Mamma, chi me l'ha fatto fare!

21 Settembre Set 2017 1610 21 settembre 2017

Liberi professionisti per le supplenze a scuola? Insegnare è una vocazione

Architetti e avvocati si mettono in graduatoria a fianco dei precari. Ma educare bambini e ragazzi non è una pratica da sbrigare in poco tempo per rimpinguare il conto in banca: bisogna crederci davvero, perché si formano le generazioni del domani.

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classe scuola

Oddio, ci mancava solo questa. L’ho pensato subito, quando ho letto che nelle graduatorie per le supplenze a scuola, accanto ai precari, stanno entrando anche professionisti, come architetti o avvocati, che cercano di riciclarsi nel mondo del lavoro. Sono laureati che magari hanno maturato una lunga esperienza in altri settori, ma che non sono abilitati e non hanno mai insegnato.

Per carità, penso sia triste, faticoso e anche legittimo, essere costretti a reinventarsi. Ma caspita, proprio nella scuola? Già nel nostro Paese l’insegnamento spesso è stato vissuto, anche negli scorsi decenni, come un parcheggio, una base sicura dalla quale partire per poi arrotondare. Con conseguenze non certo positive, come la crescente disaffezione.

Mio papà, insegnante di materie scientifiche ormai in pensione (per il quale, è bene specificarlo, ho sempre avuto un debole), mi ripeteva sempre quanto lo infastidissero i colleghi che avrebbero voluto liquidare in tempo zero consigli di classe, scrutini e collegio docenti, perché avevano fretta di andare 'in studio'. E si incavolava di brutto perché, fino agli Anni '80, quando il lavoro c’era, bocciare un ragazzo senza pensarci troppo significava incentivare l’abbandono scolastico precoce; un fenomeno che giustamente oggi preoccupa gli Stati del Vecchio Continente, tant’è che la Commissione europea, con la strategia Europa 2020, si pone l’obiettivo di contenere entro il 10% il tasso di giovani che lascia gli studi fra i 18 e i 24 anni. Il mio papi diceva: «Secondo alcuni, oltre alle 18 ore settimanali in classe, non c’è molto altro lavoro da sbrigare. Ma chi vuole insegnare veramente prepara le lezioni, pensa a costruire verifiche mirate, con fasce diverse di difficoltà, per premiare i geniacci cercando di non perdere per strada gli altri. E fa i colloqui con i genitori senza congedarli quando il tempo è scaduto, cercando sempre un confronto con la famiglia, a maggior ragione se ci sono problemi. Alla fine, però, siamo pagati tutti allo stesso modo. Cioè, per chi vive di scuola, non molto».

È vero che le 'ragazze' come me, affette da 'papite' acuta, non sono proprio obiettive. Però nelle osservazioni che faceva il mio vecchio c’è di sicuro un fondo di verità. Perché, almeno in teoria, insegnare vuol dire non solo dare nozioni e trasmettere un metodo di studio, ma anche formare le generazioni di domani, forgiare delle coscienze, accompagnare bambini e ragazzi in un percorso di crescita che ha tempi diversi da individuo a individuo. E con un lavoro così, non si guardano i minuti o le ore. Non voglio metterla giù dura, ma sembra quasi una mission impossible, come quella della mamma, in cui hai una sola certezza: sbagli comunque.

Insomma, io penso che per insegnare sia necessario avere una sorta di vocazione: è molto complicato riuscire a trascinare una classe in cui convivono ragazzini vispissimi e altri meno portati, trattare con le famiglie, oggi sempre più complicate, far fronte alla burocrazia, lavorare in armonia con i colleghi. Possibile che uno si scopra a 50 anni un’indole nuova, quella del prof? Non so, ma io proprio non sono d’accordo con questa novità. Del resto, come mamma, quando vado ai colloqui con gli insegnanti dei miei cuccioli, prendo subito le misure al mio interlocutore: c’è chi mi ascolta, concedendomi almeno il beneficio del dubbio, e chi alla prima occhiata, senza andare troppo per il sottile, mi liquida come mamma fan che vive in simbiosi con il figlio e ha credibilità tendente allo zero. E nel secondo caso, garantisco, non è una bella sensazione.

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