23 Agosto Ago 2017 1214 23 agosto 2017

Femminismo prêt-à-porter

Sulle passerelle non ci sono solo modelle e abiti eleganti. Sempre più stilisti scelgono di schierarsi dalla parte delle donne e invitano alla parità di genere. Ora, a sfilare, sono gli slogan.

  • ...
missoni pussy hat

I grandi nomi della moda sono stati spesso giudicati, male, per aver contribuito a creare e diffondere stereotipi femminili al limite dell’umano, stabilendo uno standard estetico malsano e impossibile da raggiungere. Allo stesso tempo, però, stanno sempre più scendendo in piazza a favore dei diritti delle donne e della parità di sessi. Durante le sfilate, che ormai sono diventati dei veri e propri show a livello mondiale, hanno promosso messaggi di attivismo civile, attraverso slogan e simboli presi in prestito dallo street style e dal dibattito pubblico. Semplici t-shirt sono diventate bandiere su cui scrivere il proprio pensiero, sfoggiandolo con orgoglio. I casi sono tantissimi e coinvolgono giovani brand emergenti come anche i classici marchi dell’haute couture.

WHY BE..?
A fine luglio, per esempio, il rapper Frank Ocean è salito sul palco del Panorama Festival con una tee che recitava «Perchè essere razzisti, sessisti, omofobici e transfobici quando potreste semplicemente stare zitti?». Una performance e una dichirazione di intenti che il pubblico presente e quello della rete hanno particolarmente apprezzato, riconoscendo Ocean come uno dei portavoce preferiti delle nuove generazioni. La maglia è opera di Kayla Robinson, giovanissima stilista che sta, ovviamente, ottenendo un grandissimo successo. In un'intervista al sito americano Complex ha commentato così la notizia: «È davvero eccitante vedere che un'icona queer come Frank Ocean voglia dare voce ai gruppi marginalizzati e diffondere attravero i suoi canali il messaggio delle nostre creazioni».

THE FUTURE IS FEMALE
Una delle frasi che più si vede stampata su magliette, felpe e spille è «The future is female» (Il futuro è donna). Ci aveva pensato Cara Delevigne nel 2015 a sdoganarla e dopo di lei moltissime e moltissimi altri. L'ideatrice è Rechel Berks, una designer di Los Angels che nel 2012 fondò uno studio, Otherwild, insieme a diversi artisti locali. La tiratura iniziale delle t-shirt era limitatissima, appena 24, e non lasciava immaginare il boom di richieste che avrebbe incontrato di lì a poco. Dopo l'uscita della modella brittanica, infatti, quella semplice maglia di cotone a lettere bianche è diventato un must have.
Berks, come ha spiegato, non ha fatto altro che rilanciare una linea di vestiti e accessori che era già in voga negli Anni '70. «The future is female» era lo slogan di una famosa libreria di New York, la Labyris Book. Al tempo era nota per essere il primo negozio di libri interamente al femminile e per essere diventato un punto di ritrovo della comunità lesbo della città. Dopo aver visto su Instagram una fotografia del 1975, la grafica californiana ha deciso di riprendere in mano l'eredità delle prime attiviste americane, per vestire quelle di nuova generazione.

WE SHOULD ALL BE FEMINIST
Sulla scia del lettering femminista, anche Dior si è schierato a fianco delle donne con una maglietta diventata iconica nei mesi iniziali del 2017. In occasione della sua prima sfilata come direttore creativo, la romana Maria Grazia Chiuri ha fatto indossare alle sue modelle una t-shirt bianca che recitava «We should all be feminist», invitando tutti, maschi compresi, a essere per le parità di genere. Una scelta significativa per la maison e per la Chiuri in particolare, che non ha fatto passare il suo debutto sotto silenzio. La frase è ripresa da un celebre libro della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, famosa per le sue posizioni a favore delle donne.
Dopo la messa in commercio, sono state moltissime le star che hanno condiviso sui social scatti che le ritraevano con indosso lo slogan: da Rihanna, Chiara Ferragni e Natalie Portman la lista è lunghissima. La creazione di Dior è diventata anche protagonista durante la Women March di Washington, dove le celebrità presenti l'hanno indossata con fierezza. Più difficile l'acquisto per le 'comuni mortali', visto che il prezzo supera i 500 euro. Ma, considerando che i ricavati della vendita sono devoluti in beneficienza alla Clara Lionel Foundation, si può chiudere un occhio.

IL PUSSY HAT DI MISSONI
E si arriva anche in Italia, a fine febbraio. Durante la settimana della moda di Milano, anche l'italianissima Missoni ha voluto dire la sua in fatto di uguaglianza di genere. In occasione della sfilata per la collezione Donna inverno 2017, la casa nota per i suoi motivi a zig zag, ha affidato il proprio impegno ispirandosi a un simbolo nato durante le manifestazioni anti Trump, il pink pussy hat. Un semplice berretto di lana rosa, indossato da quasi tutte le presenti ai cortei americani . La famiglia Missoni, al termine dello show, ha richiamato l'attenzione dei presenti e di chi stava guardando la diretta streaming, invitando al rispetto dei diritti civili e alla creazione di  forti legami umani. Poi, le modelle, cappello in testa, hanno fatto un ultimo giro di passerella sulle note di Women have the power di Patti Smith. In questo caso i proventi dalla vendita dell'accessorio sono destinati all'organizzazione The Circle, fondata dalla cantante Annie Lennox.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso