29 Agosto Ago 2017 1951 29 agosto 2017

Lo stupro non ha colore

Condannare le violenza indipendentemente da chi le commette: questo è ciò che conta. E ancora di più fare giustizia. Con pene certe e severe. L'opinione di Cristina Obber.

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Stupro ombre

Violenza contro le donne: l'estate non ci ha risparmiato la mattanza. Le testate e i social ne hanno scritto, non senza polemiche di contorno, come accade oramai anche se parli di découpage. Ma qui si tratta di vite cancellate, distrutte, violate. E allora cerchiamo di concentrarci su quello che conta.

Partiamo dal caso di Abid Jee, un mediatore culturale che ha scritto su Facebook: «lo stupro è un atto peggio ma solo all'inizio: una volta si entra il pisello poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale». Non si capisce se quell'impersonale «si gode» si riferisce a entrambi (e fa supporre una conoscenza esperienziale dell'abuso), in più paragona lo stupro a un rapporto sessuale in cui inizialmente lei non vuole ma, una volta calma, non disdice.
La mia è un'interpretazione personale ma sentir confondere le due cose mi è capitato anche durante alcuni incontri nelle scuole perché la cosa è più diffusa di quanto non si creda. È una cosa che pensa anche chi ha scritto sul muro di un liceo romano che Franca Rame aveva goduto durante la violenza di gruppo subita; è una cosa che pensava Antonio, che ho intervistato in carcere ed era convinto che alla nipote 13enne, della quale abusava, quella violenza piacesse.
Ne sono convinti anche gli uomini che pretendono rapporti sessuali coniugali forzati e così pure le donne che li subiscono in nome del dovere di coppia. Perché tutto questo riguarda il tabù sul piacere femminile, che vuole santa colei che il sesso lo fa per consentire il piacere maschile e troia colei che ne gode pienamente. È una cosa, ancora, che pensano coloro che sui social insultano le donne (preferibilmente con ruoli istituzionali e di potere) alle quali di volta in volta augurano sempre la stessa «giusta punizione» (per essere donne e avere potere, come accade anche in queste ore alla presidente della camera Laura Boldrini; per essere donne libere che provano piacere), ovvero lo stupro corredato dall'appellativo 'troia', appunto.

LA SERIETÀ DI CHI LAVORA SULL'INTEGRAZIONE

Ricordo che nel 2012 un candidato repubblicano al seggio senatoriale del Missouri, Todd Akin, antiabortista, disse che le donne sanno come evitare di rimanere incinta anche mentre subiscono violenza perché «se si tratta di uno stupro legittimo, il corpo femminile ha le maniere per cercare di bloccare la cosa». Dei super poteri dunque, che ci rendono corresponsabili degli accadimenti. Sull'aggettivo 'legittimo' potrebbero discutere pubblicamente Todd Akin e Abid Jee, così, per chiudere il cerchio.
Ciò che conta, dunque, non è la dichiarazione del mediatore culturale (un uomo tra tanti), quanto il criterio della selezione e della formazione con cui la cooperativa sociale che lo ha assunto lo ha ritenuto idoneo a quel ruolo professionale. Treccani definisce così il mediatore culturale: «Chi svolge la professione di mediare tra due o più culture, talora molto distanti l'una dall'altra, al fine di favorire l'inserimento di persone immigrate assistendole nei loro rapporti con la pubblica amministrazione, le strutture sanitarie ed educative, la comunità sociale del Paese ospitante». Un ruolo tutt'altro che marginale che farebbe supporre un'accuratezza nella scelta e nell'iter formativo su cui il caso di questa cooperativa solleva molti dubbi. Che si dissoci dalle dichiarazioni di Abid Jee e lo sospenda dall'incarico non è sufficiente: ciò che conta è che le istituzioni preposte si attivino affinché vengano accertate le capacità di tutte le realtà che operano in questo campo di selezionare e soprattutto formare il proprio personale, attività fondamentali per chi lavora con materiale umano (e per cui ricevono finanziamenti). Senza formazione non vi può essere mediazione e senza mediazione non vi può essere integrazione.

