TREND IN CRESCITA 9 Ottobre Ott 2012 1151 09 ottobre 2012

Parto in casa

I pro e i contro di far nascere un figlio tra le mura domestiche.

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I pro e contro del parto in casa.

I pro e contro del parto in casa.

Una volta era una necessità, ora è una scelta. Sempre più donne desiderano il parto in casa, perché convinte che sia più naturale e fonte di benefici: si resta nel proprio ambiente, in mezzo agli affetti e lontano dal caos. In uno stato di calma che viene trasmesso al bambino.
In effetti, in America il fenomeno è in crescita: i parti in casa sono aumentati del 29% fra il 2004 e il 2009, passando dallo 0,56% delle nascite complessive (nel 2004) allo 0,72% (2009).
PRATICA CORRETTA O PERICOLOSA?
Parallelamente, però, si sta facendo molto profonda la spaccatura fra chi sostiene tale pratica e chi la giudica invece pericolosa. Al secondo gruppo appartengono diversi esponenti del mondo medico, fra cui la nota ostetrica e ginecologa Amy Tuteur, che nel suo blog Hurt by Homebirth raccoglie storie di donne che hanno visto i propri figli morire o restare gravemente danneggiati proprio dopo essere nati in casa.
NON ESISTONO DATI PRECISI
Sempre negli Usa, alcuni studi dimostrano come la mortalità neonatale sia maggiore fra i bambini venuti alla luce negli spazi domestici rispetto a quelli nati in ospedale e derivi da complicazioni a cui si sarebbe potuto rimediare in un contesto ospedaliero. Ma c'è anche chi dice il contrario: come l’epidemiologo Kenneth C. Johnson, che in un suo studio sostiene invece che le percentuali siano uguali. E inneggia alla “orgasmic birth”, la “nascita orgasmica”. Il punto è che non esistono dati precisi né un registro ufficiale, e proprio tale mancanza nutre il divario fra sostenitori e detrattori.
IN ITALIA AVANTI CON LENTEZZA
Anche in Italia aumentano i parti in casa, sia pur con grande lentezza: secondo l’Istituto Mario Negri sono circa 1.500 l’anno, appena lo 0,2 % del totale. In generale, chi fa questa scelta ha tra i 30-40 anni, è pluripara e di cultura medio-superiore.
C’è da dire che, nel nostro Paese, si tiene molto a diffondere tutte le informazioni necessarie. Basta navigare sul sito dell’Associazione nazionale culturale ostetriche parto a domicilio (http://www.nascereacasa.it/) per averne conferma: «Solo le donne definite ‘a basso rischio’», si legge, «possono partorire in casa e in Case maternità con assoluta sicurezza: la probabilità che avvenga un’emergenza è estremamente rara». E, ancora, un'altra raccomandazione: «Devi arrivare a termine di gravidanza in buona salute (pressione normale, anemia fisiologica), il bambino dev’essere cresciuto bene ed essere in presentazione cefalica, il travaglio deve iniziare spontaneamente».
ANALISI IN REGOLA
Adelina Greco, che per 26 anni è stata ostetrica sia a domicilio sia in ospedale, lo sottolinea con forza: «L’ostetrica è la figura chiave di ogni nascita, ma deve essere davvero preparata e seguire la gestante per tutti i nove mesi: solo così è in grado di stabilire se il parto può o non può avvenire in casa». Se la gravidanza è stata monitorata, le analisi vanno bene, il battito del bambino è regolare e la posizione giusta, non ci dovrebbero essere rischi. O perlomeno, non sono maggiori rispetto a quanto può accadere in ospedale: «Non capisco», aggiunge Adelina, «perché il parto cesareo non susciti le stesse perplessità».
RECORD DI CESAREI
L’Italia registra un numero altissimo di cesarei: viene praticato nel 40% dei casi, al Sud si supera il 60%. Ben al di sopra delle stime previste dall’Organizzazione mondiale per la sanità, che fissa i parti cesarei a quota 15% del totale delle nascite: «Hanno paura del dolore», commenta ancora l’ostetrica, «e sembrano dimenticare che il cesareo è un vero e proprio intervento chirurgico, con tutti i pericoli del caso».
L'AIUTO DELLO STATO
Ma qualcosa sta cambiando. E a dimostrarlo sono le petizioni sparse lungo lo Stivale, con cui si chiede la possibilità di partorire in casa a spese del servizio pubblico. I costi si ridurrebbero: circa 1.200 euro contro i 1.800 di un normale parto in clinica. Mentre gli ospedali tirerebbero il fiato. Attualmente solo l’Emilia Romagna, il Piemonte, le Marche, il Lazio e la Provincia autonoma di Trento riconoscono alle puerpere un rimborso (in media, il 70%). Negli altri casi, è necessario rivolgersi ai privati.

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