17 Maggio Mag 2018 1716 17 maggio 2018

Il mito del genio maschile ha fatto il suo tempo

Se ne sta parlando molto per via delle denunce contro registi e scrittori: sembra essere stato a lungo un modo di nascondere la violenza dietro la creativià.

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A orbitare nell’universo #MeToo non sono solo i singoli casi di molestie e abusi che appiano periodicamente sulle prime pagine, suscitando più o meno clamore a seconda dei nomi coinvolti. Ci sono anche temi e concetti più generali che riguardano il modo in cui abbiamo sempre concepito i rapporti fra uomini e donne. Nell’ultimo periodo, in America, si sta discutendo molto di quello che viene riassunto come ‘il mito del genio maschile’. Se n’è discusso a proposito di Woody Allen, di Roman Polanski e di Lars Von Trier, ora al centro dei riflettori per la sua partecipazione a Cannes. Se ne sta discutendo in merito allo scrittore Junot Diaz, più conosciuto Oltreoceano che in Italia, che ha abbandonato la carica di presidente del Premio Pulitzer per alcune accuse nei suoi confronti. Se ne parla insomma ogni volta che a finire in mezzo a scandali e rivelazioni è un uomo in precedenza amato per la sua arte (cinematografica, letteraria, attoriale che sia). Di solito, c’è chi difende a spada tratta il partito del ‘condanna l’uomo, salva l’artista’ e chi invece non vede giustificazioni alla violenza nell’avere una mente creativa. Secondo diverse opinioniste, è la fine di un mito culturale trito e ritrito.

IL MITO CHE HA FATTO IL SUO TEMPO

Ripercorrendo la strada che dall'Antica Grecia al Romanticismo ha allontanato ciclicamente le donne dall'Arte e lasciato agli uomini il diritto e il piacere di crogiolarsi nell'idea di una genialità sacra e sregolata, Natasha Kini sottolinea come l'avere un intelletto brillante sia stato usato come un lasciapassare per giustificare comportamenti altrimenti condannabili. La leggenda dell'artista creatore, sopra le regole, confuso e irascibile all'occorenza, è un'immagine che è stata consacrata da molti libri e film, da personaggi diventati icone amate e dannate (amate perché dannate). Ma è un costrutto che potrebbe, e dovrebbe, avere le ore contate. A tal proposito, si sta tornando a parlare anche del rapporto violento fra David Foster Wallace, scrittore simbolo di una generazione, e Mary Karr, più volte aggredita e perseguitata dall'uomo, ma che finora non aveva avuto molto spazio di parola.

MITI VIZIOSI

Prendere posizioni riguardo l'argomento non è facile, soprattutto quando a essere toccate sono personalità a cui si è stati abituati a guardare con occhi devoti e ammiranti. Come nota Amanda Hess sul New York Times, però, i motivi (e i meriti) che li rendevano speciali per pubblico e stampa sono gli stessi che poi hanno permesso loro di abusare del potere di cui disponevano. Il famoso cane che si morde la coda. Questo è un meccanismo particolarmente comune nel mondo cinematografico, dove, seppur il film sia un prodotto corale, per decenni ha regnato l'idea che l'unica figura che contasse fosse quella del regista. In quanto primo motore dell'insieme, era lui, di solito un uomo etero e bianco, a essere poi investito di tutta la gloria e dei meriti, andando a coprire così tutte le ombre che potevano crearsi dietro le sue spalle.

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