BIANCHI, NERI O UBRIACHI? NON È QUESTO CIÒ CHE CONTA

Sugli stupri di Rimini sono state scritte tante cose, non senza polemiche sul cosiddetto «razzismo al contrario», ovvero la presunta omissione della nazionalità dei criminali quando hanno la pelle scura, per proteggerli dal razzismo. Polemiche che trovo ingiustificate: di fronte a una violenza sessuale specificare se l'autore è di Brescia o di Algeri può essere rilevante ai fini di qualche altra informazione o approfondimento, non certo in senso lato. È proprio l'accento sulla nazionalità che ne fa una discriminante, in tutti i casi. Sulle accuse ad alcune femministe (senza specificarne i nomi che consentirebbero una replica) di analoga e ovviamente presunta omertà (leggo ad esempio «femministe che tacciono omertose di fronte all'ennesimo stupro commesso da bestie nordafricane») stendo un ulteriore velo pietoso. Io, per esempio, sabato 26 agosto non ne ho scritto semplicemente perché ero al mare.
Ad ogni polemica è bene chiedersi quali siano i reali obiettivi di chi le alimenta: è un esercizio che rivela spesso intenzioni e contraddizioni che ci rivelano solo miserie. Ecco, ciò che conta, a Rimini, è che una ragazza e una trans sono state violentate a pochi minuti di distanza da un gruppo di uomini. A me non importa nemmeno se questi avessero bevuto o meno, se si fossero impasticcati o no. Se sei stato in grado di fare quello che hanno fatto ne sei responsabile, punto. Ciò che conta è seguire la vicenda per prendere pene severe, senza attenuanti costruite in tribunale da avvocati senza scrupoli (per la legge stuprare in gruppo costituisce giustamente una aggravante, perché sono amplificate sia la violenza fisica che quella psicologica che tende ad annientare la vittima). Ciò che conta è fare giustizia per restituire dignità a quella ragazza e a quella trans impegnate oggi a curare una profonda ferita. Ciò che conta è chiarire che lo stupro di una persona che si sta prostituendo è grave tanto quello di una ragazzina che esce da scuola. E magari, soprattutto da giornalisti, sapere che per una trans MtF (da maschile a femminile) gli articoli da utilizzare sono «la» e «una», giusto per esprimersi in italiano.

RIMINI, LA CITTÀ SI COSTITUISCE PARTE CIVILE

Ciò che conta è chiarire che lo stupro è, sempre, un crimine contro chi lo subisce e un crimine contro l'umanità. È sottolineare che il sindaco Andrea Gnassi ha annunciato che la città di Rimini si costituirà parte civile in difesa delle tre vittime e che sarà utilizzato il fondo regionale per vittime di reato. Questo dovrebbe accadere ogni qualvolta una donna viene stuprata o uccisa. Vorrei chiedere al primo cittadino di Frosinone di fare altrettanto contro ignoti per Gloria Pompili, ammazzata di botte a 23 anni da un uomo con cui si era prostituita e malamente soccorsa perché, anche nell'Italia del nuovo millennio, ci sono situazioni di degrado in cui la tua vita di ragazza vale meno di niente.

STUPRO, STALKING, FEMMINICIDIO: TRE VOLTI DI UNA CULTURA DA SUPERARE

Ad ogni notizia di stupro sui social non manca chi invoca la castrazione chimica. Non sa che nello stupro quello che conta è il potere con cui si umilia la vittima e che, se lo stupratore non può agire con il pene, utilizza degli oggetti. È il potere il fulcro di ogni forma di violenza, basterebbe studiare e documentarsi per capire qualcosa di più. E non basta una vita per approfondire. Ma spesso tutto si riduce a un tweet, al massimo a un post su Facebook e non troppo lungo, per carità. La violenza contro le donne diventa così uno strumento per autopromuoversi, improvvisarsi difensori pur di marciare contro delle «bestie nordafricane» oppure organizzare «eventi» sul femminicidio con il buffet e poi tutte in posa per il selfie, invocare appunto la castrazione chimica salvo cambiare idea quando l'imputato è un tuo familiare. Bisogna invocare invece una massiccia azione educativa preventiva, di cui nessun maestro di populismo sembra interessarsi, nonché maggiore severità in ambito giudiziario con processi rapidi e certezza della pena per gli uomini violenti, indipendentemente dal colore della loro pelle, dall'appartenenza politica, dal ceto sociale che ti consente di pagarti avvocati che trasformano le vittime in imputate.
Ma la violenza contro le donne non sembra essere, nei fatti, una priorità per il nostro governo e lo conferma l'ultima scandalosa modifica del codice penale passata proprio nei primi giorni di agosto 2017 che rende possibile il risarcimento pecuniario in determinati casi di stalking, anche senza il consenso della vittima. Lo stupro, il femminicidio, lo stalking sono figli della stessa matrice. E allora ciò che conta sono le azioni che dobbiamo pretendere dal governo da domani mattina, a cominciare dal rivedere quella scellerata modifica (ministro Orlando, che seguito hanno avuto le sue parole?) e nominare una ministra delle pari opportunità che non abbiamo da quattro lunghissimi anni e di cui nemmeno Gentiloni pare aver inserito nella sua agenda delle priorità. Dal presidente Mattarella, infine, vorrei giungessero parole e precise indicazioni.

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