16 Maggio Mag 2018 1639 16 maggio 2018

Le testimonianze delle donne molestate all'Adunata degli Alpini di Trento

Nessuno si è chiesto se fosse normale che una cameriera sottopagata dovesse sopportare per ore frasi del tipo «Che bela moreta, fammi un pompino»: La denuncia di Non Una di Meno.

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Commenti squallidi, volgari e sessisti (per usare un eufemismo). Insulti e palpeggiamenti.
Quello che è successo al 91esimo raduno degli Alpini a Trento, e sta emergendo grazie alle testimonianze di alcune donne, è di una gravità inaudita. Lì, dove migliaia di uomini avevano l'unico obiettivo di bere dalla mattina alla sera, far festa e provarci con le ragazze, è venuto fuori tutto il peggio della sottocultura maschilista. Ragazze che per 10-12 ore dovevano servire da bere a uomini senza freni, che senza nessun consenso si permettevano di metterle le mani addosso, parlarle così vicino alla bocca da farle sentire il loro schifoso alito pregno di alcol, o darle della troia perché rispondevano piccate, rifiutando l'avance. Anzi, la molestia. Perché di molestie si tratta.
E poi ragazze che semplicemente volevano passare un sabato sera festoso, divertendosi in un locale con gli amici, che sono tornate a casa umiliate a frustrate per il trattamento che questo gruppo di uomini ubriachi e vogliosi le aveva riservato.
Ci eravamo indignate, giustamente, per l'iniziativa pubblicizzata da un locale trentino «Miss Alpina bagnata». Un gioco per svilire senza pietà giovani donne che aspettavano di essere bagnate da una birra come segno di apprezzamento. Ma la verità è che quel gioco stupido e sessista era solo la punta di un iceberg. Trento, durante quel week end è diventato un po' Colonia a Capodanno 2015: un luogo in cui valeva tutto. In cui la molestia era libera. E con la scusa dell'alcol ci si perdonava di tutto. Anche chiedere a una cameriera sottopagata costretta a subire quello spettacolo, non solo una birra, ma anche un pompino.

Di seguito, tre testimonianze pubblicate dalla pagina Facebook di Non Una di Meno Trento.

Strusciamenti, mani sui fianchi che scendevano finché spinavo birre, baci sulla guancia non graditi. Sguardi perversi e insistenti sul mio seno. Sento ancora la puzza di alcool del loro fiato.

Ciao, anch'io come le altre ragazze ho subito molestie durante l'adunata degli alpini. Ho lavorato in un bar del centro in quei giorni. Per chiamarmi gli appellativi erano spesso «donna», «bambolina», «mona», «gnocca», «cameriera», «fai la brava». Le molestie fisiche sono state ancora peggio: strusciamenti da dietro, mani sui fianchi che scendevano finché spinavo birre, baci sulla guancia non graditi né richiesti, prese per i fianchi finché portavo vassoi per fare una foto con me, sguardi perversi e insistenti sul mio seno, a pochi cm di distanza, al punto che sento ancora la puzza di alcool del loro fiato. Il tutto mentre io lavoravo, mentre correvo su e giù per i tavoli per circa 11h al giorno, per servirli e sentirmi i loro commenti sessisti, omofobi, e razzisti. Li ho visti cacciare a suon di insulti tutte le donne e gli uomini di colore che passavano. Uno di loro mi ha detto che se l'anno prossimo tornava, e scopriva che ero ancora fidanzata, mi avrebbe «legnata». Erano tutti ubriachi fradici, fin dal mattino. Ho sofferto doppiamente perché ho reagito solo in parte, mi sentivo con le mani legate, impotente. Non potendo rischiare di perdere un lavoro ho reagito con stizza alle loro provocazioni, allontanandomi e cercando di tenerli a distanza per quel che potevo (la sera, quando mi sono trovata a spinare birra da sola, anche a spintoni e gomitate). Ma la rabbia è montata dentro di me, e ho realizzato solo ieri di quanto sia uscita ferita da questi tre giorni, ieri ho pianto più volte per la frustrazione provata. Se avete intenzione di scrivere altri comunicati, o di fare una manifestazione per smuovere le coscienze, finché i fatti sono ancora recenti, io ci sono. Grazie per il supporto che ci avete dato in questi giorni, a me per prima leggere le vostre parole ha dato davvero forza e speranza! Un abbraccio.

