10 Maggio Mag 2018 1351 10 maggio 2018

Il caso di Serafina Strano, la dottoressa di Catania stuprata in ambulatorio

Il 30 aprile 2018 è arrivata la prima sentenza che ha condannato Alfio Cardillo a 10 anni di reclusione. Il 9 maggio 2018, il medico ha fatto una nuova denuncia.

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Serafina Strano Stupro Catania

La condanna in primo grado di Alfio Cardillo non ha fermato Serafina Strano, la dottoressa di Trecastagni, in provincia di Catania, che nel settembre del 2017 è stata stuprata in un ambulatorio della guardia medica. Il 9 maggio 2018, infatti, il medico, a nove giorni di distanza dalla sentenza, è tornata a parlare della violenza sessuale subita: «L’uomo che mi ha stuprata è stato condannato, ma non basta. Non penso sia stata ancora fatta completamente giustizia. Ora debbono pagare anche coloro che non mi hanno garantito sicurezza lasciandomi in balia di quell’uomo, cioè i vertici dell’Azienda sanitaria provinciale», ha detto Serafina Strano al Corriere della Sera. Sembra proprio che il caso sia molto lontano dalla parola 'fine'. Visto che la questione è piuttosto complessa, abbiamo provato a ricostruire passo dopo passo l'intera vicenda, da settembre 2017 a maggio 2018.

LO STUPRO

Nella notte tra il 18 e il 19 settembre 2017, la dottoressa, 51 anni, era di turno come Guardia medica nella struttura di Trecasagni. Un uomo è entrato, probabilmente con la scusa di farsi curare e ha abusato del medico. Alfio Cardillo, all'epoca 26enne, è stato arrestato in flagranza di reato.

IL DISCORSO IN PARLAMENTO

Il medico è tornato più volte a parlare del suo stupro sottolineando come i colleghi e le istituzioni siano stati indifferenti alla sua vicenda. Ma il 25 novembre 2017, nella Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, Serafina Strano ha fatto un discorso davanti al Parlamento, in cui ha chiesto giustizia non solo per lei ma per tutte le vittime.

L'INTERVENTO A MATRIX

Alla fine di novembre, la dottoressa è stata anche ospite a Matrix, su Canale 5, in cui ha detto: «Mi sono sentita violentata una seconda volta. Queste violenze sono state lunghe e perpetuate dal mio datore di lavoro, i dirigenti dell’Asp di Catania. Sono loro che per legge dovevano creare dei sistemi di sicurezza anti aggressione validi. È così in tutta Italia, e quasi tutte le mie colleghe fanno i turni accompagnate, ma non da un infermiere, da un vigilante o da un carabiniere. Sono accompagnate dai mariti o dai padri».

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