13 Aprile Apr 2018 1730 13 aprile 2018

Fontana contro il Gay Pride: ma un politico non dovrebbe rappresentare tutti?

Qualche domanda al governatore della Lombardia, che evidentemente non ha la giusta considerazione dei suoi concittadini omosessuali.

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In un'intervista rilasciata a Samuele Cafasso per Lettera43.it, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha dichiarato di non volere dare il patrocinio della Regione al Gay Pride: «È una manifestazione divisiva e per questo non va sostenuta», ha affermato. La nostra Michela Pagarini ha voluto rispondergli con questo editoriale.

A proposito di diritti, da un po’ di tempo su Milano grava un'aria di schizofrenia. Perché la città più europea d’Italia, all’avanguardia su cultura, comunicazione e business, è la stessa che ospita il Pirellone, evocativo fin dal nome, dal quale spesso giungono echi ben poco moderni e scarsamente compatibili con la faccia smart della città. Questa è la città che ha eletto Pisapia – che ha aperto gli spazi comunali ai diritti, permettendo così la nascita di uno Sportello lgbt, della Casa dei Diritti e di quella delle Donne, per dirne tre fra i tanti - e a cui ha fatto seguito Beppe Sala, che dopo aver celebrato la prima unione civile come sindaco ha commentato: «Questa città si è sempre battuta perché si arrivasse a questo risultato. È un momento storico, e mi sono emozionato». Eppure, poco distante da Palazzo Marino si trova quello della Regione, all’interno del quale hanno vissuto ed esercitato le loro funzioni soggetti politici di tutt’altro stile: Formigoni, Maroni, e da poco Attilio Fontana. Così, se la guida della città è stata – almeno negli ultimi dieci anni – a trazione progressista e con un'ottica internazionale, la Regione ha invece uno stampo fortemente conservatore e tradizionalista, a volte così anacronistico da essere quasi imbarazzante.

In una recente intervista a Lettera43, il neo-governatore di Regione Lombardia Attilio Fontana ha espresso la volontà di non voler patrocinare il Gay Pride. Per come vanno le cose nel mondo, pensare di essere contrari è abbastanza buffo: viviamo in una realtà che è andata ampiamente oltre il confine in cui può essere fatta arretrare a colpi di disapprovazione. Nonostante per noi omosessuali esistano ancora in alcuni Paesi la pena di morte o il carcere, in metà del mondo possiamo invece sposarci, adottare bambini, fare figli o vedere i diritti riconosciuti. In Italia siamo circa a metà strada: ancora non abbiamo una tutela legale, però fondamentalmente ci comportiamo come se così fosse, facciamo figli lo stesso e conduciamo vite normali, e le leggi che ci discriminano, a una a una, stanno cadendo. Ci vorranno anni, ma sono finiti i tempi in cui qualcuno può ancora credere che scompariremo come per magia, o solo perché qualcuno lo desidera.

Ma in questo caso, per me, la cosa grave sono le argomentazioni addotte da Fontana per giustificare le sue posizioni, modellate su un frasario ormai così trito da assomigliare ad alcune delle battute che facciamo noi attivisti quando vogliamo prendere in giro qualcuno che crede di aver capito tutto e che invece, evidentemente, proprio non ce la fa. Così, parlando nel suo ruolo ufficiale di politico e amministratore, Fontana dice che ritiene giusto non sostenere il Pride: lui non sente il bisogno di sbandierare la sua eterosessualità, dato che le questioni di sesso, secondo lui, devono restare private. Al di là del fatto che da un politico mi aspetterei la capacità di ascoltare anche i cittadini che hanno un’esperienza di vita molto diversa dalla sua, è da almeno quindici anni che nessuno pensa più che essere gay o lesbica sia una 'questione di sesso'. Ci battiamo per i diritti, per i nostri figli, per la pensione di reversibilità, per poter essere in graduatoria per le case comunali o per poter prendere un permesso dal lavoro se il nostro compagno o la compagna si ammala. Se qualcuno in tutto questo vede qualcosa di anche lontanamente erotico, gli faccio i miei complimenti per la fantasia.

Aggiunge Fontana, per meglio spiegare le sue motivazioni, che non fa manifestazioni per questo, lui. Scelta saggia: sarebbe tempo assai mal speso, dato che nessuno viene perseguitato, picchiato, bullizzato, insultato, stuprato o discriminato in quanto eterosessuale. E se vogliamo andare un po’ indietro nel tempo, nessun eterosessuale è mai finito in carcere, sul rogo o in una sala torture solo per essere stato scoperto ad accoppiarsi con qualcuno del sesso opposto. Dunque è comprensibile che abbia pochi motivi per manifestare la sua libertà di essere, e depone a suo favore il fatto di non voler scendere in piazza per questo nulla da chiedere. Io però ho una vita e un’esperienza differenti e, se riesco a capire il suo specifico vissuto, mi piacerebbe che lui – uomo che governa anche in mio nome, quarantenne lesbica, contribuente nata e cresciuta in Lombardia – mi riservasse lo stesso garbo nel provare a capire che, al contrario suo, io ancora oggi la certezza di dare un bacio a una donna per strada e uscirne incolume non ce l’ho, e questo è uno dei mille motivi per cui lottiamo per ribadire il nostro diritto ad esistere.

E qui arriviamo al secondo punto: il Governatore ha ribadito contestualmente l'intenzione di illuminare di nuovo il Pirellone con la scritta Family Day, perché «tutti riconoscono il valore della famiglia», ha detto. Fin qui, come non essere d’accordo? Abbiamo detto un paio di paragrafi fa che i problemi sono gli stessi anche per noi. Il discorso vale, però, se per famiglia intendiamo un insieme di persone legate da un sentimento amoroso reciproco, che prevede comunanza di visioni, rispetto, progettualità condivisa, uno spazio di pace per tutti gli appartenenti e che sia un luogo sicuro in cui rifugiarsi dalle brutture del mondo. Se invece stava parlando della cosiddetta famiglia tradizionale, ovvero il centro di potere dei maschi di stampo patriarcale, quella da cui originano la maggior parte delle forme di violenza di cui apprendiamo ogni giorno ai tg, la culla di molestie, abusi, femminicidi, costrizioni fisiche, psicologiche e sessuali ai danni quasi esclusivamente di donne e bambini, allora no, non ci siamo. Perché, come ha ben detto lui, la famiglia è l’elemento base della società anche secondo la costituzione. Ma, aggiungo io, dipende anche un po’ da com’è. Se è buona, tutto cresce bene, ma se il nucleo è marcio può accendere quanti grattacieli vuole: da lì non crescerà niente di buono.

Un incarico pubblico, mi hanno insegnato fin dalle scuole elementari, prevede di avere a cuore le sorti di tutti i cittadini, significa considerarli tutti uguali in quanto a valore, nel rispetto e nella consapevolezza di ogni diversità. Ma forse questo è un livello avanzato del politico medio italiano, dato che alla domanda sulla scarsa presenza femminile in giunta, il nostro Presidente ha risposto: «Forse le donne non sono state elette in gran numero perché molte in lista non avevano grande volontà di emergere».
E tutto si spiega.

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