua ad essere compreso e quindi assolto nel suo ruolo di predatore.
La minoranza delle ragazze che si dichiara consapevole del diritto alla denuncia si divide tra poche coraggiose senza titubanze e molti «Non denuncerei perché non mi crederebbero» e «non è facile denunciare perché sai che non c'è giustizia» e cose così. Va da sé che quando leggiamo le statistiche sulle violenze e gli abusi le cifre vanno moltiplicate per dieci. Va da sé che quando diciamo che a scuola ci sono altre priorità rispetto alla violenza sessuale significa che non abbiamo idea che tra quei banchi apparentemente sereni ci sono silenzi e vergogne che rimarranno pesi e diventeranno rimpianti.
Ci sono ragazze che già stanno imparando a minimizzare anche un insulto, una carezza indesiderata, a tollerare uno stalker. Le bambine e le ragazze crescono nel disvalore di sé e si preparano alla rassegnazione dei pesi da portare. Per questo l'obiettivo del dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi sul maschile, sull'immaginario del predatore vorace con cui crescono pensando sia naturale, innato, ineluttabile. Che legittima anche il femminicidio, in cui la preda viene uccisa.

BISOGNO DI SOLIDARIETÀ

Il dibattito oggi è su Asia Argento, nello scandalo Parioli era sulla spregiudicatezza delle ragazzine, sulla prostituzione ci si scanna anche all'interno del femminismo, sulle scelte o meno delle donne senza concentrarsi sulla domanda sempre più avida di uomini sempre più violenti e sempre più giovani.
In questo contesto culturale la testimonianza di Asia Argento è importante per aprire strade di libertà e consapevolezza. Cosa importa se la sua denuncia arriva dopo vent'anni? C'è un tempo che qualcuno ha stabilito per passare da vittima a colpevole? Se è vero che le sono arrivate tante critiche è anche vero che in tantissime e tantissimi le hanno dimostrato solidarietà e stima, tra cui l'associazione Telefono Rosa che certamente di violenza e omissioni ha grande conoscenza ed esperienza. Ed è su questa solidarietà tra persone che dobbiamo ricostruire alleanze tra esseri umani contro i soprusi e le violenze che incontriamo nelle nostre relazioni personali e professionali. Su questo coraggio di raccontare la propria sofferenza e la propria debolezza. Per smettere di tacere. Per rimettere al centro la possibilita di un cambiamento.
Grazie Asia.

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