Me Too Times Up

#MeToo

30 Aprile Apr 2018 1626 30 aprile 2018 Aggiornato il 09 maggio 2018

#MeToo ha colpito anche la Nike

Un gruppo di dipendenti donne ha deciso di agire contro il clima di sessismo che per anni ha dominato l'azienda. L'obiettivo è cambiare una cultura aziendale tossica.

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Nike Molestie Sessuali Metoo Trevor Edwards

Just do it. Fallo e basta. E le donne di Nike alla fine l'hanno fatto sul serio: hanno raccolto le brutte esperienze di discriminazione e sessismo di cui sono state vittime a Beaverton, la città dell'Oregon dove ha sede il colosso dell'abbigliamento sportivo, e le hanno sganciate, come una bomba, sulla scrivania del direttore generale Mark Parker. Il quale, a quel punto, non ha potuto fare altro che riconoscere l'esistenza di uno scandalo #MeToo interno. E muoversi per risolverlo. In tutto si sono dimesse 11 persone tra cui il brand president Trevor Edwards (una specie di numero due) e il supervisore a livello globale Jayme Martin. Ma non è finita qui. Nella lista ci sono anche Steve Lesnard, a capo del settore corsa in Nord America, Helen Kim, che supervisiona l’America nord-orientale, Simon Pestridge, responsabile del marketing per la performance aziendale, Tommy Kain, direttore del marketing per lo sport, e Ibrahem Hasan, direttore creativo di alto livello autore di molte pubblicità. Ma la lista integrale è molto più lunga e potrebbe infittirsi con altri nomi nelle prossime settimane.

MULTINAZIONALE O CONFRATERNITA?

La storia delle dipendenti della Nike ricorda un po' quella di un'altra grande azienda americana come la Ford. Come allora, anche in questo caso è stato il New York Times a ricostruire le tappe di una battaglia che promette di rivoluzionare da cima a fondo gli organigrammi aziendali e, soprattutto, la sua cultura. Fino a poco tempo fa, infatti, le promozioni in Nike erano quasi sempre appannaggio degli uomini, e le cene aziendali, ad esempio, si concludevano negli strip club. Un modus operandi più vicino a quello di una goliardica confraternita universitaria, che a quello di un'importante multinazionale.

CHIAVI IN FACCIA

Complice anche un atteggiamento pilatesco delle risorse umane, che a parere delle vittime non facevano granché per punire chi si comportava in maniera inappropriata, alla fine un piccolo gruppo di donne ha deciso di agire, facendo rete con le altre donne dell'azienda. Si è venuto a creare un fitto reticolo di storie spesso intrecciate, fatte di approcci non graditi, frasi inappropriate e commenti di natura sessuale. Ma anche aggressioni vere e proprie, fisiche e verbali: una dipendente ha raccontato che un suo superiore l'ha apostrofata «stupida troia», per poi lanciarle contro le chiavi della macchina. Nonostante la denuncia alle risorse umane, lui era rimasto il supervisore della donna.

QUEL GRUPPETTO DI MANAGER

Questo insieme di comportamenti aveva trasformato la Nike in un posto orribile dove lavorare, per le donne: autostima demolita, nessuna possibilità di fare carriera, disamoramento totale nei confronti dell'azienda e del proprio lavoro. Un clima che, secondo un comunicato stampa dell'azienda, è stato causato da un numero ristretto di manager di alto livello, abituati a comportarsi spesso così e a coprirsi le spalle tra loro. Il valzer di dimissioni, comunque, è già iniziato da tempo: e visto che anche il responsabile delle politiche di inclusività ha deciso di levare le tende, possiamo solo immaginare quanto grave fosse il problema. È caduta anche la testa di Trevor Edwards, che era dato come possibile successore di Parker, e che invece ha anticipato addirittura a marzo la sua uscita, prevista per agosto.

IL SESSISMO NON PAGA

È interessante notare anche come la Nike stia facendo moltissima fatica nello stare dietro alla clientela femminile, che è il segmento in maggiore espansione: e anche se è da provare che esista una correlazione diretta tra l'assenza di una leadership femminile e la scarsa performance di mercato, la suggestione è di sicuro interesse e dovrebbe far riflettere. Essere sessisti, per la Nike, potrebbe rivelarsi un enorme danno economico. E questa, forse, potrebbe essere la leva più importante per cambiare una cultura aziendale che ora deve ripartire da zero. Anzi, no: dalle donne.

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