Sento delle dita che cercavano di sollevare il reggiseno. Dopo avergli intimato di non toccarmi il nobile uomo si è sentito ferito nell'orgoglio e anziché chiedermi scusa ha iniziato a darmi della «troia».

Ciao! vorrei anche io lasciarvi una mia testimonianza in forma anonima di quanto è successo durante quei giorni di delirio puro che hanno contrassegnato l'adunata. Non più studentessa dell'università di Trento decido di tornare per questa grande occasione per rivedere i miei amici e godermi un po' la città in quei momenti di festa. Peccato che le molestie subite sono diventate un vero tormento, in particolar modo sabato sera che a parer mio è stato il simbolo del massimo degrado: il primo episodio sgradevole si è verificato solo alle 10 di sera quando io e una mia amica siamo state inseguite da via Belenzani fino in via verdi da due ragazzi ubriachi marci che hanno iniziato ad urlare «venite qui chiappe d'oro», avendoli malamente ignorati i due non si sono arresi e da lì sono cominciati gli insulti gratuiti nei nostri confronti, dopo averci ripetutamente chiamate «troie, puttane e fighe di legno» hanno concluso con la frase più elegante «scappate scappate che tanto primo poi vi ritrovate il nostro uccello in bocca». Di lì a poco le molestie sono continuate e sta volta da uomini che potevano avere l'età di mio padre, avevano il cappello degli alpini ma a questo punto non mi interessa neanche sapere se fossero veri alpini o avessero semplicemente comprato una copia del cappello. Questi uomini mentre io mi trovavo in fila per prendere una birra si sono avvicinati in branco iniziando a toccare in modo molesto, tanto che uno di questi mi ha preso la mano e se l'è portata al petto chiedendomi se volessi sentire i muscoli di un vero uomo, il tutto senza che io avessi dato il minimo conto a questi pervertiti. E ancora mentre ballavo con i miei amici al Fiorentina sento delle dita all'altezza delle mie costole che cercavano di sollevare il reggiseno, terrorizzata mi giro e vedo una mano che si ritrae di colpo e dopo avergli intimato di non toccarmi il nobile uomo si è sentito ferito nell'orgoglio e anziché chiedermi scusa per il suo ingiustificato gesto ha iniziato a darmi della «troia» perché mi stavo inventando tutto giurandomi addirittura che lui non avesse fatto nulla, come se per me fosse stata un'esperienza piacevole fino al punto da inventarmi tutto per avere attenzioni da questa gran persona. La serata è proseguita secondo uno schema ben preciso, ti adocchiavano facevano in modo di bloccarti il passaggio e se tu ti fossi permessa di ignorarli iniziavano gli insulti e questi episodi, che è inutile raccontarli uno ad uno perché potrei metterci un giorno intero, possono ritenersi tra quelli «andati bene», perché altre volte seguivano toccate e palpeggiamenti senza alcun rispetto nei confronti della ragazza. Io sono la prima che si diverte e che non rinuncia a bere quando ci sia l'occasione, ma quello che proprio non accetto è andare oltre i propri limiti fino a trasformarsi in veri e propri animali invasati. Non posso dire di aver un bel ricordo di quella serata, sono tornata a casa infastidita e frustrata per tutto quello che ho vissuto e a cui ho assistito. Scusate lo sfogo e grazie per dare la possibilità di raccontare tutto questo.

Nessuno ha chiesto il mio consenso, nessuno si è sentito in dovere di farlo, nessuno si è sentito responsabile per quello che stava accadendo nello spazio pubblico che lo circondava, nessuna delle «loro (bianche) donne» mi è stata solidale.

