Glamour 2 Febbraio Feb 2015 1552 02 febbraio 2015

«Amal la vesto io»

A tu per tu con Camillo Bona che ha firmato alcune creazioni scelte da Mrs. Clooney.

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Amal Alamuddin, la moglie di George Clooney.

Pool - 2014 Getty Images

Ha vestito dive come Anita Ekberg e Gina Lollobrigida. Protagoniste dello showbusiness come Eva Grimaldi, Mara Viener e Francesca Dellera. E ora ha conquistato anche il cuore di Amal Clooney, che gli ha chiesto in anteprima un abito della sua nuova collezione. Lo stilista Camillo Bona, che ha festeggiato i vent’anni d’alta moda tornando in passerella per AltaRoma nel luogo dell’esordio, la suggestiva cornice dell’Acquario Romano realizzato nel 1885 dall’architetto Ettore Bernich, disegna i suoi abiti nelle storiche sedi di Via Garibaldi a Monterotondo e di Via Francesco Crispi a Roma. Veste una donna elegante nella sua normalità, ed ascoltandolo si capisce perché Amal Alamuddin abbia voluto le sue creazioni, che ha potuto in anteprima. «È la modella perfetta, perché è lei che veste l’abito, non il contrario».

Camillo Bona con l'abito realizzato per Amal Clooney.

DOMANDA: Bona, come è avvenuto l’incontro con Amal?
RISPOSTA: Quest’estate è venuta da me una signora di Roma che mi ha chiesto degli abiti per un matrimonio elegante per lei e sua figlia. Io non lo sapevo, ma il matrimonio era quello di Clooney. Amal li ha visti e ha chiesto chi li avesse realizzati.
D: E poi?
R: E poi si è procurata i miei contatti e mi ha chiamato. Sono andato a Como, nella villa di George Clooney, e ho mostrato le mie creazioni, abbiamo provato degli abiti. Me ne ha scelti cinque, il primo l’ha indossato in Grecia, subito dopo il matrimonio. Così si è creato questo contatto bellissimo.
D: Ha visto anche la sua nuova collezione.
R: Esatto, ha scelto un abito vedendo solo un bozzetto.
D: Una bella soddisfazione.
R: Sì, sono felice perchè lei rappresenta esattamente il mio tipo di donna. Non è una che mette solo abiti da sera, è una donna che lavora, una professionista stimata, che non rinuncia a essere elegante e raffinata.
D: Cosa le ha detto vedendo le sue creazioni?
R: Ha detto «finalmente delle cose diverse» perché effettivamente è difficile trovare degli abiti da giorno particolari. Lei mi ha sempre detto: «Sono un avvocato, ho una professione, ho bisogno di abiti belli ma mettibili».
D: Com’è vestire una delle donne più ammirate del momento?
R: Amal è una che aiuta molto. Le avevo disegnato un vestito di cotone bianco e rosso che addosso a chiunque sarebbe sembrato una vestaglietta. Su di lei era un’altra cosa, sembrava Jaqueline Kennedy. È lei che indossa gli abiti, è questo il bello: non arriva prima l’abito, ma la sua personalità, e fa vivere il vestito.
D: Lei ha collaborato anche con tante altre donne famose. Ha qualche aneddoto particolare?
R: Sì, assolutamente. Ricordo una volta Francesca Dellera doveva indossare un mio abito per un servizio fotografico, e fece stringere così tanto il bustino che alla fine, dopo tanto lavoro, le scoppiò. Oppure ricordo il periodo vissuto a stretto contatto con Mara Venier, una persona molto solare e simpatica, che ho seguito per tutto il Cantagiro.
D: Com’è la donna della sua primavera-estate?
R: Mi sono ispirato al pittore ottocentesco Silvestro Lega, della corrente dei Macchiaioli. Ho provato a ritrasmettere le emozioni, le sensazioni dei suoi quadri. Sono sempre stato colpito da questa apparente normalità, dalla quotidianità. Che mi danno l’idea di un estrema eleganza, raffinatezza. Ho provato a riportare questa sensazione nella collezione senza cadere nel costume.
D: I suoi abiti in effetti sembrano ben lontani da certe creazioni da passerella, poco mettibili nella vita reale.
R: Assolutamente, quella non mi appartiene come modalità, io cerco sempre di fare alta moda, alto artigianato, ma le donne devono indossarlo nella vita reale, devono farlo vivere.
D: Qualche consiglio alle donne per la prossima stagione?
R: Non inseguire la moda, assolutamente. Bisogna cercare di indossare abiti adatti alla persona, si deve vedere che il vestito appartiene a chi lo indossa. È inutile cercare di stupire con cose improbabili: più sono normali, più nascondono raffinatezza, quello chic difficile da raggiungere. È quello il vero segreto.
D: Lei ha festeggiato vent’anni d’alta moda. Com’è cambiata la moda italiana in questo periodo?
R: In peggio. Mi accorgo sempre di più che tutto si guarda meno che gli abiti. Soprattutto i media danno molto più risalto a quello che uno si può inventare.
D: Come dovrebbe essere invece?
R: L'attenzione dovrebbe ritornare sul prodotto. Dobbiamo riuscire a parlare degli abiti, non di quello che c’è intorno, sennò è una gara a chi si inventa la cavolata più grossa. La trovo un’offesa all’artigianalità italiana, a chi lavora veramente.
D: Per fortuna la moda italiana continua a essere riconosciuta come un’eccellenza.
R: Sì, ma soprattutto all’estero. Quando giriamo per il mondo, l’italiano è sinonimo di grande eccellenza. Qui da noi non viene riconosciuto così. Basta guardare la rassegna stampa di Alta Roma: si parla di tutto fuorché degli abiti. Ed è questo che rovina la moda.

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