14 Settembre Set 2017 1340 14 settembre 2017

Giappone, la dura vita delle mamme single

Nel Paese del Sol Levante per le donne, in caso di divorzio, non ci sono aiuti. Se il matrimonio finisce, devono occuparsi dei figli da sole e trovare un lavoro. Ma là i ritmi sono disumani.

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Giappone Mamme Single

Il Giappone è una terra strana, che oscilla fra il tutto e il niente. La disoccupazione quasi non esiste ma si contano 200 casi all’anno di suicidi per eccesso di lavoro. È uno dei Paesi più popolati al mondo, con un’aspettativa di vita altissima ma non si fanno figli, si legge su The Atlantic. Divorziare è facilissimo, vivere da divorziate, invece, è un incubo. Lo sanno bene le giapponesi che dopo la fine di un matrimonio spesso si trovano senza un marito, senza un lavoro e con un’assistenza statale quasi assente. Come spesso avviene in Italia, i figli vengono affidati alla madre, ma con la differenza che, in questo caso, molte volte il padre non li vede e non li sente più. Né li mantiene. Perché il sistema nipponico non prevede l’affido congiunto, per cui solo uno fra i due genitori si fa carico di crescere ed educare i minori. E di pagare tutte le spese.

OBIETTIVO: SOPRAVVIVERE

Nel mondo del Mulino Bianco, versione giapponese, dopo essersi sposati nei tradizionali kimono, il marito si incarica di portare a casa lo stipendio mentre la moglie è meglio che si dedichi unicamente alla famiglia. Per farlo molte volte lei lascia il suo lavoro, o rinuncia agli studi. E così vivono felici circondati da splendidi bambini dai capelli neri. Fine della pubblicità. Tornando alla realtà, i matrimoni finiscono. Si litiga, si piange e poi? Bisogna rimboccarsi le maniche e trovare un impiego. Dopo che siete rimaste per anni a casa o, magari, non avete mai lavorato. E in più avete i bambini da crescere. È dura per tutte ma in Giappone è una sfida al limite della sopravvivenza, perché se accettare un incarico a tempo pieno è difficile, le aziende nipponiche chiedono molto di più: una mole impressionante di ore extra. Per questo, per il mercato giapponese, una madre single non è un buon investimento.

MORIRE DI LAVORO

Anche il Paese del Sol Levante attraversa una crisi economica, ma, a differenza di altri Stati, qui il lavoro non manca, anzi: il problema è che ce n’è troppo per le persone disponibili. Alle quali si chiede allora di fermarsi oltre l’orario previsto per due, tre, quattro ore al giorno. Tutti i giorni. Tutti i mesi. A dicembre 2016, Matsuri Takahashi, 24 anni, si è suicidata perché esaurita dalle 105 ore mensili di straordinario che la Dentsu, la maggiore agenzia pubblicitaria giapponese, la costringeva a fare. Trascorreva ormai tutta la sua vita in quel palazzo e così si è buttata dal terzo piano del dormitorio. Il governo lo sa che si lavora troppo: ha creato un termine per le morti dovute agli orari disumani, karōshi, e a marzo 2017 ha deciso di imporre un tetto massimo di 80 ore mensili in più di quelle stabilite dal contratto.

IO NON SONO POVERA

Se lo Stato ha deciso di aprire gli occhi sul malessere dei lavoratori, ben diverso è però il discorso per le madri single: nel 2006 ha ridotto le indennità che le tutelano. Chi riesce a trovare un lavoro è pagata meno di un collega maschio. Non stupisce allora che le famiglie composte da una mamma e i suoi bambini vivano sotto la soglia di povertà. Con il rischio di infilarsi in un circolo vizioso: i figli frequentano scuole meno qualificate o abbandonano gli studi, hanno difficoltà a trovar lavoro e i redditi sono ridotti. Un problema grave, tanto più in un Paese in cui la le ristrettezze economiche sono viste come una vera e propria vergogna. Lo sanno le donne che comprano trucchi scadenti per mascherare le loro difficoltà: da fuori, quella sofferenza buia e quella fatica ad andare avanti non si devono vedere.

LO STATO DOV’È?

Nel momento in cui ci si sposa pensiamo che durerà per sempre. Ma le giapponesi non sono sprovvedute, sanno che molto spesso non andrà così. E sanno anche che lo Stato non le aiuterà. Non lo ha mai fatto. Anche se il primo ministro Shinzo Abe ha dichiarato di impegnarsi per equiparare gli stipendi femminili a quelli maschili, è infatti tutto il sistema a non funzionare. Tutto incentiva le donne a rimanere a casa: il governo indirettamente, alzando le tasse per le famiglie con un doppio reddito, le aziende più apertamente, regalando bonus agli impiegati se la moglie è casalinga. Non lavorare significa perdere l’autonomia, così un eventuale futuro da single diventa una prospettiva inquietante, soprattutto se ci sono dei figli a cui pensare. E allora, meglio non farli. Il Paese invecchia perché avere dei bambini può diventare un peso troppo grande. Bisogna già affrontare la vergogna di essere divorziate.

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