15 Luglio Lug 2017 1000 15 luglio 2017

«Toh, Vanoni in Versace»

La battuta di Giorgio Armani rappresenta perfettamente il rapporto speciale tra Ornella e Gianni. La cantante ricorda il genio della moda a 20 anni di distanza dal suo omicidio a Miami.

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Gianni Versace e Ornella Vanoni

Un genio della moda, per tutti. Un dolce amico, per Ornella Vanoni, da sempre una delle sue muse ispiratrici: «Sin da quando l’ho conosciuto, quando era ancora agli inizi della sua carriera, ho sempre vestito Gianni Versace», racconta la cantante, in questi giorni in Sardegna con i nipoti. Lei, nata a Milano, è la più longeva artista femminile italiana, costantemente in attività dal 1956. Lui, invece, era di Reggio Calabria, ma milanese di adozione. Ed è stato uno dei più grandi creativi della storia della moda del Novecento. Fu ucciso a 51 anni a Miami Beach da un colpo di pistola alla nuca, esattamente vent’anni fa. Una morte tuttora inspiegabile, nonostante anni di indagini e supposizioni. Perché Andrew Cunanan, trovato morto qualche giorno dopo su una baia galleggiante, avesse assassinato Versace è ancora un mistero. Non lo era per niente, invece, il rapporto di amicizia tra lui e la cantante.

DOMANDA: Sente ancora la sua mancanza?
RISPOSTA: Assolutamente sì, Gianni mi manca tanto. Come amico soprattutto. Ma anche perché abbiamo lavorato insieme. Mi ha vestito sin dall’inizio della sua carriera, diciamo che in questo modo l’ho aiutato a crescere.
D: Come vi siete conosciuti?
R: Facevo avanti e indietro per lavoro tra Milano e Roma. Mi appoggiavo a una boutique romana, vendeva vestitini leggeri, comodi per viaggiare come facevo io in quel periodo. In borsa ce ne stavano anche una quindicina: d’altronde erano i tempi del Prêt-à-porter (letteralmente: 'pronto da portare', ndr). Un giorno, a casa mia arriva una scatola con un messaggio: «Mi chiamo Gianni Versace, sono lo stilista di quegli abiti che vedo spesso fotografati su di lei. Desidero fargliene omaggio di alcuni: spero le faccia piacere».
D: Un gran bel regalo. Praticamente da uno sconosciuto, per giunta.
R: Pensai subito: «Questo ragazzo gentile e carino ce la farà, perché è così che ci si comporta». Tornando a Milano poi vidi a bordo di un taxi, in Via Senato, due finestre con su scritto: ‘Gianni Versace’. Sono andata subito a bussare e mi ha aperto lui in persona, un giovane e affascinante signore.
D: E da lì è cominciato tutto?
R: Eravamo in sintonia su ogni cosa. Ricordo che era alla ricerca di un ufficio stampa in gamba e intelligente. Gli segnalai una mia amica che allora viveva in Argentina. Per me era assolutamente adatta per questo compito: una donna raffinata e che conosceva quattro lingue. Così la contattai per parlargliene. Lei non ci pensò su due volte e tornò in Italia. Si sono piaciuti subito e per molti anni ha lavorato spalla a spalla con Gianni.
D: E lei ha sempre e solo vestito Versace?
R: Sempre. I suoi vestiti erano tutti bellissimi, anche se devo ammettere che qualche volta non erano il massimo della comodità. Non potrò mai dimenticare i suoi abiti con il metallo: io sono stata una delle sue prime ‘vittime’. Perché quando faceva freddo ti congelavano, d’estate invece ti bruciavi al primo contatto. Ricordo la mia sofferenza quando posai per Bob Krieger: la mia fotografia andò sulla copertina di Amica.
D: Se poteva evitare il metallo era meglio, insomma.
R: A parte che lui mi prendeva in giro. Mi disegnava i vestiti e diceva: «Magari te ne faccio due, visto che tu sei un continuo dimagrire e metter su peso». A Parigi, quando ancora non si era buttato nell’alta moda, dovevo partecipare a un ballo molto importante e decise di farmi un abito, bianco, una spalla era scoperta mentre sull’altra c’era un bel fiocco grande. Ma talmente grande che fui costretta a camminare inclinata per tutta la serata: era l’unico modo per tenerlo su!
D: Però erano tutti abiti meravigliosi.
R: Nella maniera più assoluta. E la sa una cosa? Un giorno Maurizio Costanzo mi invitò da lui in televisione e ci andai assieme a Gianni Versace. Costanzo gli disse: «Ma lo sa che la chiamano Copiace?». Ovviamente voleva dire che i suoi abiti erano copiati. Ma non era affatto vero. Presi subito le sue difese, non se lo meritava.
D: Non ha mai avuto la tentazione di provare anche altri vestiti?
R: Guardi, un giorno eravamo al mare, in barca a Pantelleria. Incrociammo Giorgio Armani. Lui mi vide e disse: «Toh, Vanoni in Versace».
D: Viaggiavate anche insieme?
R: Molto. Le nostre mete preferite erano la Grecia e la Turchia. Avevamo molte cose in comune, effettivamente. Anche quando andavamo a visitare i musei. Odiavamo le guide. Nel senso che non riuscivamo mai a star loro dietro. Per cui, mentre tutti si fermavano ore e ore a osservare e a studiare i quadri, noi davamo un’occhiata veloce a tutto quanto e andavamo via.
D: Poi nel vostro rapporto è subentrata Donatella Versace, la sorella.
R: Non toglieva mai i tacchi, neanche sulla neve. Sono stata sua testimone di nozze quando si è sposata con il modello Paul Beck. Entrambi vennero da me per chiedermi se potevo dirlo io a Gianni. Lui rispose: «Se tra un anno si vogliono ancora bene, per me è ok».
D: Tramite Donatella ha conosciuto tantissime rock star.
R: E Gianni li ha vestiti tutti quanti. Ricordo ancora la prima serata di beneficenza organizzata da Anlaids. Eravamo in un enorme castello. Tra gli ospiti c’erano Sting ed Elton John, ovviamente diventati clienti di Versace. Il primo a uscire sul palco fu proprio Sting, ma in quel momento iniziò letteralmente a diluviare. Fulmini, tuoni, una vera tempesta. Da uno dei tavoli apparecchiati si alzò Pedro Almodovar gridando per scherzo: «Giustizia divina! È la giustizia divina!».
D: Cosa ha pensato quando seppe della sua morte?
R: Mi trovavo a Milano, o forse a Roma, non ricordo bene. Ma quando lessi la dinamica dell’omicidio mi venne in mente la scena finale del Padrino.
D: Al funerale c’erano diecimila persone.
R: Io non ci andai. Non partecipo ai funerali. Gli unici a cui ho assistito sono quelli dei miei genitori. Ma è una cosa che non faccio mai. Non sono andata neanche a quelli di Hugo Pratt, un’altra persona che adoravo. Scrissi però una lettera a Donatella e una anche a Santo, il fratello di Gianni. Sto ancora aspettando una loro risposta.

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