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Diritti

29 Settembre Set 2017 1306 29 settembre 2017

Metropolitana di notte: la paura che non deve avere una donna sola

Una sensazione comune a molte, figlia di una libertà negata e di continui casi di violenze. Ma restare a casa o prendere un taxi non è la soluzione.

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Metropolitanagialla

Uomini in metropolitana a Milano.

Questa foto l'ho scattata ieri sera, giovedì 28 settembre 2017 a Milano, in metropolitana. Era passata la mezzanotte, era l'ultimo treno in partenza dalla stazione centrale verso casa. Ero di ritorno da Roma dove avevo partecipato a una riunione alla Camera, e poi alla manifestazione organizzata dal movimento 'Non una di meno'. E prima ancora avevo avuto un incontro con altre donne di Rebel Network, la rete di attiviste che ho contribuito a far nascere lo scorso anno. Nelle tre ore del viaggio di ritorno mi ero immersa nella lettura di un libro scritto da una sopravvissuta alla prostituzione. Avevo dunque vissuto una giornata tutta concentrata sulla lotta alla violenza maschile contro le donne. Ero stanca, nella testa e nel corpo. Il cioccolato che mi ero comprata a Termini per il viaggio non mi aveva restituito alcuna energia, solo un po' di conforto. Non vedevo l'ora di mettere piede in casa, prepararmi una tazza di tè e biscotti, leggere due pagine di qualcosa di leggero e dormire.

SENTIRSI SOLE E INSICURE

Quando ho sceso le scale della stazione centrale e mi sono addentrata nel percorso che porta alla metropolitana mi sono ritrovata per qualche secondo completamente sola. Nessun altro passante, nessun poliziotto. Per una manciata di secondi ho sperato ci fossero delle telecamere e che non avere una valigia perché avevo viaggiato in giornata mi avrebbe permesso di correre nel caso qualcuno mi avesse seguita, anche solo per scipparmi. E, sempre in quella manciata di secondi, non più di 20, ho anche pensato che indossavo un vestito al ginocchio e che se qualcuno avesse avuto intenzione di molestarmi non avrebbe fatto una gran fatica. Peso 50 chili e l'unica cosa su cui mi potrei concentrare è sferrare un calcio dove a un uomo fa più male. In quella manciata di secondi ho avuto anche il tempo per sentirmi ridicola e un po' paranoica. Scrivi troppo di stupro, leggi e parli troppo di violenza e non riesci a percorrere 200 metri in un sotterraneo senza porti il problema di difenderti.

DOVE SONO LE DONNE?

E poi ho girato l'angolo e mi sono ritrovata in mezzo alla gente, ho obliterato il mio biglietto e ho aspettato l'arrivo del treno. La gente era quasi tutta di sesso maschile, c'erano solo un paio di donne in compagnia di un fidanzato da tenere per mano. Quando siamo saliti tutti e ho trovato posto a sedere mi si è presentata questa visuale. Tutti uomini alla mia sinistra, per quanto cercassi di guardare lontano. Ho intravisto una borsa rossa e mi sono alzata in piedi per verificare se a cingerla fosse una donna e invece era un ragazzo con il suo zaino di tela. «Dove sono le donne?», mi sono chiesta. Dove sono le ragazze? Quelle che si muovono sole, senza un fidanzato o un amico maschio che ti faccia sentire più sicura, per quel che vale? Dov'è il mio diritto di muovermi tranquilla come tranquilli sono tutti gli uomini di questa foto che non temono la violazione dei propri corpi? Dov'è finita la mia libertà?

Gianni Guido e Angelo Izzo, gli assassini di Rosaria Lopez, uccisa il 29 settembre 1975 a Roma nel cosiddetto massacro del Circeo.

QUEL TRAGICO 29 SETTEMBRE 1975

«Le donne si riprendono la notte», diceva un manifesto femminista del 1976. Io avevo 12 anni e avevo avuto coscienza dell'esistenza dello stupro un anno prima, quando il 29 settembre al Circeo due ragazze di 19 e 17 anni, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, subirono stupri e torture da tre ragazzi di 19, 20 e 22 anni, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira. Rosaria fu uccisa e Donatella si salvò fingendosi morta. Ero una bambina, ma ricordo chiaramente lo sgomento e la fatica di accettare che esistessero uomini capaci di odiare così tanto le donne da brutalizzarle e ammazzarle. Ricordo che non mi pareva giusto che la foto di quella giovane insanguinata e nuda nel bagagliaio fosse pubblicata sui giornali perché se fossi stata al suo posto non avrei voluto. Ricordo che di quel manifesto femminista capivo il senso.

