27 Gennaio Gen 2018 1013 27 gennaio 2018

Giornata della memoria: perché non ha senso ricordare così l'Olocausto

Con tutte queste conferenze, letture pubbliche e film, sembra andare in scena un evento, non un momento di riflessione. La cui narrazione è inaccettabile.

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Giornata Della Memoria

Una sopravvissuta ad Auschwitz.

Anche quest’anno, come ogni anno a quest’ora, mi trovo ad ammettere l’inaccettabile per una ragazza di origine ebraica: la Giornata della Memoria così com’è e come viene raccontata non mi appartiene, non voglio mi coinvolga; anzi, a volte mi disgusta. E il problema è narrativo, sono le parole, è colpa della retorica vuota che si usa per imbottire rituali stanchi.

D’altronde c’è voluta una legge, la n. 211 del 20 luglio 2000, per ricordare agli italiani che cosa accadde nella Seconda Guerra Mondiale, obbligando tutti, almeno per un giorno, a interessarsi alla Storia. Alla Storia ch’è fatta di date. E il 27 gennaio è una data diversa da tutte le altre, come la Shoah è stato un massacro diverso da tutti gli altri subiti dal popolo ebraico. Perché la Shoah è un dolore smisurato e del dolore deve scegliere che farne soltanto chi quello stesso dolore lo porta con sé. Non c’è modo di guarire, chi soffre di Shoah non ne esce più. Anche se sei nato dopo il ‘45, anche se nei giorni in cui la tua comunità venne violentata tu non c’eri.

Quindi non mi stupisce che altre donne e uomini ebrei (l’ultimo è lo scrittore polacco Wlodek Goldkorn in un’intervista a Repubblica) si domandino se è utile essere costretti dal proprio Stato a farsi del male, ogni anno della propria vita, continuando a condividere la sofferenza che li rende sopravvissuti ai sopravvissuti. Quando invece vorrebbero dimenticare: non i morti, ma la violenza, le brutture, l’assurdità. Quando invece Yom Hashoah, il corrispettivo ebraico del 27 gennaio, in Israele si celebra con due lunghissimi minuti di sirena: mentre un’intera nazione si ferma, in assoluto silenzio, le aziende non lavorano e i luoghi d’intrattenimento sono chiusi.

In cosa si è trasformato il Giorno della Memoria? Da dove deriva il fastidio che sempre più comunità provano nei confronti del 27 gennaio? Elena Loewenthal, nel suo pamphlet Contro il Giorno della Memoria (Add Editore), ha tentato di rispondere a queste domande. Lo fa con estrema sincerità, scrivendo ciò su cui molti hanno riflettuto senza esprimersi: la memoria pubblica non è positiva di per sé, non consola nessuno, soprattutto non funziona necessariamente da antidoto per il male. La verità è che forse la memoria non è sufficiente, se slegata dall’elaborazione personale e dalla coscienza. La prova la troviamo nelle 23 case editrici e i 300 siti web italiani che nel 2016 hanno pubblicato materiali antisemiti. Nei selfie al Memoriale di Berlino, per non parlare del dilagante negazionismo. Fino alla dichiarazione di Attilio Fontana sulla «difesa della razza italiana», a 80 anni esatti dalla promulgazione delle leggi razziali.

Per questo Loewenthal, al dovere della memoria, contrappone il diritto all’oblio. Considerare il Giorno della Memoria come risarcimento agli ebrei è un’offesa gravissima. È la carità pelosa con la quale le istituzioni spettacolarizzano l’innocenza uccisa nei campi. No, la memoria non è un museo, ci spiace. Se oggi, solo oggi, migliaia di bravi cittadini e brave autorità pensano di alleggerire il proprio senso di colpa partecipando a una conferenza, si sbagliano di grosso.
Perché, come spiega Valentina Pisanty in Abusi di Memoria, negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, «il difetto sta nel manico e cioè nella scelta di rubricare la rievocazione della Shoah sotto la categoria della Memoria anziché della Storia. Non a ridosso degli eventi, quando gli italiani avrebbero potuto interrogarsi sulle responsabilità dirette, ma a distanza di decenni, quando cominciavano a sentirsi estranei agli eventi».

Il Memoriale di Berlino.

Dunque, proprio perché le intenzioni che stanno alla base del progetto morale-educativo della 211 sono le migliori, bisognerebbe trovare una chiave differente per onorare il 27 gennaio. Più meditativa. Più rispettosa, sia della vita che della morte. E non recintando la memoria all’interno di quella giornata. Ad esempio, la Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano è aperta tutti i giorni, a parte durante le Festività.

Che poi, di ebrei italiani di cui occuparsi ce ne sono tanti. Vivi, che meritano di camminare per strada sicuri e orgogliosi della loro identità. Allora, come scrive Loewenthal, il Giorno della Memoria dovrebbe riguardare gli indifferenti che hanno visto senza far nulla e non chi ci è disgraziatamente capitato dentro. I «salvati» ricordano per noi, e costa parecchia fatica.

E visto che non si può obbligare a una memoria consapevole per legge, per legge si deve punire chi nega ciò che è avvenuto. Ecco perché la nomina di Liliana Segre senatrice a vita è più importante di quanto sembri. Ecco perché leggi-argine come la Scelba (poi aggiornata da Mancino, contro l’apologia del fascismo), la Fiano (contro la produzione e diffusione di contenuti nazi-fascisti) non solo sono essenziali ma occorre applicarle, sempre. Perché sono meglio del vuoto, dal quale è impossibile far luce e che molti, purtroppo, vorrebbero ancora.

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