Elezioni 2018

Elezioni 2018

13 Marzo Mar 2018 1255 13 marzo 2018

La sinistra si è dimenticata della parità di genere?

Per quanto riguarda le percentuali di donne in Parlamento, il Pd e Liberi e Uguali non sono proprio ai primi posti. Colpa della legge elettorale o delle segreterie?

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Una delle poche certezze delle elezioni del 4 marzo 2018 è che il nuovo Parlamento ha il più alto tasso di donne (34%) e di onorevoli (35%) e senatori (30,16%) al loro primo mandato. Un ottimo risultato, anche se nasconde dei problemi che apparentemente, in superficie, non si vedono. Il primo è il raggiungimento della parità di genere, uno degli obiettivi, sulla carta, dalla legge elettorale del 2017, ovvero il Rosatellum Bis. Eppure, i (circa) due terzi delle Camere sono occupate da uomini. Il secondo punto è che gli schieramenti politici di sinistra, che storicamente e ideologicamente hanno lottato per ridurre e abbattere il gender gap, non risultano nelle prime posizioni. Prima del Pd, infatti troviamo il Movimento 5 Stelle e Forza Italia, mentre Liberi e Uguali è il fanalino di coda. Proviamo a capire cosa è andato storto.

COSA DICE IL ROSATELLUM BIS SULLA PARITÀ DI GENERE

Il primo punto sul quale bisogna riflettere è se, effettivamente, la legge elettorale creata da Ettore Rosato del Pd è stata scritta, in parte, per raggiungere la parità di genere. Come si legge nel dossier Riforma elettorale. Note sull'A.S. n. 2941 a cura di Luca Borsi e pubblicato dal Servizio studi del Senato (pagine 16 e seguenti), il Rosatellum bis prevede:

  • A pena di inammissibilità, nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali, i candidati devono essere collocati secondo un ordine alternato di genere (sia alla Camera sia al Senato).
  • Al contempo, per la Camera è previsto che nel complesso delle candidature presentate da ogni lista o coalizione di liste a livello nazionale, nei collegi uninominali nessuno dei due generi possa essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento (con arrotondamento all'unità più prossima).
  • Nel complesso delle liste nei collegi plurinominali presentate da ciascuna lista a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato nella posizione di capolista in misura superiore al 60 per cento, con arrotondamento all'unità più prossima.
  • L'Ufficio centrale nazionale assicura il rispetto di tali prescrizioni (si mantiene invero non del tutto chiarito come e dove possa operare una sua misura 'sanzionatoria').
  • Per il Senato le medesime previsioni sono riferite al livello regionale (e spetta all'Ufficio elettorale regionale assicurarne il rispetto).

Apparentemente, non c'è trucco e non c'è inganno al punto 'Rappresentanza di genere'. Il vero problema c'è se si unisce questa sezione con la precedente, ovvero 'Le pluri-candidature':

  • Sono ammesse (sia alla Camera sia al Senato) le pluri-candidature (beninteso con il medesimo contrassegno).
  • Ci si può candidare in un solo collegio uninominale (a pena di nullità).
  • Tuttavia ci si può candidare in uno o più collegi plurinominali, fino ad un massimo di 5 (a pena di nullità), anche contestualmente alla candidatura nel collegio uninominale.
  • Chi si candidi nella circoscrizione Estero (su cui v. infra) non può candidarsi in alcun collegio uninominale o plurinominale.
  • Il candidato eletto in un collegio uninominale ed in uno o più collegi plurinominali, si intende eletto nel collegio uninominale.
  • Il candidato eletto in più collegi plurinominali è proclamato eletto nel collegio nel quale la lista cui appartiene abbia ottenuto la minore percentuale di voti validi, rispetto al totale dei voti validi del collegio.

Per farla breve, se una donna è candidata come capolista in più collegi (fino a cinque plurinominali e un uninominale), se va bene, viene eletta in un solo collegio, lasciando il posto da un minimo di uno al massimo di cinque seggi, tutti destinati a un uomo, secondo il 'principio dell'alternanza di genere' della sezione 'Rappresentanza di genere'. Uno dei motivi per cui la percentuale di donne in Parlamento è il più alto della storia ma è allo stesso tempo anche molto distante dal 50% ideale, è proprio per questo motivo, chiamato dagli esperti 'effetto flipper'.

COSA HANNO FATTO IL PD E LEU

Quel 34% di donne in Parlamento, però, è un dato che viene unendo le medie ponderate di tutti gli schieramenti: non tutti sono arrivati a quella percentuale anche se due partiti sono riusciti a superare quella soglia. Stiamo parlando del Movimento 5 Stelle che, secondo uno studio di AGI/Openpolis, ha raggiunto quota 39,34%, dimostrandosi il più virtuoso dal punto di vista della parità di genere. Il secondo, invece, è Forza Italia con il 34,93%. Il Pd è solo terzo con il 33,93%. Dopo Lega (30,89%) e Fratelli d'Italia (30,23%), in ultima posizione c'è Liberi e Uguali con il 27,77%. Tra i due partiti dell'area di sinistra, forse LeU è il caso più emblematico: su 18 Parlamentari, quattro sono donne: Laura Boldrini, Loredana De Petris, Rossella Muroni e Michela Rostan. Laura Boldrini è stata candidata in cinque collegi (quattro plurinominali come capolista e uno uninominale), stesso discorso per Rossella Muroni, mentre Loredana De Petris è stata candidata in quattro collegi (un uninominale e tre plurinominali). In questo caso è palese come l''effetto flipper' abbia sfavorito le donne, tranne nel caso Rostan candidata in una sola lista plurinominale. Anche se con numeri molto più grandi, è toccato al Pd. Pensiamo, ad esempio, a Maria Elena Boschi, che oltre all'uninominale di Bolzano è stata candidata anche in Lombardia, Lazio e tre zone della Sicilia, stesso discorso anche per Marianna Madia e Lucia Annibali, ma anche alle meno famose Rosa Maria Di Giorgi, Simona Malpezzi o Maria Chiara Gadda.

IL PROBLEMA È DELLA LEGGE ELETTORALE O DELLE SEGRETERIE DI PARTITO?

A questo punto, possiamo dire che non è proprio tutta colpa del Rosatellum bis se si è ben lontani dalla parità di genere effettiva in Parlamento. La legge dà la possibilità di scelta alle segreterie di partito che decidono chi, dove e per quante volte candidare possibili deputati e senatori. La decisione finale, dunque, spetta alle forze politiche, dunque. Ma c'è anche un altro meccanismo che è stato aggirato. Su lavoce.info si fa notare che le quote rosa, di fatto, vengono limitate con un escamotage, ovvero il sacrificio: vale a dire candidare una donna in un collegio uninominale dove la sconfitta è pressoché sicura o del tutto incerta. Un'altra manovra per far aumentare il numero di uomini in Parlamento.

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