Femminicidio

Femminicidio

24 Aprile Apr 2018 2003 24 aprile 2018

Le cose da sapere sul Caso Macchi

Dopo 31 dal femminicidio e dalla violenza sessuale di Lidia, la Corte d'Assise di Varese ha condannato all'ergastolo in primo grado Stefano Binda, l'unico imputato.

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Caso Macchi Delitto

Per avere la prima sentenza sul caso Lidia Macchi, abbiamo dovuto aspettare 31 anni. Anzi, per la precisione, 31 anni, tre mesi e 19 giorni. C'è anche da dire che il percorso che ha portato alla decisione della Corte d'Assise di Varese è stato piuttosto complesso. Ma andiamo per ordine e partiamo dall'ultimo capitolo: i giudici hanno condannato all'ergastolo in primo grado Stefano Binda, l'unico imputato, per il femminicidio di Lidia Macchi, uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco di Cittiglio, in provincia di Varese, dopo aver subito una violenza sessuale. Bindi, 48 anni, era un ex compagno di liceo della ragazza, 20 anni, studentessa alla Statale di Milano, e, come lei, era un frequentatore dell'ambiente di Comunione e Liberazione.

IL CASO RIAPERTO

Dopo una brusca frenata, le indagini ripresero nel 2013 ma entrarono nel vivo quando la Prealpina pubblicò una poesia, In morte di un'amica, in cui si facevano chiari riferimenti al femminicidio, e consegnata a casa Macchi il giorno dei funerali di Lidia. Ma il mittente rimase anonimo. Anche il legale della famiglia, in quella circostanza aveva sollecitato nuove indagini. Il caso Macchi fu il primo in Italia nel quale venne utilizzato il test del Dna. Il materiale organico trovato sul suo corpo venne mandato nel laboratorio inglese di Abingdon, dove fu analizzato anche il sangue delle persone coinvolte nelle indagini. La vera svolta arrivò nel il 19 dicembre 2017 con la testimonianza di Paola Bonari, amica d’infanzia di Lidia. La donna riferì le parole di una sua vecchia amica, residente nel Mantovano, che dopo l’arresto di Binda le fece una rivelazione choc: al telefono raccontò alla Bonari che una persona, pochi anni dopo l’assassinio, riferì all’amica mantovana di essere l’autore materiale del delitto. L’amica in questione, Daniela Rotelli, è stata prelevata a Mantova e portata in aula per essere ascoltata: ha confermato le parole della teste precedente, confermando quanto era stato detto in mattinata. Ha anche raccontato che in Università a Milano, a fine Anni ’80 o inizio Anni ’90, un ragazzo alto circa un metro e settanta, moro e con gli occhi scuri, del quale non ha ricordato il cognome, ma che era conosciuto come 'Lelio', le disse di aver ucciso Lidia.

LA RICOSTRUZIONE

Secondo gli inquirenti, Stefano Binda avrebbe prima costretto la ragazza a un rapporto non consenziente e poi l'avrebbe uccisa con coltellate 'a gruppi di tre'. Binda avrebbe ucciso «per motivi abietti e futili, consistenti nell'intento distruttivo della donna considerata causa di un rapporto sessuale vissuto come tradimento del proprio ossessivo e delirante credo religioso, tradimento da purificarsi con la morte; intento punitivo pertanto del tutto ingiustificabile e sproporzionato agli occhi della comunità».

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