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15 Settembre Set 2017 1250 15 settembre 2017

Russia, serve un'altra rivoluzione: quella femminista

Da madri-operaie, a mogli vittime di violenza domestica e discriminate sul lavoro. I diritti delle donne? A rivendicarli sono le femen, criticate però persino dalle russe. Che, in confronto all'era Putin, erano più 'libere' col Comunismo.

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Femminismo

Indossi una taglia superiore alla 48? Peccato, le tue possibilità di carriera si esauriscono qui e, con esse, addio ad uno stipendio di un certo rilievo. È quanto successo a Evgenia Magurina e Irina Yerusalimskaya, dipendenti della compagnia aerea russa Aeroflot, che nei mesi scorsi hanno sporto denuncia al tribunale di Mosca per essere state discriminate a causa del loro aspetto fisico. La colpa è quella di non essere in grado di infilare il loro corpicino in una divisa d'altri tempi, a causa di un girovita che non rispetta alcuni presunti standard qualitativi. Per loro, dunque, niente voli intercontinentali, i più ambiti e ben pagati, e salari prosciugati. Dalla prestigiosa compagnia sono arrivate voci discordanti. Vladimir Alexandrov, vice direttore, ha negato convintamente i fatti; Nikita Krichevsky, membro del consiglio direttivo, sostiene invece che queste 'politiche slim' dovrebbero essere interpretate come semplici incentivi al mantenimento di una perfetta forma fisica. Il tribunale, però, ha dato ragione alle due hostess e alle 500 colleghe che avevano ricevuto lo stesso trattamento. Il giudice, oltre ai bonus negati, ha riconosciuto quindi un risarcimento di 5mila rubli, pari a 73 euro circa. Aeroflot ne esce soddisfatta, poiché nella sentenza non vi è nessun accenno a pratiche discriminatorie nei confronti delle proprie dipendenti. D'altronde, sostengono i legali della compagnia, una hostess in sovrappeso ostacola il passaggio in cabina e dalle uscite di emergenza. Non solo. Per ogni chilo aggiuntivo si spende 10 euro in più all'anno di carburante.

CAPITANA, MIA CAPITANA

Insomma, nella Russia che si accinge a spegnere le cento candeline della rivoluzione d'Ottobre, le donne non sembrano passarsela granché bene. L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha portato alla ribalta un incidente simile ma, per certi versi, ben più grave. La storia è quella di Svetlana Medvedeva che, a causa del suo sesso, non è diventata capitana della Samara River Passenger Enterprise, la nave che fa su e giù dal Volga. Nel 2012, Svetlana si candidò a quello che sarebbe stato il lavoro dei suoi sogni; dopo un iniziale parere positivo, tuttavia, la compagnia bocciò la sua assunzione in base ad una risoluzione del governo, varata nel lontano 1974, che nega alle donne la possibilità di cimentarsi in una serie di lavori. Sono ben 456 i mestieri proibiti: no al carpentiere, al meccanico, al subacqueo, al guidatore di bus e al vigile del fuoco. Professioni troppo dure e pericolose, che potrebbero mettere a rischio la salute e fertilità. E dire che l'era del putinismo si aprì in modo all'apparenza benevolo: nel 2000, infatti, il Presidente della Federazione ammise alcune eccezioni alla legge del '74, ma solo nel caso in cui il datore di lavoro avesse voluto prendersi la briga di certificare che tutto si svolgeva in condizioni sicure. L'ONU, dal canto suo, è intervenuto per fermare questo tipo di discriminazione ma Mosca appare davvero irremovibile. Tutto questo suona ancora più stridente se si pensa che, volgendo lo sguardo ai decenni che furono, le russe sono state precorritrici in alcuni campi di avanguardia. Si pensi fra tutte a Valentina Tereškova, prima pilota civile a volare nello spazio.

