24 Aprile Apr 2018 1901 24 aprile 2018

Donne e manicomio nell’Italia fascista nel libro di Annacarla Valeriano

Spesso erano sane, ma bollate come «libertine, ninfomani o cattive»: portatrici di una condotta immorale. Venivano internate anche madri e bambine.

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Malacarne, Donne E Manicomio Nell’Italia Fascista

Ha bussato nelle parole, ha spalancato le parole, ha raccontato le parole, ha tradotto le parole, ha scritto le parole, ha passato in rassegna le parole. A una a una. Le parole delle cartelle cliniche delle donne ricoverate nel manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo, a partire dall’ultimo decennio dell’Ottocento fino al 1950. Lei, si chiama Annacarla Valeriano, è ricercatrice di storia contemporanea per l’Archivio della Memoria della Fondazione Università di Teramo, e quelle parole ha deciso di metterle per iscritto in Malacarne, donne e manicomio nell’Italia fascista (Donzelli, 2017), il suo ultimo libro.
«È da quasi un decennio che dedico la mia vita alle vite degli altri», confessa la ricercatrice che nel corso degli anni – nell’ambito di un progetto di ricerca condotto per la Fondazione Università di Teramo – ha studiato le cartelle cliniche di donne che durante il ventennio fascista hanno riempito con i loro comportamenti atipici i manicomi italiani. Stiamo parlando di donne medicalizzate, non sempre perché portatrici di malattie psichiche ma perché portatrici di una condotta immorale che le rendeva delle antifasciste esistenziali. Donne sane ma talvolta bollate dai medici di regime come «libertine, indocili, irose, smorfiose, madri snaturate, ninfomani, erotiche, ciarliere, rosse in viso, incoerenti, clamorose, loquaci, civettuole, cattive, petulanti, piacenti, esibizioniste».

INTERNATE ANCHE LE MADRI E LE BAMBINE

Tuttavia la malacarne nei manicomi si riferisce a un universo femminile molto variegato. Nella maggioranza dei casi si trattava di contadine poverissime o di operaie. Tra le ragazze fuori dei ruoli c’erano le isteriche perché istintive, irascibili, incontenibili, e capricciose ma pure eserciti di donne vittime di guerra: «Donne che non avevano combattuto la guerra in prima linea ma che avevano risentito indirettamente dei traumi causati dall’assenza dei loro mariti», spiega la Valeriano, «e per questo bloccate in una dimensione di dolore e di profondo scoraggiamento che non riuscivano a oltrepassare». Nei manicomi venivano internate madri che avevano rifiutato il ruolo materno: «Si trattava di ragazze che avevano già avuto parecchie gravidanze e ora volevano ribellarsi staccandosi da un ruolo che le era stato cucito addosso e che ne aveva appiattito l’identità». Venivano rinchiuse anche le bambine: «Durante il regime c’era una grandissima attenzione per l’infanzia abbandonata e sofferente», chiarisce la studiosa. «L’infanzia era il nerbo della nazione e nell’infanzia riposava la futura generazione. Per questo, era essenziale vigilarla e assisterla anche attraverso profilassi adeguate volte a isolare gli elementi peggiori e a procedere alla selezione di quelli migliori».

IL REGIME VOLEVA APPROPRIARSI DEI CORPI FEMMINILI

Al centro di questo disegno erano poste ancora una volta le donne, poiché il loro corpo doveva essere produttivamente orientato alla grandezza della nazione. Ed è questa la ragione per la quale la gestione autonoma del desiderio sessuale non era vista di buon occhio dal regime, «che voleva appropriarsi dei corpi femminili» precisa ancora la Valeriano. Non a caso, i corpi femminili sono al centro della politica demografica inaugurata da Mussolini nel ’27. In quegli stessi anni, il numero dei ricoverati passa da 60 mila a 95 mila. Questa la dice lunga sulla volontà del regime di inserire i manicomi italiani all’interno di uno scacchiere politico più ampio: «Vale a dire che questi spazi diventano uno dei tanti istituti di medicina politica nei quali attuare una politica di sorveglianza. Tanto è vero che il trattamento manicomiale rientrava in quella politica della razza inaugurata dal regime finalizzato a sgombrare dalla scena sociale tutti gli scarti del progetto eugenetico», continua Valeriano. Un progetto di risanamento e di bonifica del femminile (e non solo): bisognava fare in modo che la «razza» fosse sana, prolifica e che cooperasse pienamente alla rivoluzione fascista anche attraverso la capacità delle donne di produrre una stirpe sana. A suon di elettroshock, malarioterapia e insulinoterapia però.

LE TERAPIE AGGRESSIVE E LA VERGOGNA

Sì, perché «molte volte in cartella clinica accanto all’espressione esce guarita, si legge anche la paziente è completamente ricomposta e ubbidiente», svela l’autrice. «Il percorso di guarigione, infatti, era spesso frutto di una serie di terapie molto aggressive che rendevano queste donne irriducibilmente docili e irreversibilmente ubbidienti».
E quando di manicomio non si moriva? Si moriva di vergogna una volta usciti: «L’internamento era percepito dalla comunità di appartenenza come un vero e proprio stigma» afferma la studiosa e i manicomi curavano solo in apparenza. Al loro interno «non vi era assistenza adeguata ma solo spoliazione fisica e psichica». Tanto che il ministro socialista Mariotti nel ’65 non esitò a paragonarli a lager. Non a torto, visto e considerato che entrambi privavano le donne della loro dignità.
Ad ogni modo la situazione rimase immobile anche dopo la caduta del fascismo: «Si continuavano a perpetrare i medesimi approcci che miravano a custodire e a sorvegliare il malato e non a curarlo», afferma la Valeriano, coscienziosa che a mettere la parola fine a quest’agghiacciante girone infernale sarà solo la legge Basaglia nel 1978: «Ne imporrà la chiusura e la dismissione».

ANCHE IL SILENZIO È VIOLENZA

Insomma, il percorso di emancipazione femminile è stato un percorso lungo, travagliato e dolorosissimo «pieno di ombre e con poche luci. Ecco allora che le cartelle cliniche aiutano a vedere queste ombre che spesso hanno soffocato le identità femminili e spalancano uno sguardo su un mondo sommerso, popolato da un universo sofferente, prevaricato e schiacciato dalla violenza che vede nell’internamento in manicomio il suo apice», fa sapere la Valeriano persuasa dalla voglia di divulgare questa realtà, fosse solo per seminare la consapevolezza che sia esistita per davvero. Perché in passato le donne, vuoi per cultura, vuoi per ignoranza, subivano una violenza inaudita da parte di padri, figli e fratelli: «Il numero dei femminicidi era molto più alto e le botte erano considerate come uno strumento di correzione normale. Oggi, non si può più ricorrere alla violenza per interloquire con l’identità femminile. Allora, rispetto a ieri dovremmo domandarci: Come vogliamo porci nei confronti del presente?», conclude Annacarla Valeriano speranzosa di essere riuscita ancora una volta a dar voce ai diari clinici della «follia», dimenticati per quasi 80 anni in uno degli archivi più importanti dell’Italia centro-meridionale. Perché se ci si pensa anche il silenzio è una forma di violenza e la violenza genera sempre e da sempre violenza.

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