24 Aprile Apr 2018 1854 24 aprile 2018

Matteo Dalena racconta le storie delle 'Puttane antifasciste' nel suo ultimo libro

Quelle di prostitute abusive o clandestine schedate dal 1927 al 1942, che venivano accusate di essere «nemiche dello Stato».

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Puttane Antifasciste Libro Matteo Dalena

«Anche oggi vai in archivio a catalogare puttane?». È con tono ironico che i colleghi di Matteo Dalena si rivolgevano allo storico tutte le volte che era in procinto di avviarsi verso quell’eremo custode di memorie, immerso nella tranquillità dei tigli romani dell’Eur, chiamato Archivio Centrale di Stato. È nei meandri di questa grande anagrafe che l’autore prima di dare alle stampe il suo ultimo libro, Puttane antifasciste nelle carte di polizia (2017), amava isolarsi per esplorare le decine e decine di faldoni custodi di documenti polverosi e di storie immorali e voluttuose. Di prostitute abusive o clandestine, sovversive o antifasciste schedate dal 1927 al 1942, nel Casellario Politico Centrale della Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno.

Dopo quasi 80 anni d’oblio, a Palmira, Celestina, Annunziata, Filomena, Celestina, Giuseppa, Romana, Giovannina, Italia (e a tante altre), era stata data la possibilità di riprendersi un pezzettino della propria dignità.
Certo, queste fille de joie stinchi di santo non lo erano mai state! A detta dello scrittore, infatti, non erano né eroine né tantomeno partigiane ma solo umili prostitute clandestine che avevano riso, pianto, supplicato, dichiarato il falso, rubato, amato i propri padri, fratelli, mariti o amanti. «Proprio per questo erano donne che subivano sulla propria pelle il peso delle sanzioni amministrative e l’accusa di essere nemiche dello Stato», dice Dalena pronto a gridare vendetta narrativa in nome loro: «Volevo riscattarle dal fondo del baratro storico nel quale erano sprofondate per via della particolare professione che esercitavano e per via dell’accusa che gli veniva rivolta, trasformandole da oggetti a soggetti».

SOGGETTI SCOMODI E SCANDALOSI

Stiamo parlando di soggetti scandalosi, e per questo relegati a vivere nelle pieghe della storia. Stiamo parlando di soggetti scomodi contrari al modello femminile propugnato dal regime, che voleva la donna relegata alla sfera domestica e riproduttiva.
Ma, soprattutto, stiamo parlando di soggetti bollati a vita (o quasi) solo per avere avuto la colpa di esercitare sesso fuori delle case chiuse.
Perché fare all’amore in strada, fuori dall’alcova, significava venire meno alle norme del Testo unico di leggi di pubblica sicurezza. Per dirla con le parole di Guido Vergani, scrittore e giornalista: «La virilissima Italia fascista amava casini e postriboli» a patto che la frequentazione delle prostitute avvenisse all’interno dei cosiddetti locali di meretricio, «alcove dove l’onore maschile, della famiglia e della patria erano al sicuro». E se malauguratamente le lucciole avessero consumato sesso fuori dai quei postriboli, che cosa sarebbe accaduto? L’accusa per adescamento al libertinaggio era assicurata. Infatti, per chi offriva prestazioni sessuali al di fuori di questi luoghi del pubblico piacere rischiava la detenzione da tre a sei mesi e una multa di poche lire. Se poi le meretrici osavano ribellarsi all’arresto insultando agenti di pubblica sicurezza, militi o addirittura il Duce e il Re, ecco che venivano subito schedate nel Casellario Politico Centrale.
Non era una novità, infatti, che in preda all’ira queste femmine «dalla bocca larga, dalla lingua lunga, dalla battuta pronta e dai corpi capaci di esercitare viva resistenza» si guadagnassero un posto tra le sovversive del ventennio al grido di «Mussolini è una carogna».

Libera Hriaz.

LIBERA

Come Libera Hriaz, 22 anni di Trieste, una prostituta antifascista con «viso poligonale», «occhi infossati», «labbro superiore ampio» e inferiore «rovesciato», ricoverata nella clinica dermosifilopatica di Bologna per malattia venerea. Libera, il 21 aprile 1937, era stata sorpresa dal personale della clinica nell’atto di emettere «rutti» e pernacchie, avendo la cura d’intercalare ogni «atto sconcio» con «questo è per il Re e questo è per il Duce». Un eccesso che le era costato 60 giorni di carcere e il confino di polizia di tre anni nella colonia di Ventotene.

Francesca Acietto

FRANCESCA

Non meno sfrontata era stata Francesca Acietto, una meretrice napoletana colta in flagrante dagli agenti a «ridere sgangheratamente» insieme all’amica Assunta Giasi mentre esclamava «avrei il coraggio di toglierti la sciabola dalle mani e di sputarti sui baffi». La Acietto si riferiva alla statua del defunto Re Umberto I. Un particolare che non l’avrebbe di certo scagionata e forse nemmeno le importava, poiché una volta in commissariato aveva rincarato la dose: «Che bei baffi che tiene, gliela metterei proprio nei baffi». Un’allusione di natura sessuale che il commissario non aveva gradito, infatti, poco dopo fu incarcerata e assegnata al confino di Miglionico in Basilicata con tanto di ferro ai polsi.

NEMICHE (E NEMICI) DEL REGIME

Le zone di esilio spesso erano isole: «Il fascismo trasformava le belle isole del Mediterraneo in luoghi, dove arginare gli antagonisti della regime ma anche tanta povera gente priva di un qualsiasi credo e progetto politico», scrive Alessandra Carelli, scrittrice in appendice al saggio e studiosa del confino di polizia. Infatti a detta della studiosa a essere tacciate come nemiche del regime, non erano solo le donne fuori dagli schemi ma tutte quelle persone considerate socialmente pericolose: omosessuali, testimoni di Geova, evangelisti, senzatetto o sovversive. Per quest’ultime si spalancavano le porte dei manicomi, luoghi agghiaccianti che sotto dittatura si erano affollati di ragazze sane ma etichettate come immorali, indisciplinate, irascibili, prive di senso materno, ninfomani, carnali e accattivanti.
«Ma questa è un’altra storia», conclude Dalena speranzoso di aver alzato il tiro ed emancipato in parte la critica della prostituzione dagli imperanti luoghi comuni: lì c’è sempre puzza di chiuso. Forse, ancora di più che nei bordelli del regime!

Ciocci Michelina.

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