13 Settembre Set 2017 1603 13 settembre 2017

Lecce, il fidanzato confessa il femminicidio di Noemi. Ma c'è ancora qualcosa da dire?

I due avevano un rapporto 'burrascoso', sinonimo comodo di 'violento'. Ma situazioni come questa si possono prevenire: serve però formazione e informazione da parte di tutti, uomini e donne. 

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Femminicidio

Sul femminicidio di Noemi cos’altro dire che non abbiamo già detto? Cos’altro dire alle ragazze che si interrogano sulle proprie relazioni se non di non sottovalutare le espressioni di rabbia e gelosia che precedono sempre un femminicidio, di chiedere aiuto? Cos’altro dire ai ragazzi se non ripetere loro che le donne non sono una proprietà su cui avanzare ed imporre diritti come questa cultura patriarcale continua a trasmettere? Il fidanzato di Noemi, dicono le prime indiscrezioni, aveva spesso manifestazioni rabbiose, c’è un video in cui con una sedia cerca di sfasciare l’auto di qualcuno con cui aveva litigato, forse per gelosia appunto.

Qualcuno parla di un rapporto burrascoso, sinonimo comodo di violento. La giovane aveva postato su Facebook di recente un post che sottolineava come non si possa chiamare amore un rapporto fatto di botte, ricatti e controllo; oggi quel post ci sembra testimoniare un coinvolgimento personale in quelle parole, forse una consapevolezza che la allontanava da un rapporto che non voleva più, con tutte le difficoltà che ne conseguono se lui non ti concede di scegliere.

Eppure salvarsi è possibile ma è difficile riuscirci da sole. L’età di Noemi, 16 anni, sgomenta ancora di più ma è solo l’ennesimo caso di tanti femminicidi che hanno coinvolto coppie di minorenni. Nelle scuole non si investono risorse su questi temi, e l’alibi è spesso la mancanza di fondi. Eppure basterebbe un’attività di rete con i centri antiviolenza presenti sui territori per farli conoscere e frequentare, per dire alle ragazze che basta una sberla per una scenata per dirsi: «Devo parlarne con qualcuno di competente».

Spesso nelle scuole mi rendo conto che le ragazze pensino che siano luoghi per donne adulte e massacrate di botte. Non c’è informazione, non sanno che possono trovare ascolto anche per una violenza psicologica che tante volte precede quella fisica. Mi rendo anche conto che in molte vivono con orgoglio una scenata di gelosia, una sberla che chiarisca quel «Sei mia» che non dovremmo mai lasciarci dire.

Ma Noemi aveva pubblicato quel post, Noemi lo sapeva che in una relazione dove ci si esprime con la violenza l’amore o non c’è mai stato o se ne è andato da un pezzo. E allora che altro dire ad insegnanti e dirigenti scolastici in questo inizio anno con un femminicidio che potrebbe riguardare i ragazzi e le ragazze che stanno nelle loro classi? Attivatevi, cercate di fare rete con le realtà sul vostro territorio che sono a chilometro zero, proponete un lavoro continuativo sul tema della violenza, condividete materiale, stimolate la stesura di temi e tesine. Coinvolgete i maschi nel mettersi in discussione partendo da questa vicenda e da altre figure maschili in cui si possano riconoscere.

Nei miei incontri sento dire anche cose che non vorresti mai, ma è parlando e parlando di sé che ci si mette in discussione, che si rompe quel silenzio insopportabile che rende questa realtà immutevole. È durante l’adolescenza che si impara (sì, si impara), ci si educa anche su cosa vuol dire coppia. Soprattutto che non significa quello che una cultura stantia e opprimente continua ad insegnarci da quando siamo piccoli. Serve formazione e serve informazione per prevenire situazioni già a rischio. Nei corridoi delle scuole ci dovrebbero essere i cartelli con i numeri dei centri antiviolenza, della rete D.i.re, di Telefono Rosa e di tante altre realtà che oltre che formare e informare, salvano vite. A volte basta davvero una telefonata per iniziare un percorso di libertà.

E che dire al governo Gentiloni se non chiedere per l’ennesima volta di applicare la Convenzione di Istanbul nel concreto, stanziando i fondi necessari, mettendo in atto un piano educativo nazionale di formazione per fornire strumenti di crescita e consapevolezza. Dalla violenza ci si salva dando un nome alle cose, decodificando i segnali, sapendo a chi chiedere aiuto.

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