5 Febbraio Feb 2018 1722 05 febbraio 2018

L'hijab e il suo uso politico da parte delle donne musulmane

Le fedeli islamiche non arabe indossano il velo in maniera differente. Per motivi ben precisi. I casi di Iran, Turchia e Indonesia.

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L'identità di una persona passa anche da ciò che indossa. Non è una semplice questione estetica: la scelta del proprio abbigliamento racconta molto più di quel che sembra. Chi siamo, da dove veniamo, come la pensiamo e tanto altro ancora. Per questo Elizabeth Bucar, giornalista del quotidiano americano The Atlantic, è appassionata della moda e dei look delle donne musulmane, tanto che ha deciso di fare un confronto tra tre Stati: l'Iran, l'Indonesia e la Turchia. Come specifica la stessa Bucar nel suo articolo, ha scelto tre Paesi a maggioranza musulmana ma che non sono arabi. E in tutti, praticamente da sempre, l'abbigliamento femminile è sempre stato dettato da leggi e regole ferree, in base ai valori maschio-centrici. Anche perché negli ultimi 100 anni (almeno) la politica, l'economia e qualsiasi decisione importante è stata presa da élite prettamente maschili, alle quali poco interessava della condizione della donna. Involontariamente, però, spiega la giornalista, trasformare le donne musulmane e i loro vestiti in simboli della nazione, ha portato con gli anni anche un altro significato: il tentativo di controllo politico del sesso femminile è diventato una pratica tramite la quale le donne possono esercitare influenza politica.

L'IRAN

Nel caso dell'Iran, la moda è stata regolamentata poco dopo la rivoluzione islamica del 1979. Le donne dovevano obbligatoriamente indossare l'hijab, il velo che si allaccia sotto la gola e che copre la testa e le spalle, e uno degli abiti conformi alla sharia, la legge islamica. Un forte limite, quindi. E, invece, non proprio perché il codice penale non ha mai dato una definizione precisa del termine 'hijab', quindi le donne hanno una certa flessibilità nel decidere cosa indossare. Un'altra cosa è che la moda di Teheran richiede di nascondere le forme del corpo di una donna, in particolare la vita, i fianchi e il petto, nonché i capelli. Ma dato che non esiste una definizione precisa di hijab, alcune donne decidono di far spuntare da sotto il velo qualche ciuffo di capelli, un modo per esprimere (nei limiti) il proprio anticonformismo, strizzando l'occhio, allo stesso tempo, anche alla cultura occidentale. Soprattutto a Teheran, è molto complesso per le autorità tenere d'occhio e controllare tutte le donne che decidono di contravvenire alle leggi sull'abbigliamento: è una mera questione numerica, perché le donne che trasgrediscono sono moltissime. Così non è raro che qualcuna si azzardi a indossare dei pinocchietti, o degl hijab dai colori e dai motivi particolarmente trasgressivi, ben lontani dall'idea di abbigliamento pio che alberga nella mente dei legislatori.

L'INDONESIA

Soprendente, invece, la parabola sviluppatasi a Giacarta e dintorni. Lì l'hijab non fa parte dell'abbigliamento tradizionale delle donne islamiche, che sono liberissime di andare in giro a capo scoperto. La divisa d'ordinanza promossa dalle istituzioni prevedeva un sarong e una camicia. Le cose sono cambiate nella seconda metà degli Anni '80, quando il presidente Suharto si dimise e le donne cominciarono a indossare il jilbab come indumento di protesta nei confronti di un regime che voleva reprimere le tradizioni islamiche. Nonostante, storicamente, le donne indonesiane non avessero mai indossato il velo, decisero di adottarlo, donandogli quindi un significato moderno di indipendenza e protesta. Anche perché sono diventati le 'tele' su cui vengono stampati contenuti batik che poco hanno a che vedere con la fede islamica, e rimandano più spesso alle tradizioni induiste e buddiste. Questo, però, non è sufficiente ad allontanare i timori di chi paventa un rischio di estremizzazione e irrigidimento del modo di vivere la religione islamica nel Paese.

TURCHIA

Situazione analoga, ma più fluida, in Turchia. Lì, le donne per lungo tempo sono state criticate per indossare il velo. La Turchia, infatti, è stato un Paese orgoglioso della propria identità laica. Ma, negli anni recenti, le cose sono cambiate. Nonostante l'influenza della vicina Europa, o forse proprio in reazione a questo, molte donne vogliono rendere quanto più evidente possibile la propria fede musulmana. Lo fanno indossando hijab che coprono bene il collo e la testa. Non riscuote successo, però, un capo decisamente più coprente come il çarşaf, che viene considerato poco alla moda e sgraziato nel suo essere molto largo e lasco: il velo delle donne turche, invece, è aderente al collo e alla testa, e mette spesso in risalto il volume dell'acconciatura nascosta.
Criticare le donne che usano un abbigliamento più coprente, significa per le altre donne anche riaffermare il concetto secondo cui non è la lunghezza dell'abito a indicare una buona musulmana.

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