8 Marzo Mar 2018 1143 08 marzo 2018

La Giornata della donna, le violenze e il silenzio delle istituzioni

Femminicidio e figlicidio sono ancora crimini di serie B. E mentre la violenza dilaga, la politica tace. Da Pamela Mastropietro ad Amine Tiras, diciamo basta. Non solo l'8 marzo.

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Amine Tiras Erdogan

È l'8 marzo 2018 e le donne continuano a morire di femminicidio.

Si è appena chiusa una campagna elettorale in cui nessun leader si è assunto un impegno serio in tema di violenza contro le donne, nessuno ha dichiarato che una volta al governo avrebbe applicato la Convenzione di Istanbul, il documento dove tutto ciò che c’è da fare è scritto chiaramente, in attesa di buona volontà e finanziamenti. Neppure la morte di due bambine uccise da un padre violento ha scosso le coscienze di partito, nessuno ha chiesto ufficialmente conto del loro operato ai vertici delle forze dell’ordine, palesemente responsabili ancora una volta di aver sottovalutato le richieste di aiuto di una donna che ben sapeva quanto fosse pericoloso il marito, per sé e per le figlie.

Lo ha fatto la rete Rebel Network (che proprio in questo 8 marzo diventa associazione e di cui sono tra le fondatrici) richiamando il Capo della Polizia e il Generale dell'Arma a dare risposte, e in mancanza, le dimissioni. Perchè è ora di pretendere da parte di chi commette un grave errore nello svolgimento delle sue funzioni quell’assunzione di responsabilità che troppe volte manca. Non si può più accettare che femminicidio e figlicidio vengano considerati crimini di serie B, destinati ad una giustizia più morbida, in virtù di quell’idea che relega la violenza domestica tra i panni sporchi da lavare in famiglia. Perchè Antonietta Gargiulo non è la prima e non sarà l’ultima se le istituzioni tutte non decideranno di affrontare il tema della violenza con la competenza che non hanno ma che è necessario acquisire.

È il silenzio delle istituzioni il protagonista di questo 8 marzo 2018, un silenzio che continua e che aleggia sopra ogni cosa, sopra ogni donna, bambina, ragazza.

Penso a Stella, che in occasione del 25 novembre 2017, Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne, ha raccontato della violenza subita a scuola in una lettera al presidente Sergio Mattarella alla quale non ha avuto nemmeno un cenno di risposta.

Penso alla studentessa del liceo classico Rinaldini di Ancona a cui il prof inviava messaggi alle due del mattino proponendole una «relazione d'amore come in un romanzo»; dopo le proteste di alcuni genitori la maggioranza ha preferito il silenzio e così i colleghi. Nessuna denuncia. La preside ha sospeso il docente «fino all'esplicazione della visita di idoneità» e ne ha parlato alla stampa locale come di un «raffinatissimo umanista» che ha bisogno di cure per «evitare in futuro comportamenti sicuramente non idonei dal punto di vista didattico». Ma un prof che abusa del suo potere e nelle sue lezioni infila continue allusioni sessuali e invia messaggi alle sue studentesse nel cuore della notte non andrebbe licenziato e interdetto a vita da qualsiasi attività con minori? Cosa porterà quell'uomo alla preside, un certificato medico di guarigione? Da che? Non si dovrebbe tutelare il diritto delle ragazze a non essere molestate prima di del diritto al 'posto fisso' del prof?

In questo 8 marzo sono invitata da alcune scuole di Matera ad incontrare ragazzi e ragazze di tutte le età. Come posso parlare loro di relazioni, felicità, diritti, senza metterli in guardia sulla violenza delle stesse istituzioni che quei diritti dovrebbero garantire?

A Bronte, in provincia di Catania, una 12enne ha subito un’operazione per lacerazioni alla vagina probabilmente causate da un stupro di gruppo particolarmente efferato, con l’utilizzo di oggetti. Mentre le indagini sono in corso sul quotidiano La Sicilia leggiamo che il primo sospettato ha 16 anni e che «adesso in paese regna il silenzio, l’omertà ha preso il sopravvento sul buonsenso».

Ancora un silenzio dunque. Si sa mai che stiamo per rovinare quei ‘bravi ragazzi’ che hanno stuprato una bambina.

Giù le mani dal corpo delle donne è una frase che appartiene al femminismo, al mondo delle donne che si impegnano pubblicamente per i propri diritti e per i diritti di tutte le altre.

Il corpo di Pamela Mastropietro è stato martoriato brutalmente dai suoi carnefiici, e di quel corpo ci è stato raccontato ogni dettaglio raccapricciante e macabro da una stampa carnefice che non conosce più limiti né pudore.

Una stampa che ci ha presentato Jessica Faoro come un ‘caso umano’ dal destino avverso, quasi che la violenza subita fosse segnata, anziché raccontarci di ciò che faceva sentire il suo femminicida, Alessandro Garlaschi, autorizzato ad esercitare violenza su di lei e sulle vittime di cui aveva precedentemente abusato. Una stampa che trasforma uno stalker in corteggiatore e un femminicida in un pover uomo. Che assolve la violenza e se ne fa complice.

Siamo travolti da una inutile bagarre mediatica mentre c’è silenzio dove invece le parole conterebbero, necessarie e urgenti.

Dove una politica sempre più succube agli interessi economici e finanziari sembra dimenticarsi dell’etica, dei principi costituzionali, dei diritti umani.

È assordante il silenzio su Amine Tiras, la bambina soldato frastornata e in lacrime che Erdogan ha buttato in pasto al mondo senza che il mondo -e il governo italiano - facesse un plissé.

«Ha la bandiera turca in tasca. Se diventerà una martire, a Dio piacendo, la avvolgeremo con quella. Sei pronta a tutto, non è vero?»

Queste le parole di Erdogan, mentre le cingeva le spalle, la accarezzava, la baciava sulla guancia.

Giù le mani anche da lei.

Auguriamo ad Amine che quell’uomo possa toglierle le mani di dosso, in senso metaforico e non.

E che l’indignazione per questa violenza inaudita su una piccola donna e su tutte le donne, piccole e grandi, in Turchia come in Italia come in ogni luogo del mondo, si sposti dai social alle stanze dei bottoni dove le condanne sono morbide, gli interventi quasi nulli, le connivenze sempre più ambigue.

Se una Giornata internazionale della donna può avere un senso, partiamo da Amine, da un futuro diverso che si può scrivere abbattendo muri e omertà, chiedendoci se siamo pronti a ritrovare la nostra umanità anche laddove questo ci costa fatica.

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