CERCASI FEMEN DISPERATAMENTE

Se la rivoluzione deve avvenire dall'interno, però, nel paese di San Giorgio il femminismo non sembra attecchire davvero, per ragioni storiche e culturali. Quando, in Europa e negli Stati Uniti, i reggiseni volavano nelle piazze, nell'URSS del regime comunista un'apparente libertà è riuscita a soffocare anche gli animi delle più ribelli. Lì alcune lotte apparivano del tutto superflue. Lì le donne avevano già conquistato da tempo il diritto al voto, all'aborto, al divorzio, allo studio, l'asilo per i bimbi e gli assegni familiari. L'Unione Sovietica, insomma, sembrava essere la vera patria dell'uguaglianza: il 'sesso debole', infatti, non esisteva già più. Tutti, però, davano per sottinteso che cucinare, pulire e accudire i figli fossero mansioni non declinabili al maschile. Insomma, l'esaltazione dell'operaia andava a braccetto con la celebrazione della madre con prole al seguito. Così, al cadere del muro di Berlino, la doppia incombenza casa-lavoro ha portato a muoversi al contrario rispetto alle altre zone del mondo: occuparsi esclusivamente della famiglia, a quel punto, sembrava essere per loro l'opzione più allettante. Media, istituzioni e Chiesa ortodossa hanno dato il loro contributo, lanciando un'immagine volgare, mascolina e disarmonica di femen&Co, come di un complotto dell'Occidente importato da chi vuole distruggere il Paese. I politici si tengono alla larga da questioni a tema femminile, i commenti misogini non fanno notizia e la situazione sembra navigare in acque fangose. Pavel Astakov, difensore dei diritti dei minori, ha giustificato il matrimonio di una minorenne in Cecenia, spiegando che in Caucaso «l'emancipazione e la maturità sessuale arrivano prima e la donna a 27 anni è ormai avvizzita e sembra una 50enne». E, in questa situazione di apparente immobilità, i movimenti per i diritti non fanno altro che radicalizzarsi, causando reazioni estreme da parte delle autorità, che svelano la loro natura oppressiva: il fenomeno delle Pussy Riot, che nella cattedrale di Mosca invocavano la Vergine perché mettesse fine al machismo alla Putin, ne è un chiaro esempio. Il risultato? Una condanna delle tre Pussy e un femminismo definito come peccato mortale dal pubblico ministero che ha guidato il processo.

LIBERI DI PICCHIARE LE MOGLI

Eppure, di battaglie da combattere ce ne sarebbero eccome. Un famoso detto risalente a una sorta di galateo del XV secolo recita che «se ti picchia vuol dire che ti ama». E in tante sembrano prendere ancora alla lettera questo antico proverbio. Anche lo Stato cerca di fare la sua parte, in questo processo di involuzione dei diritti. Nel giugno del 2016, rubando diverso spazio alla cronaca internazionale, il Cremlino decise di depenalizzare le percosse, fatta eccezione per la violenza domestica, di cui sono vittime mogli e figli di una famiglia su quattro. Il clero insorse ricordando al mondo intero che la punizione corporale, se praticata in modo ragionevole, non può essere sottoposta a condanna. Ecco dunque che il governo rivalutò subito la sua posizione, riducendo la pena da due anni di carcere a quindici giorni di lavori socialmente utili, con annessa una multa di pochi rubli. La reazione fu immediata: la punizione sembrava essere ancora troppo grave per il reato commesso. Fu propria una parlamentare, Yelena Mizulina, a presentare una nuova proposta di legge, che ricevette un sì convinto dalla Duma. Così, i fautori del pestaggio domestico sono riusciti ad ottenere una responsabilità penale solo laddove gli episodi di soprusi vengano compiuti per più di una volta all'anno. In caso contrario, il reato rimane di natura amministrativa: solo in questo modo si creerebbero famiglie forti, come ha affermato il presidente della Camera bassa, Viaceslav Volodin. Tutto questo in un Paese dove, secondo un articolo pubblicato dal britannico Guardian nel febbraio di quest'anno, una donna muore ogni 40 minuti a causa dei maltrattamenti subiti fra le mura domestiche. Delitto e castigo? Rimane solo un grande romanzo che, almeno in Russia, non è ancora stato calato nel concreto.

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