5 Settembre Set 2017 1937 05 settembre 2017

Quei 'bravi ragazzi'

Feroci e mansueti: la doppia faccia dei minorenni accusati per lo stupro di Rimini. E nonostante le imputazioni, i genitori li difendono a spada tratta. L'opinione di Cristina Obber.

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Stupro

Francesca Capaldo, capo sezione della polizia che ha interrogato gli stupratori di Rimini ha dichiarato in una intervista di essere rimasta impressionata dalla ferocia e dalla carica d’odio espressa durante la violenza da dei soggetti che, invece, durante gli interrogatori si sono mostrati ‘mansueti’.
Di fronte alla ‘mansuetudine dello stupratore’ mi sono ricordata di tanti incontri con le assistenti sociali o le psicologhe che ho intervistato durante la stesura del libro Non lo faccio più mentre giravo l’Italia per capire come mai dei minorenni potessero compiere, così giovani, dei crimini tanto atroci.
Alcune volte me li sentivo descrivere come dei ragazzetti che presi uno a uno erano miti, tranquilli, alcuni in preda a pianti di coccodrillo per quello che avevano fatto magari trascinati da qualcuno che aveva su di loro una cattiva influenza.
Nei miei incontri nelle scuole superiori mi è capitato che alcuni ragazzi dall’aria mite e dolce non escludessero completamente la possibilità di poter commettere una violenza di gruppo nel caso si fossero trovati, appunto, all’interno di una dinamica in cui «Se non sei il leader è difficile tirarsi indietro». Pare insomma che all’interno di quello che generalmente chiamiamo branco, le personalità si trasformino e qualsiasi ragazzo possa diventare un criminale feroce.

MA COS’È IL BRANCO?
Di questa ‘mansuetudine’ e di questo supposto trasformismo inquietante ho parlato con una psicanalista, la dottoressa Gabriella Cominotti di Milano: «Il pensiero è sempre individuale e queste sono persone con il pensiero in stallo che non hanno relazioni, rapporti, che se la prendono con il primo che incontrano senza nemmeno chiedersi chi sia, soprattutto se è donna. Salvo poi assumere un atteggiamento mite quando devono preoccuparsi di farsi commiserare». E continua: «Spesso non sono nemmeno amici tra loro si tratta di gruppi che si formano e di disfano con enorme facilità perché al loro interno non vi sono rapporti personali. Prima si incoraggiano a vicenda, poi si rimbalzano le responsabilità l’un l’altro. Quello che li accomuna è l’impotenza, nel senso di mancanza di potere individuale».
Sappiamo infatti che la violenza sessuale non viene commessa in nome del desiderio sessuale bensì dell’esercizio di potere e controllo su un’altra. «Pensiamo alla violenza sulla signora di 81 anni. È evidente c’entra il bisogno di sentirsi forte di fronte a una persona immobilizzata, e in particolare a una donna, che disprezzi. Perché il problema, atavico, è la differenza di genere», spiega ancora la psicanalista.
Se è vero infatti che esistono alcuni episodi di stupri sui maschi, le cifre sono irrilevanti e pur facendo uno sforzo a ritroso nella memoria difficilmente ce ne ricordiamo qualcuno.

TROPPI SCONTI PER I MINORI
Nel caso di Rimini uno solo degli stupratori è maggiorenne mentre gli altri hanno 15, 16 e 17 anni. Nonostante le imputazioni pesanti (rapina aggravata, violenza sessuale di gruppo e lesioni aggravate) si teme che, per i tre minorenni, il nostro sistema giudiziario si riveli incapace di condanne adeguate. Se è giusto tutelare e cercare di rieducare e riabilitare anche gli autori dei reati, è altresì vero che è necessario distinguere tra un reato comune e una violenza sessuale. La nostra storia recente invece ci ricorda che in tanti casi (si pensi allo stupro di Montalto di Castro che coinvolgeva otto ragazzini su una 15enne o a Carmela Cirella, suicidatasi a seguito della violenza di gruppo subita a Taranto) nessuno degli stupratori ha mai visto le porte del carcere in virtù appunto della minore età che prevede la ‘messa alla prova’, un percorso rieducativo alternativo alla detenzione. «Se la richiesta di un percorso psicologico non nasce da una necessità autentica della persona ma è imposto, sarà inutile», dice Cominotti. E aggiunge: «Una persona tra i 12 e i 14 anni decide chi vuole essere, anche se essere violenta o meno nei confronti del mondo che la circonda. A 16 anni puoi picchiare, stuprare, uccidere. La giustizia deve tener conto di una maggiore responsabilità quando si tratta di reati contro la persona e questo vale anche per gli adulti».

LE MAMME DEI BRAVI RAGAZZI
«Mio figlio non è un violento», ha detto la madre di uno dei minori implicati nella vicenda di Rimini, descrivendolo come un ragazzo obbediente eccetera eccetera. Il problema è che ci ritroviamo sempre di fronte alla stessa scena: a Montalto di Castro, come a Melito di Porto Salvo, come in tanti altri luoghi, le mamme degli stupratori difendono i propri ‘bravi ragazzi’ accusando le ragazze di essersela cercata indossando minigonne, eccetera eccetera.
Marco, il 35enne che ho intervistato in carcere, al tempo della violenza sessuale su una 15 enne si era separato ed era tornato a vivere con la madre. Quando i carabinieri si erano presentati a casa per arrestarlo la madre, sentendo la motivazione, aveva vomitato di fronte a tutti per lo sgomento. Due giorni dopo era andata a trovarlo in tribunale dicendogli: «Non ti lascio solo». Che si era tradotto in un avvocato che avrebbe puntato tutto sulla consensualità della ragazza.
Una giudice con 30 anni di professione alle spalle mi raccontava che se ci sono tre imputati minorenni e dunque tre coppie di genitori convocate una alla volta, ognuna accusa di negligenze educative le altre due.
Il fallimento di un figlio che compie una atrocità è un fallimento davvero faticoso, ma necessario, da accettare. Perché senza uno sforzo personale in tal senso nessun genitore potrà aiutare il proprio figlio ad assumersi la propria responsabilità e da lì cominciare cambiare.
Lo penso ogni volta che in una scuola mi rendo conto che tra quei banchi non tutti hanno piena coscienza della gravità delle azioni su cui stiamo ragionando, altrimenti certe ipotesi di violenza non riuscirebbero nemmeno ad essere formulate con tanta apparente innocenza.

LA RAPE CULTURE
A scuola è urgente smontare l’astrattezza del termine 'branco' e chiarire che la responsabilità non è un torta che si divide in fette e dunque più si è e meno ce ne si assume individualmente. Urge educare alla consapevolezza, perché nemmeno tra le ragazze c’è una condanna unanime e senza attenuanti rispetto alla violenza sessuale. Ci sono sempre dei 'dipende' che non dovrebbero esserci: quella dello sconosciuto sulla spiaggia è riconosciuta come tale mentre quella nel bagno della scuola non del tutto. L’unica che non fa distinzioni è la mamma dello stupratore che in fondo difende se stessa.
Siamo così intrisi di rape culture (cultura dello stupro) che al di là di alcuni casi in cui la ferocia è più manifesta e dunque l’indignazione collettiva è più forte (non senza speculazioni razziste) non sappiamo riconoscere e ammettere le nostre contraddizioni.
Contraddizioni che significano anche dedicare giustamente molto interesse sul quanto accaduto a Rimini ma non altrettanto a quel 31enne di Ovada che ha ripetutamente abusato del figlio di 5 anni. E non aveva nemmeno bevuto.

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