Maggio 2018. Trento, sicura, silenziosa, regina di decoro urbano si prepara ad accogliere 600.000 militari e simpatizzanti smaniosi di sfilare per giorni a passo di marcia (...)
Diventa impraticabile e pericolosa per me che sono donna e mulatta. Esposta in maniera esponenziale a continue aggressioni verbali e fisiche che intersecano razza e genere, dando vita ad una narrativa vissuta e rivissuta mille volte nei più svariati contesti. A chi importa il tuo vissuto, a chi importa da dove vieni, a chi importa chi sei, chi si ricorda di avere davanti una persona, a chi importa?
Il colore della tua pelle, i ricci ribelli, i lineamenti, l’espressione di genere sono un pass par tout per aprire le fogne , etichette incollate su ogni parte del mio corpo che legittimano qualsiasi forma di violenza razzista e sessista. Non serve altro, il discorso d’odio è servito, è tutto normale, dall’alto del privilegio maschio e occidentale è tutto consentito. Ogni angolo di quell’immenso e pericoloso formicaio era per me trappola e luogo di resistenza, i miei tratti somatici mi tradivano in continuazione, l’autodifesa mi teneva in vita, sempre vigile e attenta.
Al tavolo di ogni bar, ad ogni incrocio si potevano captare l’affanno delle poche sinapsi di branchi di energumeni messe sotto sforzo, per portare avanti una discussione che puntualmente veniva condita da una frase come: «sti negri de merda», «non sono razzista, ma…», «andassero tutti a casa loro», «li ammazzerei tutti», «tira fuori le tette», «bella gnocca vieni qua», qualche camionata di insulti a venditori ambulanti, che corazzati da anni di resistenza continuavano imperterriti il loro lavoro, e poi via, un altro rosso, prego, che la festa continui!
Mi sono sentita ingiustamente violentata ed impotente, violentata dagli sguardi, dai commenti sessisti, dalle palpate, dal esotizzazione continua del mio corpo trasformato in oggetto sessuale che risveglia profumi di violenza tropicale, nostalgie coloniali.
Nessuno ha chiesto il mio consenso, nessuno si è sentito in dovere di farlo, nessuno si è sentito responsabile per quello che stava accadendo nello spazio pubblico che lo circondava, nessuna delle «loro (bianche) donne» mi è stata solidale. Le istituzioni complici, si sono girate dall’altra parte e con tranquillità si sono fatte servire un vino, al tavolo dell’aggressore.
Nessuno si è chiesto se fosse normale che una cameriera sottopagata dovesse sopportare per ore frasi del tipo «Che bela moreta, fammi un pompino» o semplicemente, «non mi faccio servire da una marocchina» tutto normale , tutto concesso, nobilitato dalla posizione di «salvatore della patria», corpo solidale in caso di calamità naturale. Tutti sembravano non voler ricordare che machismo e razzismo vengono esercitati da qualsiasi corpo, tanto più se privilegiato e paramilitare.
Questi quattro giorni sono stati la cartina torna sole dell’aria che si respira a livello nazionale, dell’ansia che ogni corpo di donna o di negra sente quotidianamente nell’attraversare lo spazio pubblico, delle ondate razziste e sessiste che attraversano il Paese, ma non lo scuotono, che si insinuano silenziose nel discorso politico istituzionale di ogni giorno.
Io, come moltissime altre, non ci sto! non sono disposta a dover lasciare la città perchè non è per me spazio sicuro, non sono disposta a delegare la mia sicurezza a gruppi di militari maschi e testosteronici, non sono disposta a sorridere e lasciare correre «perché in fondo si scherza», non sono disposta ad essere complice della vostra lurida violenza quotidiana con il mio silenzio, non sono disposta a tutelare il buon costume della vostra civiltà, rispettosa solo con chi rientra nei canoni imposti. Non sono più disposta ad agognare sanguinante e invisibile perché voi possiate marciare in pace sul mio corpo e onorare la vostra patria. Siamo stanche e arrabbiate, non ci sarà più nessuna aggressione senza risposta, nessun silenzio complice.
(Lettera Firmata).

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