30 Gennaio Gen 2018 1753 30 gennaio 2018

MeToo, il dibattito si interroga sulla natura del movimento

Qualcuno si chiede se l'eccessiva rabbia non possa nuocere alle attiviste, facendo perdere loro dei preziosi alleati: gli uomini.

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Metoo Dibattito

Dopo appena un paio di mesi, per #MeToo sembra essere già arrivato il momento del riflusso. O, forse, di riflettere su se stesso e sulla propria natura. Se la prima ondata del movimento sembrava aver raccolto indiscriminatamente l'appoggio di tutti i principali media americani, già nel passaggio dal 2017 al 2018 gli equilibri nel dibattito sembrano essersi ridistribuiti. Basta andare a leggersi le reazioni al caso che ha visto coinvolto Aziz Ansari: una ragazza ha raccontato a una rivista online di essersi sentita a disagio durante un appuntamento in cui lui insisteva per un rapporto sessuale, mentre lei continuava a negarlo. A differenza di altri casi, gli stessi media che avevano sempre appoggiato #MeToo si sono ben guardati dal mettere Ansari sulla graticola, senza se e senza ma.

TOT PESI, TOT MISURE

Qualche giorno prima, poi, aveva fatto scalpore una lettera firmata da Catherine Deneuve e altre donne che rivendicavano il diritto a essere importunate, individuando nel nuovo clima una minaccia alla libertà sessuale, alla libertà d'espressione di donne con la loro stessa opinione e per gli uomini colpevoli di corteggiamenti maldestri, ma non certo di stupro (insomma, il riassunto del caso Ansari).
Eppure, nello stesso periodo in cui Ansari veniva, per così dire, graziato, altri due attori di calibro ben maggiore come James Franco e Woody Allen hanno dovuto affrontare duri attacchi per comportamenti passati inappropriati di cui sono stati accusati. Il caso Allen, in particolare, ha mostrato come le accuse, pur non riconosciute da un tribunale, abbiano ancora la forza di porre fine alla carriera di un uomo.
E allora, che cosa sta succedendo a #MeToo e intorno a #MeToo? Qual è la sua natura, e quali sono i pericoli in cui rischia di incorrere?

ANDARE AVANTI, SENZA TIMORI

Qualche spunto di riflessione lo troviamo in alcuni articoli pubblicati nel corso di gennaio 2018. A partire, ad esempio, da quello di Anna Momigliano per Studio, dove la giornalista si chiede se #MeToo debba effettivamente preoccuparsi dei propri eccessi: «Andiamo avanti, senza farci prendere da inutili paturnie sull’andare troppo oltre, tenendo sempre gli occhi sul Paese reale, anche perché nel Paese reale di strada ne abbiamo fatta davvero poca». Una considerazione espressa soprattutto in virtù di una prospettiva italiana sul tema, dove nessuno ha cominciato a credere alle vittime, ma ci si esercita ancora nello sport della demolizione delle stesse. Una zona grigia della discussione, però, ancora esiste. Una zona in cui le grida delle tifoserie prevalgono ancora sul dibattito, che finisce soffocato. E dove si rischia di lasciare sul campo tanto le vittime di stupro quanto i (pochissimi, secondo le statistiche) uomini accusati ingiustamente.

TUTTI COLPEVOLI, ANCHE GLI INNOCENTI

Se da una parte, infatti, sembra che sia stato totalmente sacrificato il principio della presunzione di innocenza e, in assenza della sentenza di un tribunale, ci pensano le numerose comunità twittarole a far giustizia (spesso sommaria), dall'altra c'è chi pensa a proteggersi, magari anche in buona fede, cercando di mettere dei paletti e dei distinguo alle accuse marchiate #MeToo. Una palpatina non è uno stupro, un fischio per strada non è la stessa cosa che toccare un seno, e via dicendo. Caitlin Flanagan dell'Atlantic ha espresso seria preoccupazione per le storie e il fanatismo che sembrano essersi infiltrati nel movimento, rischiando così di perdere l'appoggio e il sostegno di molti. Effettivamente, i tweet di tale Emily Linden, che scrive per Teen Vogue e ha fondato il progetto UnSlut, suonano inaccettabili ai più: «Non nutro la minima preoccupazione per gli uomini innocenti che perdono il proprio lavoro a causa di false accuse di molestie sessuali». Con buona pace della presunzione di innocenza.

È ORA DI CRESCERE

Va ricordato che Emily Lindin non è #MeToo: ma è solo una voce tra centinaia di migliaia di altre, che sullo stesso tema possono avere posizioni ben diverse. L'hashtag ha il pregio di essere facilmente viralizzabile, ma dentro può finirci qualsiasi cosa. Secondo Flanagan, però, le donne che hanno posizioni simili alla Lindin non sono poche, e non sono nemmeno troppo inclini a fare distinzioni tra molestie, abusi e stupri. Trovare le differenze, anzi, sarebbe un esercizio che mette in secondo piano l'esperienza negativa e dolorosa della vittima (e, anche qui, sulla percezione della donna come soggetto indifeso ci sarebbero fiumi d'inchiostro da scrivere). Questo atteggiamento, secondo la giornalista statunitense, rischia di ferire mortalmente #MeToo e di far perdere l'appoggio degli uomini che sono sì pronti a sostenerlo, ma non certo a rischiare il lavoro per accuse infondate. Inoltre, confonde due piani differenti, quello dei fatti e quello delle emozioni. È evidente che l'amministrazione della giustizia debba basarsi soprattutto sui primi.
Ciò detto, è anche difficile invitare alla calma donne che per anni hanno subito molestie di tutti i tipi, verbali e fisiche, gravi e meno gravi. Invocare giustizia è sacrosanto, che le loro accuse vengano prese sul serio e accuratamente investigate e approfondite, senza mettere le vittime sul banco degli imputati, lo è altrettanto. Ma, come conclude Caitlin, se #MeToo vuole durare deve per forza farsi un paio di domande sulla propria natura, su che direzione prendere, e quali alleati scegliere per il proprio cammino. O la sua fiamma rischia di spegnersi troppo in fretta, senza aver avuto il tempo di radere al suolo l'impalcatura patriarcale contro cui, giustamente, si batte.

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