LA VOLONTÀ DI NON ARRENDERSI

«Ma quale notte ci siamo riprese?», pensavo ieri sera quando sono scesa da quella metro piena di uomini liberi e ho percorso i 300 metri fino a casa in un silenzio rabbioso, girandomi indietro ogni tanto, con il telefonino sul 112 pronto per chiedere aiuto in caso di pericolo. Rabbioso perché provo rabbia ogni volta che mi sento e ci sentiamo limitate, controllate, discriminate. Perché devo avere paura ogni volta che esco di sera? Perché devo ritrovarmi a pensare che con un paio di jeans al posto del vestito potrei opporre maggiore resistenza? Non voglio arrendermi a prendere un taxi o rimanere a casa, perché in quel mio camminare per strada c'è - nonostante l'apprensione - la mia dichiarazione politica di esercitare un diritto che mi spetta e che rivendico. Ed è questa rivendicazione che mi fa camminare diritta comunque, che mi fa imporre la mia presenza a un mondo che mi vorrebbe rassegnata e remissiva. Non voglio arrendermi e vorrei ci riprendessimo lo spazio che ci spetta e che invece ci si restringe sempre di più intorno, in una campagna di pensiero che ci vuole rinchiudere in casa, che vuole esercitare su noi donne sempre maggior controllo, a cominciare proprio da quel diritto a scegliere se dare o meno un figlio al mondo per cui abbiamo manifestato ieri.
A 12 anni a scuola discutevo con l'insegnante di religione (che mandò a chiamare mia madre) in favore di quella che di lì a poco sarebbe stata approvata come legge 194 e oggi che ne ho più di 50 quella legge, anche in una città viva e proiettata nel futuro come Milano, viene calpestata ogni giorno. Così come ogni giorno in tutta l'Italia si calpesta un pezzetto di laicità in favore degli integralismi cattolici che hanno un potere così forte e ben finanziato da insidiare lentamente ogni ambito della libertà femminile, dal fertility day ai consigli su cosa indossare per non subire violenza, dai processi che ogni vittima subisce nei tribunali e sui media alla precarietà nel mondo del lavoro.

Elisabeth Moss, la protagonista di The Handmaid's tale - Il racconto dell'ancella.

ISLAMICO O CATTOLICO, NO AGLI INTEGRALISMI

In questi giorni sto guardando la serie tivù The Handmaid's Tale: Il racconto dell'ancella. La storia inizia con una vita dei nostri tempi che cambia improvvisamente quando un gruppo di integralisti cristiani prende il potere e toglie alle donne ogni diritto fino a rapirle per metterle al servizio della nuova organizzazione sociale. Strappate alle loro vite e annientate nella loro identità, le donne sterili e povere o anziane verranno, insieme alle lesbiche, mandate ai lavori forzati mentre le giovani fertili diverranno appunto ancelle che mettono al mondo figli per le mogli sterili dei comandanti. Nella serie avviene tutto repentinamente, ma nel nostro Paese se pensiamo agli ultimi 30 anni ci rendiamo conto che giorno dopo giorno sta accadendo qualcosa che si può paragonare, seppur con cautela, a quella serie, qualcosa che toglie alle donne diritti e libertà che parevano acquisiti e indiscutibili e invece vacillano in manifestazioni più o meno striscianti.
Quando io avevo 12 anni in Iran le donne uscivano in shorts e minigonna perché la rivoluzione che portò al potere l'Ayatollah Khomeini sarebbe arrivata nel 1979 e tutti sappiamo come si vestono e vivono le donne in Iran oggi. L'integralismo islamico ci spaventa ma non è l'unico. L'integralismo cattolico che a volte guardiamo con sufficienza è ben strutturato, ha grandi risorse economiche da spendere, si sa insinuare con destrezza in modo capillare in tutti gli ambiti del nostro vivere, da quelli sanitari a quelli educativi, in modo plateale ma anche subdolo, ci induce a demonizzare ciò che ci è più lontano per rafforzarsi.

RIPRENDERSI LA LIBERTÀ

La libertà delle donne, individuale e collettiva, è un bene da difendere che non abbiamo difeso abbastanza e che dobbiamo riprenderci con la consapevolezza che è in serio pericolo anche qui, dove poter girare con una maglietta sopra l'ombelico ci pare ancora sinonimo di emancipazione. Minimizzare, pensare che nel nostro Paese certe cose non potranno mai capitare e intanto coprire quell'ombelico appena fa buio, prendere un taxi per non esporsi a un violenza possibile e per alcuni scontata, non ci salverà. Il 30 settembre, tornerò in piazza con la manifestazione indetta dalla Cgil contro la violenza maschile sulle donne. Ci sarò pensando che il prossimo corteo dovremmo farlo di notte e riempire le strade delle periferie, salire sui tram, stipare i vagoni delle metropolitane con la gioia nel cuore e vestite come ci pare, gridando al mondo che non siamo più disposte a scendere.

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